La transizione energetica e il cambiamento climatico stanno ridisegnando la geografia dei conflitti.
Due recenti policy brief (link in basso) del Joint Research Centre (Jrc) della Commissione europea, il servizio scientifico che fornisce evidenze e analisi indipendenti a supporto delle politiche Ue, mettono a fuoco due aspetti cruciali in questo senso: il ruolo del clima come fattore di instabilità e le implicazioni geopolitiche della decarbonizzazione.
Il punto di partenza è il clima: abbiamo già raggiunto circa +1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali e, con le politiche attuali, ci si avvia verso un riscaldamento di circa +2,8 °C entro fine secolo.
Parallelamente, i conflitti armati sono in aumento: nel 2024 si sono registrati 61 conflitti (tra Stati diversi o “civili”), il numero più alto mai osservato, insieme al livello più elevato di vittime degli ultimi quarant’anni.
La coincidenza di queste due tendenze ha alimentato l’idea di un legame diretto tra clima e guerra. In parte è vero, tanto che anche gli stessi conflitti alimentano il disastro climatico (Perché il riarmo è anche un suicidio climatico). Ma la realtà è più complessa.
Il global warming moltiplica i rischi
I ricercatori convergono su un punto: il cambiamento climatico, più che costituire una causa diretta di conflitto, agisce come un moltiplicatore di rischio.
Eventi come siccità, alluvioni o ondate di calore possono aumentare le tensioni sociali, ma solo in contesti già fragili, caratterizzati da povertà, dipendenza da agricoltura pluviale, istituzioni deboli o storia di violenza.
In queste condizioni, gli impatti causata dai mutamenti climatici (perdita di reddito, insicurezza alimentare, scarsità di risorse) possono superare la capacità di adattamento delle comunità e contribuire alla mobilitazione violenta.
È un meccanismo indiretto e profondamente dipendente dal contesto. Non a caso, l’evidenza empirica mostra che il clima incide più sulla frequenza e sull’intensità dei conflitti che sulla loro origine. E il suo effetto è più visibile nei contrasti locali e a bassa intensità, come quelli intercomunitari, piuttosto che nelle guerre civili o tra Stati.
Il caso della Siria è citato a esempio: la grave siccità che ha preceduto la guerra civile ha aggravato le condizioni socioeconomiche, ma non è stata la causa della rivolta, nata da tensioni politiche e degenerata per la risposta repressiva del regime.
Petro-Stati sotto la lente
Al cambiamento climatico come fattore di rischio indiretto si affianca poi il processso di transizione energetica, che introduce invece una trasformazione strutturale con implicazioni geopolitiche più immediate. La sostituzione delle fonti fossili con energie rinnovabili comporta una redistribuzione massiccia di potere economico e politico.
I numeri sono eloquenti: la capacità installata di rinnovabili è destinata quasi a quadruplicare entro il 2035, mentre la spesa globale per combustibili fossili, oggi intorno ai 1.000 miliardi di dollari annui, dovrebbe ridursi di circa due terzi.
Questo cambiamento colpisce in modo asimmetrico i Paesi produttori di energie fossili. I grandi esportatori a basso costo, in particolare i membri dell’Opec, continueranno a dominare un mercato più piccolo. Ma per molti altri Paesi, soprattutto quelli con economie poco diversificate, il calo strutturale delle entrate petrolifere può diventare una minaccia alla stabilità interna.
La storia dei petro-stati insegna che le rendite da idrocarburi hanno spesso sostenuto sistemi politici fragili, permettendo ai governi di distribuire sussidi, mantenere reti clientelari e reprimere il dissenso. Quando queste entrate diminuiscono, l’equilibrio si incrina.
Il rischio maggiore si concentra proprio nella fase di passaggio: la perdita di risorse fiscali può portare a proteste, instabilità e, in alcuni casi, violenze. Episodi recenti di crisi economica e sociale in Paesi dipendenti dal petrolio mostrano come questi scenari siano tutt’altro che teorici.
I rischi associati ai minerali critici
Se il petrolio è in declino, un’altra categoria di risorse è in forte ascesa: i minerali critici necessari per la transizione energetica. Rame, litio, nichel e terre rare sono fondamentali per batterie, turbine e pannelli solari, e il loro valore di mercato è destinato a più che raddoppiare, raggiungendo circa 770 miliardi di dollari entro il 2035.
A differenza del petrolio, però, questi materiali presentano caratteristiche diverse. Generano rendite meno concentrate, pesano meno sul Pil nazionale e sono più facilmente sostituibili o riciclabili, grazie anche ai processi innovativi. Per questo motivo, è improbabile che producano instabilità su scala nazionale simile a quella osservata nei petro-stati. Qui i rischi sono soprattutto locali: conflitti legati all’accesso alle risorse, distribuzione iniqua dei benefici, espropri di comunità e violazioni dei diritti umani.
Queste dinamiche sono già visibili in alcune aree, come nella Repubblica Democratica del Congo per il cobalto. Con l’aumento della domanda globale, è probabile che tali tensioni si intensifichino e si estendano a nuove regioni. Inoltre, la concentrazione geografica di alcune risorse apre la strada a nuove forme di competizione geopolitica e persino a strumenti di coercizione economica, come dimostrano le restrizioni all’export di terre rare.
Intervenire sulle vulnerabilità
Nel complesso, gli esperti del Joint Research Centre convergono su un punto: esistono rischi per la sicurezza sia legati al processo di transizione energetica che ad eventi climatici come la siccità. Ma sono e saranno sicuramente inferiori a quelli di un mondo che non riuscirà a contenere il riscaldamento globale.
Uno scenario climatico fuori controllo comporterebbe infatti impatti sistemici e duraturi molto più gravi, con effetti a cascata su risorse, migrazioni e stabilità politica.
Ridurre questi rischi significherà intervenire rafforzando le istituzioni, diversificare le economie, migliorare la gestione delle risorse naturali e garantire inclusione sociale. Azioni che richiedono la messa a terra di politiche climatiche comuni che puntino a non amplificare disuguaglianze o tensioni già esistenti.
Comprendere la complessità di questo processo è il primo passo per evitare che la transizione verde diventi, a sua volta, un’ulteriore fonte di instabilità.





























