Alla Cop 30 non c’è stata nessuna svolta sull’uscita dalle fossili

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Saltato nel testo finale ogni riferimento alla Roadmap per il graduale abbandono di carbone, gas e petrolio. Alcuni commenti sul debole esito dei negoziati di Belém.

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Nelle stesse ore in cui alla Cop 30 a Belém, in Brasile, si cercava di raggiungere un compromesso globale su una Roadmap per uscire gradualmente dai combustibili fossili (poi sfumato), la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, parlando al G20 in Sudafrica ha fornito la chiave di lettura più “vera” dei negoziati sui cambiamenti climatici.

“Non stiamo combattendo i combustibili fossili, stiamo combattendo le emissioni che ne derivano”, ha dichiarato venerdì scorso, 21 novembre. Tutte le contraddizioni della lotta contro il surriscaldamento globale stanno in questa frase, che certifica le continue pressioni della lobby petrolifera e dei Paesi che la sostengono maggiormente (Arabia Saudita in testa, Russia, ecc.).

Come vedremo tra poco, l’esito della Cop mostra che l’obiettivo di contenere il global warming a +1,5 °C è ormai fuori portata se non ci sarà un cambiamento profondo e accelerato delle attuali politiche sull’energia e il clima

Come riferisce Politico, l’Unione europea, che non ha potuto contare sulla collaborazione con gli Stati Uniti (assenti dalla Cop per via del negazionismo climatico di Trump), si è scontrata con un muro geopolitico: Cina, India Arabia Saudita e altre economie emergenti.

Le divisioni interne, testimoniate dalle difficoltà con cui i ministri europei hanno concordato gli obiettivi climatici 2035-2040 appena prima di volare in Brasile, hanno impedito all’Ue di aderire all’appello di oltre 80 Paesi per elaborare una Roadmap di uscita dalle fonti fossili.

E l’Italia, come abbiamo scritto, è rimasta defilata, senza argomenti ambiziosi. I temi rilanciati dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, sono le consuete difese della neutralità tecnologica e una spinta verso soluzioni obsolete e potenzialmente ancora più dannose per il clima, come i biocarburanti.

Target 1,5 °C fuori portata

Il punto è che senza abbandonare progressivamente la produzione e l’uso di carbone, petrolio e gas, sarà impossibile contenere l’aumento medio delle temperature a +1,5 °C entro fine secolo, come stabilito dall’Accordo di Parigi dieci anni fa, accordo che la Cop 30 non è riuscita a onorare.

La svolta non è arrivata: nel testo finale del Global Mutirão (link in basso), è scomparso ogni riferimento alla Roadmap sul graduale allontanamento dai combustibili fossili, che avrebbe dovuto essere uno dei pilastri della trentesima Conferenza Onu sui cambiamenti climatici.

Come scrive l’associazione Italian Climate Network nella sua analisi conclusiva dei negoziati climatici, “la Cop 30 ha mantenuto nei testi la soglia di 1.5 °C come obiettivo dell’Accordo di Parigi. È un riferimento importante, ma rischia di restare quasi solo nominale, perché non è stato accompagnato dagli strumenti necessari per renderlo praticabile”.

Difatti, “per completare questo messaggio, la soglia dell’1.,5 °C avrebbe richiesto un passo coerente: segnare una transizione ordinata lontana dai combustibili fossili, definendo una roadmap chiara, verificabile e allineata alla fisica del clima. Questo, però, non è avvenuto”.

Secondo lo scienziato Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK) in Germania, “la nostra unica possibilità di mantenere 1,5 °C a portata di mano è abbassare la curva globale delle emissioni nel 2026 e poi ridurre le emissioni di almeno il 5% all’anno. L’attuazione richiede tabelle di marcia concrete per accelerare l’eliminazione graduale dei combustibili fossili e la protezione della natura. Non abbiamo ottenuto né l’una né l’altra”.

Poi ha aggiunto: “Entro soli 5-10 anni è probabile che supereremo 1,5 °C, entrando in una situazione di pericolo” per miliardi di persone colpite dall’aumento degli eventi meteorologici estremi. Riguardo ai messaggi della Cop 30, ha parlato di diffusione di “false speranze”.

Valgono le parole pronunciate il 10 novembre alla cerimonia inaugurale della Cop 30 da Jim Skea, presidente dell’Ipcc (il panel scientifico delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici): “Sulla base delle evidenze contenute nei più recenti rapporti dell’Ipcc, è ormai quasi inevitabile che il riscaldamento globale di 1,5 °C venga superato nel breve termine. Ciò è inequivocabilmente dovuto all’insufficiente azione per il clima degli ultimi anni e al conseguente continuo aumento delle emissioni di gas serra”.

Riportare il riscaldamento globale a 1,5 °C entro la fine del secolo “potrebbe essere ancora possibile” ma “ciò comporterebbe riduzioni immediate, profonde e durature delle emissioni di anidride carbonica, nonché la rimozione di notevoli quantità di anidride carbonica dall’atmosfera. Sebbene vi siano importanti lacune nella conoscenza sulla fattibilità di quest’ultima iniziativa”.

Resistenze e compromessi

Più in generale, le Cop appaiono come un contenitore sempre più scollegato dalla realtà, non solo scientifica ma anche tecnologica ed economica.

Come scrive su queste pagine il direttore scientifico di QualEnergia e Kyoto Club, Gianni Silvestrini, “la crescita record del solare e la costante espansione dell’eolico stanno ridisegnando il mix energetico globale, con il sorpasso delle rinnovabili sul carbone nel primo semestre 2025 per la prima volta nella storia. E, soprattutto, nei primi sei mesi dell’anno solare ed eolico hanno generato più elettricità rispetto all’aumento della domanda elettrica mondiale”.

Intanto, in oltre il 50% delle economie mondiali, le emissioni di CO2 derivanti dalla produzione di energia da fossili hanno raggiunto il picco. In altre parole: la transizione energetica corre, si può fare, la Cina ci investe massicciamente, ma la politica multilaterale della Cop resta indietro.

Più conciliante il commento del think tank italiano per il clima ECCO, che ha definito “positivo” il ruolo dell’Europa, nonostante le resistenze esterne di molti Paesi per salvaguardare l’economia fossile.

Secondo Luca Bergamaschi, direttore e co-fondatore di ECCO, “il risultato di questa Cop è un testo di compromesso che dà una prima risposta, non scontata nell’attuale contesto geopolitico, di come colmare il divario tra le politiche attuali e l’obiettivo di 1.5 °C”. Tale compromesso, precisa Bergamaschi, “riafferma innanzitutto l’Accordo di Parigi come stella polare della cooperazione internazionale e dimostra che la maggioranza dei Paesi, con l’Europa al centro, è pronto ad avviare un percorso di uscita dai combustibili fossili”.

Mentre Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed energia presso Wwf Italia, affida a LinkedIn un commento critico su chi ritiene che le Cop siano ormai inutili e superate.

“Ma poi, cosa si propone in alternativa alla Cop?”, scrive Midulla. “A Belém non si è raggiunto un risultato davvero in linea con le indicazioni della comunità scientifica perché nel testo finale non c’è l’impegno a formulare piani per uscire dai combustibili fossili e per fermare la deforestazione (…) Ma se ne è discusso, la Presidenza brasiliana l’ha messo al centro del dibattito, 86 Paesi hanno preso una posizione chiara (…) Un percorso in discesa? Tutt’altro, ma cambiare pagina non lo è mai”.

Tornando all’analisi sul Global Mutirão dell’Italian Climate Network, riguardo alla finanza climatica si cita l’istituzione di “un work programme di due anni” che chiede “uno sforzo per almeno triplicare la finanza per l’adattamento entro il 2035, esortando i Paesi sviluppati a rafforzare la loro traiettoria”.

Tale obiettivo “si inserisce nella decisione presa a Baku di mobilitare almeno 300 miliardi di dollari l’anno dai Paesi sviluppati verso quelli in via di sviluppo, includendo i flussi delle banche multilaterali e i contributi volontari Sud-Sud”, ma è “un risultato debole rispetto alla richiesta” delle economie più povere.

Si ricorda poi che a novembre 2025 solo 122 Paesi hanno presentato il nuovo Ndc (Nationally Determined Contribution, ossia il piano con gli impegni climatici nazionali), ben oltre la scadenza di febbraio, da cui emerge un “divario crescente tra le esigenze dell’Accordo di Parigi e l’azione nazionale”.

Mentre il negoziato conclusivo “prende atto dei gap senza offrire strumenti reali per colmarli, limitandosi a invitare i Paesi a elaborare piani di implementazione e investimento”.

Assai debole anche il linguaggio utilizzato sulla neutralità climatica: il testo finale parla “di un generico allineamento ‘towards global net zero’, formula vaga che scarica ogni responsabilità sugli esiti collettivi e permette ai singoli di evitare traiettorie vincolanti”.

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