Cosa nasconde realmente l’aumento dei costi energetici?

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Perché non è più possibile continuare a basare il sistema energetico su fonti, come quelle fossili, che risentono di dinamiche commerciali non più controllabili. Un'analisi di Diego Rossi di AIEL.

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L’articolo è stato pubblicato sulla rivista di AIEL AgriforEnergy (n.3/2021)

In queste ultime settimane le notizie sul rincaro dei prezzi di energia elettrica e gas naturale hanno riempito di titoli i principali quotidiani e notiziari tv.

La narrativa generalizzata vede l’Europa matrigna che tassa la CO2 emessa dai produttori di combustibili fossili facendo così lievitare il prezzo di produzione, mentre i produttori sarebbero le vittime perché costretti a riversare l’aumento sulla popolazione.

In tutto ciò il governo italiano vara misure di urgenza per calmierare il prezzo del gas naturale che si troverebbero a pagare le famiglie italiane, finanziando però di fatto all’industria fossile le tasse versate.

Questo non può che generare un circuito vizioso che vede allontanare la transizione ecologica a favore di una mite attesa degli effetti dei cambiamenti climatici, mantenendo inalterati gli interessi di pochi.

Le cause che hanno portato a questa situazione sono diverse e si sono verificate congiuntamente portando il mercato del gas naturale allo stato di crisi.

La ripresa economica conseguente al ristabilirsi delle condizioni causate dalla crisi pandemica globale ha portato a un aumento della domanda industriale, soprattutto nel comparto della produzione di materie prime, settore particolarmente energivoro che durante la pandemia aveva rallentato la produzione: una situazione che ha spinto l’industria a reagire aumentando la produzione e, di conseguenza, i consumi.

Allo stesso tempo, l’avvicinarsi della stagione termica impone il rifornimento degli stoccaggi nazionali: secondo il Sole 24 Ore in Europa la copertura arriva al 69%, mentre il nostro Paese raggiunge un livello dell’83% che e comunque un valore di guardia se raffrontato al 95% raggiunto nello stesso periodo dello scorso anno.

Va detto che un altro elemento alla base della scarsità delle riserve va addebitato anche al perdurare della stagione termica 2020/2021.

Oltre all’aumento di domanda relativo alla ripresa economica e al sopraggiungere della stagione fredda, si aggiungono fattori metereologici come la mancanza di vento che ha interessato il Mare del Nord e che ha profondamente aumentato la domanda di gas ed energia elettrica soprattutto da parte del Regno Unito.

Riguardo l’offerta, i principali fornitori di gas naturale non sembrano in grado di poter sopperire all’aumento della domanda europea.

Anche in questo caso le ragioni sono diverse nonostante la recente costruzione del Nord Stream 2, il nuovo gasdotto finanziato principalmente da Gazprom e ultimato lo scorso 10 settembre, venga presentata come soluzione del problema.

Secondo Alexey Miller, chairman del Gazprom management committee, il nuovo gasdotto dovrebbe raddoppiare le forniture dal Mar Baltico. La sua realizzazione, tuttavia, non è stata accolta favorevolmente da tutti i Paesi Ue, trovando una ferma opposizione anche da parte degli USA che temono i risvolti geopolitici legati a una crescente dipendenza della domanda europea di energia dalla Russia, già ora molto importante.

Attualmente l’investimento miliardario sta avendo successo solo perché continua a incatenare la domanda di energia dell’Unione europea a una fonte che dovrebbe essere eliminata nei prossimi vent’anni e a un Paese in cui la definizione di sostenibilità ha ancora un significato quantomeno fumoso.

E fumoso è senz’altro uno dei motivi per cui Gazprom non ha potuto aumentare le forniture di gas naturale verso l’Europa: all’inizio dello scorso mese di agosto un incendio ha interessato l’impianto di produzione di Urengoy, nella Russia siberiana.

La logistica deve poi considerare un altro elemento peggiorativo, dal momento che anche la produzione di gas naturale americano sta subendo contraccolpi a seguito delle tempeste tropicali nel golfo del Messico che hanno limitato la possibilità di esportazione: in particolare, la tempesta tropicale Nicholas ha causato il blocco delle esportazioni dallo stabilimento di Freeport, in Texas.

Dopo questa prima analisi che a livello globale può farci comprendere i motivi dei rincari della bolletta energetica europea, occorre considerare anche le cause interne, partendo dalla normativa ambientale che prevede la tassazione della CO2 emessa, cioè l’European trading system.

Il sistema europeo per lo scambio delle emissioni, attivo dal 2005, e uno degli strumenti più efficaci che l’Europa ha adottato per tagliare le emissioni.

Il sistema interessa la CO2 prodotta da imprese europee impegnate nella produzione di energia elettrica e termica, da imprese di settori particolarmente energivori (raffinerie, cementifici, industrie siderurgiche) e dalle compagnie aeree operanti in Ue e negli altri Paesi aderenti.

Il sistema è molto semplice:

  • le imprese devono rispettare un target di emissioni di gas climalteranti;
  • le imprese che riducono ulteriormente le emissioni ottengono dei titoli;
  • questi titoli possono essere scambiati con le imprese che non rispettano i limiti all’interno di un vero e proprio mercato.

In questo modo si genera un meccanismo virtuoso in cui le imprese che investono nella riduzione delle emissioni (efficienza energetica, energie rinnovabili, ecc.) hanno un effettivo vantaggio competitivo rispetto a quelle che invece non rispettano i limiti: saranno queste ultime a dover finanziare la transizione ecologica, posto che il sistema funziona e raggiunge risultati solo se le imprese che emettono CO2 hanno un reale svantaggio commerciale.

In questo senso, ad esempio, un’impresa che distribuisce gas naturale dovrà compensare la vendita di un combustibile fossile effettuando investimenti green o aumentando il prezzo del gas naturale. I clienti saranno orientati a loro volta verso altre fonti di energia rinnovabile più competitive.

Il prezzo che devono pagare le compagnie per poter emettere una tonnellata di CO2 in atmosfera sta aumentando e, come previsto da Euractiv , continuerà ad aumentare nei prossimi anni con la possibilità di arrivare a 90 euro/tonnellata nel 2030.

Attualmente i prezzi hanno ampiamente superato i 60 €/tonnellata di CO2 emessa a seguito dell’entrata in vigore della riforma del meccanismo varato nel 2018 e come diretta conseguenza dell’innalzamento degli obiettivi Ue di riduzione delle emissioni di almeno il 55% entro il 2030.

Sono i prezzi elevati del gas naturale ad aver influenzato gli aumenti del costo del carbonio e non viceversa. Come?

L’aumento del prezzo del gas naturale descritto prima ha nuovamente reso competitivo il carbone per tutte quelle centrali che tra il 2019 e il 2020 erano passate al gas naturale.

Con l’aumento della combustione del carbone anche la domanda di titoli è aumentata (a parità di energia il carbone emette più CO2) facendo lievitare il prezzo.

L’aumento del costo della CO2 emessa dipende quindi dalle attuali dinamiche di mercato dei combustibili fossili e dalle prospettive sfidanti di riduzione delle emissioni.

Entrambe le cause sono da ricondurre alla dipendenza da fonti fossili che sono appunto la fonte del problema.

Continuare a basare il sistema energetico su fonti di energia fossili che risentono di dinamiche non controllabili esporrà sempre più i consumatori italiani alle fluttuazioni inevitabili del mercato rispetto a un prodotto senza futuro in un’Europa orientata a estrometterlo.

Il sistema dei crediti di carbonio ha il preciso obiettivo di rendere non competitivi i sistemi che utilizzano fonti fossili per avvantaggiare gli investimenti in fonti rinnovabili e per spingere le industrie alla ricerca di soluzioni innovative per l’abbattimento delle emissioni.

Tuttavia, a livello nazionale negli ultimi mesi è già stato stanziato oltre un miliardo di euro e altri tre miliardi stanziati a ottobre per calmierare le oscillazioni del prezzo dei combustibili fossili.

Per dare un’idea dell’ordine di grandezza il Conto termico, che è uno dei principali incentivi all’efficienza energetica, alla data del 1 settembre 2021 ha impiegato fondi per 328 milioni (fonte Gse).

Viene da chiedersi quali effetti avrebbero potuto avere questi 4 miliardi se fossero stati investiti in efficienza energetica e promozione di fonti rinnovabili.

Rimane la sensazione di aver perso un’ulteriore occasione, senza contare che il tempo per agire continua ad assottigliarsi.

L’articolo è stato pubblicato sulla rivista di AIEL AgriforEnergy (n.3/2021). Clicca sull’immagine e scarica la rivista.

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