L’Italia alla COP30: “dieci anni perduti” e obiettivi mancati

L’Italia arriva a Belém, in Brasile, in ritardo su emissioni, PNIEC e finanza climatica, dopo un decennio di scelte incoerenti con l’Accordo di Parigi.

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L’Italia approda alla COP30 di Belém, in Brasile, con una contraddizione evidente e irrisolta: è uno dei Paesi europei più esposti agli impatti climatici, ma continua a non essere in linea né con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi né con quelli dell’Unione Europea al 2035 e 2040.

Il nuovo rapporto di ReCommon “Dieci anni perduti” e le analisi di ECCO mostrano come il Paese arrivi a questa Conferenza delle Parti con ritardi profondi nella mitigazione, nella finanza climatica e nelle politiche strutturali.

Nei giorni inaugurali della COP30, i Capi di Stato e di Governo aprono un vertice che coincide con il decimo anniversario dell’Accordo di Parigi, in cui ci si pose l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, cercando poi di limitare ulteriormente l’incremento a 1,5 °C.

Oggi, il contesto globale sembra radicalmente mutato: crisi geopolitiche, instabilità economica e sfiducia nel multilateralismo rendono più complesso l’aggiornamento degli impegni nazionali.

In questo quadro, sia ReCommon, un’associazione indipendente che indaga e denuncia gli impatti delle filiere fossili e delle pratiche finanziarie che le sostengono, sia la società di analisi e ricerche energetiche ECCO convergono su un punto: l’Italia non ha tradotto gli impegni del 2015 in un percorso coerente con le traiettorie necessarie.

ECCO ricorda che l’azione climatica si misura dai numeri: riduzione delle emissioni, adattamento e finanza internazionale. Su questi tre assi, l’Italia presenta lacune che indeboliscono la sua posizione nei negoziati e mettono in dubbio la sua capacità di contribuire alla transizione globale nel prossimo decennio.

Dieci anni perduti: il ruolo di Eni, Snam, SACE e Intesa Sanpaolo

Il rapporto di ReCommon ricostruisce come i principali attori di quello che definisce “l’estrattivismo” e della finanza italiana abbiano contribuito a “minare l’Accordo di Parigi”.

Tra il 2015 e il 2024, Eni ha prodotto circa 6,39 miliardi di barili equivalenti di petrolio e gas, dichiarando ogni anno l’intenzione di aumentare l’estrazione almeno fino al 2030. Secondo ReCommon, questa traiettoria porterebbe a sforamenti del 73% nel 2024 e dell’89% nel 2025 rispetto agli scenari di azzeramento netto delle emissioni o “net zero” dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, che definiscono le traiettorie compatibili con 1,5 °C.

Lo studio dedica un’analisi approfondita al settore del gas. Il gestore della rete di trasmissione Snam e le altre società europee di trasporto del metano hanno speso fino a 900mila euro in attività di lobbying a Bruxelles dopo la COP21, ottenendo quasi 50 incontri ad alto livello sui nuovi progetti infrastrutturali.

La società italiana controlla oggi oltre 40mila km di gasdotti, terminali di rigassificazione equivalenti a 28 miliardi di metri cubi di capacità annua e depositi di stoccaggio per 16,9 miliardi di metri cubi, consolidando un ruolo centrale nella filiera fossile europea.

Il rapporto sottolinea anche il peso decisivo della finanza pubblica. SACE, controllata dal Ministero dell’Economia, ha rilasciato garanzie economiche per 22,18 miliardi di euro a progetti fossili dal 2016 al 2024, rendendo l’Italia il primo finanziatore pubblico dell’industria fossile in Europa e il quarto al mondo.

A questo si aggiunge la dimensione privata: solo nel 2024, Intesa Sanpaolo, la maggiore banca italiana, ha aumentato del 18% i finanziamenti a carbone, petrolio e gas, raggiungendo 11 miliardi di dollari, con un incremento del 16% negli investimenti.

“I gruppi industriali e finanziari hanno responsabilità incomparabili rispetto al singolo individuo”, scrive in un comunicato Simone Ogno di ReCommon, ricordando che la crisi climatica produce impatti materiali e che “è arrivato il momento che i responsabili siano in prima fila a pagare i costi di questa crisi”.

Secondo l’organizzazione, il decennio post-Parigi in Italia è stato segnato da scelte che hanno rafforzato la posizione del settore fossile, anziché accelerare la transizione.

Ritardi strutturali su emissioni, PNIEC e finanza climatica

Le analisi di ECCO collocano queste dinamiche nel quadro europeo e mostrano come l’Italia sia oggi non allineata agli obiettivi comuni.

L’Unione Europea ha adottato un nuovo obiettivo di riduzione delle emissioni del 90% al 2040 e un contributo nazionale (NDC) al 2035 tra il 66,25% e il 72,5%, rispetto ai livelli del 1990. ECCO ricorda però che l’Italia ha mantenuto una posizione controversa nei negoziati, chiedendo un indebolimento dell’obiettivo e accettando l’uso di crediti di carbonio internazionali fino al 5%, misura che rischia di introdurre incertezza e minore trasparenza.

Secondo il monitoraggio annuale del Piano nazionale energia e clima (PNIEC), l’Italia mostra ritardi pronunciati nella mitigazione delle emissioni, in particolare nei trasporti e nell’edilizia.

La fiscalità energetica continua, inoltre, a favorire il gas rispetto al vettore elettrico, con effetti negativi sulla competitività delle imprese e sulle bollette. ECCO osserva che, senza una revisione del PNIEC, il Paese rischia di non raggiungere i target del 2030 e di compromettere la credibilità internazionale.

Sul fronte della finanza climatica internazionale, un nuovo studio ECCO-ODI rileva che l’Italia ha raggiunto solo il 73% della sua “quota equa”, cioè il livello di contributi finanziari che un Paese dovrebbe fornire per rispettare i principi di equità dell’Accordo di Parigi, sulla base di responsabilità storiche e capacità economica.

L’Italia, inoltre, non ha ancora versato i 100 milioni di euro annunciati alla COP28 per il Fondo Perdite e Danni. ECCO sottolinea che questi contributi non sono “beneficenza”, ma obblighi riconosciuti anche dalla Corte internazionale di giustizia, che in un recente parere ha ribadito come gli Stati siano obbligati a proteggere il sistema climatico attraverso azioni e finanziamenti coerenti.

Il think tank esprime poi preoccupazione per l’iniziativa “Belém 4x”, promossa da Brasile, India, Italia e Giappone, e che punta a quadruplicare entro il 2035 l’uso dei cosiddetti combustibili “sostenibili”, come biocarburanti, biogas/biometano, biomassa solida, E-fuel prodotti con criteri rigorosi e carburanti sostenibili per l’aviazione (SAF).

Si evidenzia infatti che la biomassa è una risorsa rinnovabile ma limitata e che gli usi energetici vanno subordinati a una gerarchia che privilegi applicazioni a più alto valore aggiunto, come materiali biologici per l’industria chimica e petrolchimica, per evitare impatti su sicurezza alimentare, ecosistemi e biodiversità.

Il contesto internazionale e il nodo della credibilità italiana

Secondo il Production Gap Report 2025, pubblicato a settembre da Stockholm Environment Institute, Climate Analytics e l’International Institute for Sustainable Development, i governi prevedono di produrre nel 2030 oltre il 120% di combustibili fossili in più rispetto al percorso compatibile con 1,5 °C, un divario in crescita rispetto alle stime del 2023.

La produzione globale prevista resta inoltre del 77% superiore agli scenari coerenti con i 2 °C, con aumenti pianificati di carbone (+7%) e gas (+5%) e livelli di petrolio e gas in aumento fino al 2050.

Anche le strategie energetiche italiane si collocano in questo quadro di ampliamento delle estrazioni e infrastrutture fossili. L’Italia, pur non essendo tra i maggiori produttori, partecipa a queste dinamiche attraverso l’impegno delle sue imprese fossili e il ruolo della sua finanza pubblica e privata.

Le letture di ReCommon ed ECCO, insomma, convergono: l’Italia mantiene una posizione ambigua, alternando sostegno alle energie pulite e difesa di asset fossili. Questo limita la sua forza negoziale in una COP che dovrebbe definire la traiettoria globale del prossimo decennio.

La COP30 come prova di coerenza

Dieci anni dopo Parigi, la COP30 è un nuovo banco di prova (Alla Cop30 in Brasile il clima aspetta ancora una svolta).

Il rapporto di ReCommon documenta come l’Italia abbia “perduto” un decennio, rafforzando il comparto fossile anziché sostituirlo e superarlo. ECCO evidenzia ritardi strutturali in mitigazione, finanza climatica e politiche interne.

Per recuperare credibilità, l’Italia dovrà presentarsi con meno parole e più atti concreti, a partire dalla revisione del PNIEC, la riforma della fiscalità energetica, contributi certi alla finanza climatica e una posizione chiara sul ruolo del gas, del petrolio e sui carburanti sostenibili.

Solo così l’anniversario dei dieci anni dall’Accordo di Parigi avrà una qualche possibilità di segnare un cambio di rotta, invece di confermare la realtà di un Paese impantanato tra obiettivi mancati e decenni perduti.

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