“Drill, Giorgia, drill!”: la falsa soluzione degli idrocarburi nazionali

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Il Cdm approva semplificazioni per l’upstream di gas e petrolio; la retorica politica della premier: “Significa essere patrioti”. Via libera anche alla proroga degli sconti sul diesel.

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Guardando il video diffuso ieri, 10 settembre, da Giorgia Meloni si notano due elementi che tolgono credibilità al suo messaggio.

Al termine di un Consiglio dei ministri che ha approvato semplificazioni burocratiche per prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi su terraferma, la premier ha voluto spiegare le ragioni di questa scelta.

“Vogliamo andare avanti sull’aumento della produzione nazionale di petrolio e gas perché non ha molto senso comprare all’estero questa energia, quando possiamo produrla anche qui in Italia”.

Fin qui il messaggio è chiaro, per quanto opinabile, ma poco dopo Giorgia Meloni “mette le mani avanti”, come a voler anticipare le critiche: “Ai professionisti del no, che già annunciano barricate, voglio dire una cosa molto semplice: andremo avanti, fino in fondo”.

E al fondo di questo discorso c’è anche un po’ di retorica politica, che rispetto alla crisi energetica in atto ha davvero poco senso pratico: “Questo significa essere patrioti e difendere l’interesse nazionale italiano”.

Un concetto che sembra strizzare l’occhio più alla campagna elettorale ormai già partita e meno alla soluzione dell’urgenza energetica nazionale.

Il decreto-legge su trivelle e carburanti

Venendo ai dettagli, il Cdm ha approvato un Dl dalla doppia valenza, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 10 settembre e disponibile in basso.

In primis si proroga fino al 17 settembre la riduzione di 17 centesimi al litro sul prezzo del gasolio alla pompa, dei gasoli paraffinici ottenuti da sintesi o da idro-trattamento e del biodiesel immesso in consumo come carburante.

È inoltre prorogato il credito d’imposta riconosciuto in favore delle imprese di autotrasporto.

In secondo luogo, il provvedimento interviene sulle procedure autorizzative legate a prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi onshore.

L’articolo 2 del Dl concede alle Regioni quarantacinque giorni per esprimersi sulla richiesta di intesa relativa a un progetto.

Scaduto questo tempo è concessa una proroga, ma con lo svolgimento di un’apposita interlocuzione istituzionale.

Attraverso la nomina di un commissario ad acta, però, il Cdm può eventualmente esercitare i poteri sostitutivi previsti dall’articolo 120, secondo comma, della Costituzione, a fronte della persistente inerzia della Regione, che sarà invitata a partecipare alla relativa riunione.

“In tal modo si garantisce la conclusione dei procedimenti in tempi certi, a tutela della sicurezza energetica nazionale e dell’unità economica della Repubblica”, come spiega una nota del Governo.

Per dirla con le parole della presidente Meloni, “l’Italia non può più permettersi di aspettare decenni prima di sbloccare una concessione. Aumentare la produzione nazionale significa ridurre la dipendenza dall’estero, pagare meno, garantire costi più bassi a famiglie e imprese, difendere la sicurezza energetica della nazione. Oltre a generare maggiori royalty e benefici economici e occupazionali per i territori”.

Di parere diametralmente opposto il Wwf Italia, che oggi commenta: “L’Italia non è il Texas. Il nostro Paese dispone di risorse di petrolio e gas troppo limitate per pensare di conquistare l’indipendenza energetica con nuove trivellazioni: quasi tutto il gas e il petrolio che consumiamo arrivano dall’estero. Qualche nuovo pozzo non cambierà questa realtà, non abbasserà i prezzi internazionali e non proteggerà le tasche degli italiani dalla prossima crisi”.

Le riserve di idrocarburi nel sottosuolo e nelle acque territoriali italiane sono limitate, ricorda l’associazione, e “bastano più o meno per un anno, a voler essere ottimisti. Ma soprattutto, sono delle compagnie che li estraggono e per il gas lo Stato agisce da acquirente secondo una logica di prezzi che va a vantaggio delle compagnie”.

Per questo motivo “il provvedimento del governo appare solo una mossa elettorale per ingraziarsi le lobby fossili. Il ‘Drill, baby, drill’, in ogni caso, non è una politica energetica: è propaganda fossile“.

Già ad aprile il Wwf Italia era intervenuto sull’argomento (si veda Il referendum e il falso mito della “produzione nazionale di idrocarburi”). “Il vero oro sono le fonti rinnovabili, altro che il petrolio”, secondo l’associazione, che prima dell’estate ricordava come tra 2006 e 2014, grazie alle misure per efficienza e Fer, le importazioni energetiche nel nostro Paese si sono abbassate dall’85,9% al 75,9%, il minimo registrato negli ultimi cinquant’anni, “dimostrando che il Paese si può emancipare dalle fonti fossili”.

In precedenza, invece, nonostante il picco della produzione di risorse fossili nazionali tra ‘93 e ‘99, “non siamo riusciti ad abbattere la dipendenza energetica sotto l’80%”.

Dunque, da quando l’Italia ha iniziato a investire in rinnovabili ed efficienza energetica ha abbattuto del 10% la dipendenza energetica in soli otto anni; “cosa si aspetta ad andare nella giusta direzione rendendo anche in Italia la strada verso le rinnovabili obbligata?”.

A marzo si è posto una domanda anche Ecco Climate: “Il gas nazionale può contribuire alla sicurezza energetica dell’Italia?”. Già a gennaio 2026 il Governo italiano aveva autorizzato trentaquattro nuove concessioni estrattive come risposta all’incertezza geopolitica, scrive il think tank, che richiama anche i dati ufficiali dell’Ufficio nazionale minerario Idrocarburi e Georisorse (Unmig).

In particolare, le riserve nazionali certe ammontano a circa 42,5 miliardi di metri cubi (dati al 31 dicembre 2024, ultimi disponibili). Sommando anche i quantitativi probabili e possibili si arriva a un totale di 78,7 miliardi di metri cubi.

Un volume di gas che non è concentrato in un unico sito, sottolinea Ecco, bensì distribuito in centinaia di giacimenti separati. Per questo motivo “un’estrazione completa richiederebbe lo sviluppo di numerose infrastrutture e lunghi processi autorizzativi”, al netto delle misure approvate con Dl del 9 settembre.

La produzione effettiva è andata sempre calando negli anni e oggi non supera i 3,4 miliardi di metri cubi annui (vedi tabella Infodata di QualEnergia.it), con una stima massima di 4-5 mld/mc l’anno con ulteriori estrazioni. Una cifra modesta, il 5,4% dei consumi di gas, che nel 2025 sono stati di 63,2 mld/mc.

Un ulteriore considerazione arriva da Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del Wwf Italia, che in un post Linkedin di tre giorni fa scrive: “La produzione nazionale di idrocarburi coprirebbe le necessità per un anno, a essere molto ottimisti. I pozzi non sono tutti di proprietà della compagnia partecipata dallo Stato, in passato il ricorso alla produzione nazionale fu la scusa per dare un prezzo garantito alle compagnie oil&gas, ben superiore a quello di mercato. Insomma, trattasi di altri extraprofitti”.

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