Abbiamo fallito l’obiettivo di Parigi, ora conteniamo i danni

Il superamento della quota fatidica di +1,5 °C indicata dieci anni fa si verificherà “molto probabilmente” entro il prossimo decennio. Lo spiega l'Unep, ricordando però che ogni frazione di grado aggiuntiva evitata sarà cruciale per l'ambiente e l'economia.

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Le proiezioni sul riscaldamento globale per questo secolo si attestano in un range che va tra i 2,3-2,5 °C nel caso della piena attuazione di tutti i Nationally determined contributions (Ndc), i piani contenenti gli impegni climatici ufficiali che ogni Paese firmatario dell’Accordo di Parigi presenta alle Nazioni Unite. Ma secondo le politiche attuali diventano 2,8 °C.

Il contenimento entro 1,5 °C sancito dalla COP francese di dieci anni fa appare un obiettivo lontano, con la nuova COP30 di Belem che parte ufficialmente oggi ed è chiamata – pur con premesse non esaltanti – a prendere atto dei fallimenti del passato per fissare con maggiore determinazione gli obiettivi futuri.

Secondo la sedicesima edizione dell’“Emissions Gap Report” dell’Unep (link in basso), il superamento della quota di +1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali si verificherà “molto probabilmente” entro il prossimo decennio.

Appurata l’inevitabilità dell’insuccesso, il rapporto rileva che il superamento delle temperature limite dovrà comunque essere contenuto attraverso riduzioni più rapide e consistenti delle emissioni per minimizzare i rischi e i danni climatici e tornare a 1,5 °C entro la fine del secolo, sebbene ciò “sarà estremamente difficile”.

Ogni frazione di grado evitata significherà minori perdite di vite e di ecosistemi, minori costi di adattamento e una minore dipendenza futura dalla carbon capture, pratica giudicata anche dall’Unep “costosa e incerta”.

Emissioni in aumento nel 2024

Negli ultimi 10 anni, sottolinea il report, si è registrato un netto calo nelle proiezioni di riscaldamento globale.

La stima basata sulle politiche attuali è passata da quasi 4 °C di aumento delle temperature a poco meno di 3 °C rispetto ai livelli preindustriali. La percentuale delle emissioni complessive coperte dagli impegni net-zero entro la metà del secolo è passata da zero nel 2015 a circa il 70% oggi.

Allo stesso tempo, i quadri di governance climatica hanno fatto passi da gigante, mentre i costi delle tecnologie a basse emissioni sono crollati. “Ciò significa che la comunità internazionale può accelerare l’azione per il clima, se lo desidera”, spiega l’Unep.

Solo che non lo sta facendo. O, almeno, non alla velocità richiesta. Le emissioni globali di gas serra hanno raggiunto i 57,7 GtCO2e (gigatonnellate di CO2 equivalente) nel 2024, con un aumento del 2,3% rispetto ai livelli del 2023. Una crescita di quattro volte superiore al tasso medio annuo registrato negli anni 2010 (0,6% all’anno).

Le emissioni globali nette di CO2 derivanti dall’uso del suolo, dal cambiamento di destinazione d’uso e dal settore forestale (il cosiddetto fattore “Lulucf“) sono aumentate del 21% nel 2024 e sono responsabili del 53% dell’aumento complessivo delle emissioni globali. Le emissioni di CO2 fossile sono invece aumentate dell’1,1% e sono state responsabili del 36% dell’aumento totale.

Il peso maggiore grava sulle principali economie del mondo, le più responsabili del declino climatico del pianeta. Dei sei maggiori responsabili delle emissioni, l’Unione europea è stata l’unica a ridurle nel 2024, come evidenzia il grafico in basso, mentre i Paesi del G20 hanno fatto registrare complessivamente un aumento. La crescita assoluta più elevata, escluso il settore Lulucf, è stata osservata in India e Cina.

Ma secondo gli analisti Unep i nuovi Ndc e gli aggiornamenti delle politiche dei membri del G20 ridurranno le emissioni previste per il 2035 solo in maniera “relativamente modesta” e la loro efficacia è “circondata da una notevole incertezza”.

Sette membri del G20 hanno presentato nuovi piani con obiettivi di mitigazione per il 2035 (Australia, Brasile, Canada, Giappone, Federazione Russa, Regno Unito e Stati Uniti d’America), mentre tre membri hanno soltanto annunciato tali obiettivi (Cina, Ue e Turchia). Nessuno ha rafforzato i propri target per il 2030.

Per i membri del G20 nel loro insieme, le emissioni di gas serra al 2035 dovrebbero ammontare a circa 4 GtCO2e. Queste stime includono anche i piani degli Usa, che rimarranno attivi solo fino a quando il Paese non uscirà dall’Accordo di Parigi nel gennaio 2026.

Come mostrato nella figura, il ritiro degli Usa avrà implicazioni significative per le stime di riduzione, di fatto dimezzandole (-4,1 GtCO2e/anno al 2030 considerando tutti i Paesi del G20 contro il -2 GtCO2e/anno dello scenario in cui Washington è esclusa).

Le stime sulle temperature

Anche le proiezioni relative alla temperatura sono solo “leggermente inferiori” rispetto allo scorso anno e ribadiscono l’importanza di un’azione immediata di mitigazione.

Il proseguimento degli sforzi previsti dalle attuali politiche limiterà il riscaldamento al di sotto dei 2,8 °C (intervallo: 2,1-3,9) nel corso del secolo con una probabilità del 66%, come mostra il grafico in basso.

Lo scenario più ottimistico basato sugli impegni inclusi nell’analisi Unep, che combina la piena attuazione degli Ndc e tutti gli impegni di azzeramento delle emissioni nette, limiterebbe il riscaldamento nel corso del secolo a 1,9 °C (intervallo: 1,8-2,3 °C) sempre con una probabilità del 66%, giudicata dall’Unep come la possibilità più concreta di raggiungere l’obiettivo migliore.

Queste proiezioni da un lato evidenziano che esiste un potenziale per ridurre significativamente il riscaldamento attraverso azioni di mitigazione immediate, ma dall’altro certificano che il superamento di 1,5 °C è sempre più vicino e che il rischio di livelli di riscaldamento ancora più elevati sta aumentando rapidamente.

“Una negligenza mortale”

L’incapacità di rispettare gli Accordi di Parigi è un “fallimento morale e una negligenza mortale“, ha affermato Antonio Guterres durante la sessione di apertura del vertice sul clima COP30 di Belém.

Parlando ai capi di stato di oltre 30 Paesi, il segretario generale delle Nazioni Unite ha definito l’obiettivo una “linea rossa” per un pianeta abitabile. Ha poi accusato le industrie del petrolio, gas e carbone di rallentare il cambiamento: “Troppe aziende stanno realizzando profitti record dalla devastazione climatica, spendendo miliardi in attività di lobbying, ingannando l’opinione pubblica e ostacolando il progresso”.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo discorso ha sostenuto che questa debba essere “la COP che mantiene 1,5 °C a portata di mano, quella che rafforza la nostra determinazione a triplicare le energie rinnovabili e raddoppiare l’efficienza energetica entro il 2030”.

Ha rivendicato che l’Ndc dell’Ue è “il secondo più ambizioso tra i principali emettitori” e ha ricordato come gli Stati membri abbiano appena concordato un obiettivo di riduzione del 90% delle emissioni entro il 2040. “L’Europa resta sulla buona strada – ha affermato – e offriamo sostegno ai nostri partner affinché facciano lo stesso, perché il mondo intero dovrebbe raccogliere i frutti della transizione pulita”.

La COP30, che si svolgerà ufficialmente dal 10 al 21 novembre, ci dirà se la risoluzione conterrà obiettivi vincolanti e climaticamente soddisfacenti oppure sarà soltanto l’ennesima occasione sprecata.

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