Crisi in Medio Oriente, l’Ue: “Possibile shock energetico e consumi da ridurre”

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La Commissione valuta due scenari: flussi in ripresa in pochi mesi oppure tensioni prolungate su petrolio e gas con effetti su prezzi e domanda. Intanto si studia un pacchetto di provvedimenti fiscali, mentre i traffici globali di greggio e prodotti si riorganizzano tra Usa, Europa e Asia.

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La Commissione europea ha avvertito i Paesi membri che, nel caso in cui il conflitto in Iran dovesse continuare, i mercati energetici si troveranno ad affrontare uno “shock prolungato dell’offerta” che costringerebbe a ridurre il consumo di carburante.

Le forniture globali, come è noto, stanno subendo gravi ripercussioni a causa della chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, rotta da cui transita il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale.

L’Europa non ha ancora dovuto affrontare carenze di approvvigionamento, ma sta fronteggiando l’impennata dei prezzi del petrolio e del gas, mentre alcuni aeroporti hanno avvertito che entro poche settimane potrebbero verificarsi le prime carenze di carburante per aerei.

Gli scenari futuri

Secondo diplomatici citati da Reuters, in un incontro a porte chiuse avvenuto ieri (15 aprile) con gli ambasciatori dei Paesi membri, l’esecutivo comunitario ha valutato due scenari principali.

Nel primo, qualora il cessate il fuoco concordato tra Stati Uniti e Iran reggesse e il blocco statunitense dello stretto venisse revocato, i flussi di petrolio e gas tornerebbero a livelli normali in pochi mesi, con una conseguente diminuzione dei prezzi.

Quelli del diesel e del carburante per aerei si attenuerebbero in seguito, entro la fine dell’estate, mentre le tensioni nel mercato globale del Gnl persisterebbero fino al 2030, a causa dei danni alle infrastrutture in Qatar.

Ma se il conflitto dovesse prolungarsi, nel secondo scenario, i mercati energetici si troverebbero ad affrontare uno shock prolungato dell’offerta e picchi di prezzo estremi, con ripercussioni lungo le catene di approvvigionamento di vari settori. La continua interruzione dell’offerta di petrolio porterebbe a una riduzione del consumo di carburante.

In questo scenario l’Europa potrebbe avere difficoltà a riempire le proprie riserve di gas prima dell’inverno (Crisi energetica, riempire stoccaggi gas “il prima possibile”).

La dipendenza dell’Europa dalle importazioni di fonti fossili ha esposto il continente all’impennata dei prezzi globali, nonostante i suoi principali fornitori siano gli Stati Uniti, la Norvegia e altri produttori al di fuori del Medio Oriente.

Cosa vuole fare l’Ue

Alla luce di queste ipotesi, la Commissione sta elaborando proposte per tentare di compensare le conseguenze della crisi energetica. Una bozza di piano strategico comunitario, visionata anch’essa da Reuters, delinea misure a breve termine volte a contenere le bollette energetiche e provvedimenti per ridurre la dipendenza dell’Europa dai combustibili fossili, al fine di proteggere il continente da future interruzioni nell’approvvigionamento.

Secondo il documento, a maggio l’esecutivo Ue proporrà modifiche alle norme fiscali del blocco per garantire che le tasse sull’elettricità abbiano un’aliquota inferiore a quella dei combustibili fossili e per consentire ai governi di azzerarle più facilmente per le industrie ad alta intensità energetica.

Bruxelles ha inoltre dichiarato che il mese prossimo presenterà ai ministri dell’Energia dei vari Paesi un catalogo di investimenti per il risparmio energetico e le cleantech per sostituire petrolio e gas, oltre a una proposta che imponga agli Stati di incentivare gli investimenti nelle tecnologie per le reti intelligenti, così da integrare maggiormente le rinnovabili nel mix energetico.

Altri elementi della bozza del piano (che potrebbero subire modifiche prima della pubblicazione) prevedono l’intervento dell’Ue, a partire da questo mese, per coordinare il riempimento dei depositi di gas dei vari Paesi, per evitare aumenti di prezzo causati da aziende che si affrettano ad acquistare simultaneamente. Potrebbe infine essere proposto un obiettivo di elettrificazione entro l’estate, per incentivare le industrie ad abbandonare i combustibili fossili.

La preoccupazione di Iea, Fmi e Banca mondiale

Intanto, i capi dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca mondiale si sono riuniti nell’ambito del gruppo di coordinamento istituito all’inizio di aprile per massimizzare la risposta delle rispettive istituzioni all’impatto energetico ed economico della guerra in Medio Oriente.

Al termine della riunione hanno rilasciato una dichiarazione in cui si ribadisce che “lo shock ha portato a un aumento dei prezzi del petrolio, del gas e dei fertilizzanti, suscitando preoccupazioni per la sicurezza alimentare e la perdita di posti di lavoro. Alcuni produttori di petrolio e gas in Medio Oriente hanno inoltre registrato una drastica perdita di ricavi da esportazioni”.

Anche dopo la ripresa dei flussi marittimi regolari attraverso lo Stretto, si legge nella nota, “ci vorrà del tempo prima che le forniture globali di materie prime essenziali tornino ai livelli prebellici, e i prezzi di carburante e fertilizzanti potrebbero rimanere elevati per un periodo prolungato”.

A causa delle interruzioni delle forniture “è probabile che la carenza di materie prime chiave abbia ripercussioni sui settori energetico, alimentare e non solo”.

Nuovi modelli di commercio globale

Secondo dati riportati da Wood Mackenzie, tra l’inizio di febbraio e l’inizio di marzo le esportazioni di greggio dal Medio Oriente sono crollate di quasi il 60%, passando da 18,7 milioni di barili al giorno a 5,9 milioni a causa della paralisi dello Stretto di Hormuz.

Questa interruzione ha innescato un “riallineamento energetico globale” senza precedenti, con l’Europa che ha importato quantità record di greggio e prodotti raffinati dal Nord America, esportando al contempo un surplus di benzina e olio combustibile verso l’Asia.

“Non si tratta di un’interruzione temporanea, bensì di un cambiamento strutturale nei flussi energetici globali”, afferma in una nota Javier Solis, analista del team marittimo di Wood Mackenzie. “Il deficit di gasolio e l’eccedenza di benzina in Europa – aggiunge – uniti al ruolo dell’Asia come valvola di equilibrio, rappresentano uno scenario in continua evoluzione in cui prezzi e flussi rimangono strettamente legati alle decisioni politiche piuttosto che a segnali puramente commerciali”.

Le importazioni di greggio dagli Stati Uniti hanno raggiunto 1,41 milioni di barili al giorno nell’ultima settimana di marzo, mentre i carichi di greggio canadese sono aumentati del 16% a 1,019 milioni di barili al giorno, con flussi crescenti verso Germania e Irlanda. Questi volumi hanno permesso alle raffinerie europee di mantenere la capacità produttiva, in particolare per benzina e olio combustibile, nonostante la persistente scarsità di gasolio.

Il mercato europeo del diesel si trova invece ad affrontare un deficit strutturale dovuto a molteplici fattori. Il dirottamento verso est di 3,6 milioni di tonnellate di distillati provenienti dal Golfo Persico e dall’India ha di fatto eliminato la tradizionale fornitura verso ovest.

Contemporaneamente, sempre nell’ultima settimana di marzo, le esportazioni di diesel dal Baltico sono crollate del 76,7%, tagliando fuori un’altra fonte chiave. Così i prezzi del diesel in Europa sono rimasti al di sopra dei 2 euro al litro, sostenuti dalla forte dipendenza dalle importazioni di greggio premium dagli Stati Uniti e dalle continue interruzioni della fornitura di petrolio direttamente collegate alla crisi dello Stretto di Hormuz.

Nonostante la scarsità di gasolio, l’Europa sta esportando benzina senza piombo e olio combustibile in eccesso verso Asia e Africa. Le esportazioni di carburante a est di Suez sono aumentate del 79,7% su base settimanale, raggiungendo le 591.685 tonnellate, principalmente verso Pakistan e Sudafrica. Anche quelle di fuel oil hanno registrato un’accelerazione, con Singapore che ha assorbito 336.260 tonnellate di offerta proveniente dall’Europa.

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