La crisi energetica innescata dalla guerra in Medio Oriente rischia di avere effetti duraturi sull’economia globale, tanto che l’Europa sta valutando “tutte le possibilità” per fronteggiarli, anche quelle più estreme come i razionamenti di combustibili (jet-fuel e diesel), oltre al rilascio di volumi di scorte petrolifere di emergenza.
Queste in sintesi le parole del commissario Ue all’Energia, Dan Jørgensen, intervistato il 3 aprile dal Financial Times, mentre cinque Paesi Ue chiedono a Bruxelles di introdurre una tassa sugli extraprofitti delle compagnie energetiche in risposta agli aumenti dei prezzi di gas e carburanti, sulla scia di quanto fatto nel 2022 con il “contributo di solidarietà” applicato ai produttori di energia da fonti fossili.
Lo riferisce l’agenzia Reuters, citando una lettera del 3 aprile inviata alla Commissione europea dai ministri delle Finanze di Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria.
Con la tassa, affermano i cinque Stati membri Ue, si potrebbero finanziare misure temporanee di sostegno a famiglie e imprese senza gravare ulteriormente sui bilanci pubblici. Il governo italiano, intanto, ha prorogato fino al 1° maggio il taglio delle accise sui carburanti per tamponare la crescita dei prezzi finali alla pompa di benzina e diesel.
Lo stesso Jørgensen al Consiglio Ue informale sull’energia del 31 marzo aveva ammonito che i Paesi dovrebbero valutare interventi volontari per ridurre la domanda di energia, annunciando l’imminente presentazione di un nuovo pacchetto di misure anticrisi.
Riguardo alle quotazioni internazionali, al momento di scrivere Trading Economics riporta che i “futures” del petrolio Brent si sono attestati intorno ai 109 dollari al barile, ridimensionando i guadagni dopo aver toccato in precedenza 111,81 $.
Anche i “futures” del petrolio WTI hanno ridotto i loro guadagni, attestandosi poco sopra 112 $ al barile.
Risposte poco efficaci
Finora le risposte dei governi alla crisi energetica globale sono state “poco efficaci e focalizzate sul breve termine”, scrive l’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) in un commento pubblicato online il 2 aprile.
Il quadro è peggiore rispetto allo shock petrolifero del 1973. Da più di un mese, infatti, con la chiusura dello Stretto di Hormuz il mondo perde tra il 10% e il 17% dell’offerta petrolifera globale, a fronte di un -5% per cinque mesi durante la crisi energetica del ‘73.
Anche considerando le rotte alternative per gli approvvigionamenti e il rilascio delle scorte strategiche occidentali, lo shock resta circa doppio rispetto ad allora, si spiega.
Per produrre un punto di Pil oggi il mondo ha bisogno di circa un terzo del petrolio di cui necessitava nel 1973; tuttavia, il trasporto marittimo e quello aereo restano quasi totalmente dipendenti dall’oro nero, in particolare da quei prodotti (diesel navale e carburante aereo) che derivano da tipologie di greggio in larga parte estratte nei Paesi del Golfo Persico.
Intanto gli otto Paesi dell’Opec+ (Arabia Saudita, Russia, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman) hanno annunciato il 5 aprile un lieve incremento della produzione petrolifera da maggio, pari a 206mila barili giornalieri.
Si parla poi di una possibile stagflazione, perché “l’aumento dei costi energetici si scarica lungo tutta la catena del valore e porta con sé un simultaneo aumento di inflazione e rallentamento della crescita”.
Quanto alle risposte dei governi nazionali, come detto, finora prevalgono interventi sui prezzi, tra cui tagli fiscali sui carburanti, sussidi e/o voucher, ma queste misure “tendono a mantenere artificialmente alta la domanda, sostenendo i prezzi e trasferendo risorse verso i paesi esportatori, anziché verso i cittadini”, sottolinea l’Ispi.
Prezzi del gas in Europa
Il prezzo del gas in Europa resta ancora lontano dai picchi raggiunti nel 2022 in seguito all’attacco russo all’Ucraina: siamo intorno ai 50 euro/MWh contro il livello medio di 140 euro/MWh di quattro anni fa.
Come spiega l’Ispi, a incidere sono essenzialmente due fattori:
- il ritorno al carbone in Asia costituisce un “buffer” che libera carichi di Gnl verso l’Europa;
- un mercato che prima della crisi era in surplus (grazie quasi soltanto al Gnl americano), mentre nel 2022 era già estremamente tirato prima dell’inizio del conflitto russo-ucraino.
Tuttavia, l’ammanco di gas dal Qatar insiste “su una situazione europea già fragile”, perché i Paesi Ue si sono impegnati a uscire dal gas russo entro la fine del 2027. Questo gas oggi copre ancora circa il 12% dei consumi (erano il 40% prima del 2022). Inoltre, Germania e Paesi Bassi, forti consumatori europei di gas, arrivano a fine inverno con stoccaggi molto bassi e che dovranno ricostituire.
Italia e Belgio restano tra i Paesi più esposti al Gnl del Qatar, nonostante la maggiore solidità dei rispettivi stoccaggi: se i flussi restano ridotti, rischiano di dover fronteggiare un ammanco superiore al 6% dei loro consumi, secondo l’Ispi.
In definitiva, “per ora il sistema europeo regge, ma resta estremamente esposto”, quindi “potrebbe bastare un ulteriore, piccolo shock, perché l’equilibrio salti e anche sul gas l’Europa torni in crisi”.
Serve più elettrifcazione
Wood Mackenzie sottolinea che alcuni Paesi asiatici particolarmente esposti e dipendenti dalle importazioni hanno già adottato misure di emergenza sul lato dei consumi: telelavoro obbligatorio, razionamento del carburante, ordini di riduzione della produzione industriale, dando priorità ai settori essenziali.
Riguardo alle potenziali implicazioni a lungo termine della domanda oil&gas, gli analisti evidenziano che l’Europa e l’Asia dipenderanno sempre più dalle loro riserve strategiche per garantire l’approvvigionamento di petrolio e prodotti raffinati.
La maggior parte dei Paesi dispone di alternative per garantire l’erogazione di energia elettrica, ad esempio tramite un maggiore utilizzo del nucleare e del carbone; anche l’Italia nel decreto Bollette ha previsto di ritardare l’uscita dal carbone al 2038.
Guardando alle possibili soluzioni “strutturali” alla crisi energetica attuale, i Paesi dovrebbero puntare a una maggiore elettrificazione delle loro economie riducendo la dipendenza dalle importazioni di fonti fossili, anche se tali cambiamenti richiedono diversi anni per dispiegare i loro effetti in maniera rilevante (si veda Hormuz, quanto ci costi. Perché dobbiamo investire in elettro-tecnologie).
Wood Mackenzie stima che la domanda globale di petrolio potrebbe scendere a 95 milioni di barili quotidiani entro il 2040 e a 75 milioni di barili al giorno entro il 2050, rispettivamente l’8% e il 20% in meno rispetto allo scenario di riferimento ante-crisi.



























