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Clima: le temperature killer sono già qui… con 30 anni di anticipo

Un metodo di misura, TBU, mima quanto accade nel nostro corpo quando è esposto al calore dell’aria. E ci dice che anche temperature non particolarmente alte, ma associate a livelli di umidità elevata, possono essere mortali.

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Le temperature del mondo stanno raggiungendo sempre più spesso livelli elevatissimi. Altro che covid-19!

Un’altra minaccia globale, il cambiamento climatico, sta già diventando più mortale delle pandemie, e in un modo a cui sfuggire sarà molto più arduo che con i virus.

Il pericolo verso cui stiamo andando senza accorgersene, distratti dalla pandemia, dall’economia, dalla politica e dalle mille altre cose che al momento pare vengano prima del pericolo climatico, ha un nome curioso: “temperatura a bulbo umido”, o TBU.

Cos’è la misura TBU

In pratica è la temperatura a cui arriva un termometro, quando il suo bulbo viene coperto con una garza imbevuta di acqua alla stessa temperatura dell’aria. L’evaporazione dell’acqua abbassa la temperatura del bulbo, così che la TBU risulta normalmente molto più bassa di quella ambiente.

«Si tratta di un metodo di misura che mima quanto accade nel nostro corpo, quando è esposto al calore dell’aria», spiega Colin Raymond, climatologo della Columbia University.

«Visto che la nostra temperatura interna si aggira sui 36,5 °C il semplice scambio termico fra l’aria e la pelle asciutta, diventerebbe insufficiente ai 35-36 °C di temperatura esterna, impedendo il raffreddamento del corpo, e addirittura si invertirebbe sopra quel livello. Ma possiamo resistere a temperature ben più alte perché il nostro sistema di raffreddamento si basa sul sudore: la pellicola di acqua che ci copre quando fuori è caldo, ci permette con la sua evaporazione di resistere molto sopra i 36 °C, mantenendo costante la temperatura interna».

Questo sistema, però, perde efficienza via via che l’umidità dell’aria cresce e il sudore evapora sempre meno, per questo soffriamo tanto nelle giornate afose: il nostro corpo fatica a raffreddarsi.

La TBU registra quindi quanto sia facile o difficile raffreddarsi tramite evaporazione: stesse TBU si possono raggiungere quindi con diversi livelli di umidità e calore.

Per esempio, una gradevole TBU di 21 °C si può avere a 28 °C di temperatura e con aria secca al 10% di umidità, ma anche con aria umidissima all’80% e 21 °C, mentre, al contrario una opprimente TBU di 29 °C, si ha sia con 36 °C e umidità al 30%, che con soli 31 °C, ma umidità al 90%.

«Già con una TBU superiore a 27 °C, però, tutti cominciano a provare disagio, sopra i 29 °C è impossibile lavorare fisicamente; sopra i 32 °C di TBU c’è un reale rischio di colpi di calore e morte, anche restando inattivi: il corpo non ce la fa più a raffreddarsi da solo».

In genere le tabelle che indicano la TBU si fermano a 34 °C, oltre i quali la morte è questione di minuti, perché, si credeva, sul nostro pianeta simili combinazioni di caldo e umidità sono quasi inesistenti.

I modelli climatici indicavano però che TBU di 35 °C, sarebbero cominciate ad apparire in vari punti dei tropici solo intorno al 2050, se le temperature fossero cresciute come hanno fatto in questi ultimi anni.

«E invece non è così, non solo si verificano già TBU di 35 °C, ma livelli mortali di quell’ordine di grandezza stanno diventando sempre più comuni».

I dati raccolti nel mondo

Raymond lo ha annunciato con uno studio pubblicato su Science Advances (in basso il pdf) dopo aver analizzato una serie di dati raccolti da Met Office inglese su temperature e umidità rilevate da stazioni meteo in tutto il mondo dal 1979 in poi.

«In questa serie sono disponibili i dati ora per ora, e abbiamo potuto così trovare i momenti in cui le TBU salivano oltre i livelli pericolosi. Fra il 2015 e il 2017 abbiamo individuato ogni anno circa 60mila casi in cui si sono superate TBU di 27 °C, 500 volte in cui si sono sfondati i 31 °C e 20 volte in cui si è andati oltre i 33 °C, con tre casi in cui si sono toccati i 35 °C di TBU, quindi condizioni di inabitabilità per gli esseri umani».

«La cosa più preoccupante – ha spiegato Raymond – è che questi momenti con TBU estreme, sono praticamente raddoppiati dal 1979 in poi, e anche se nel 1998, a causa di un forte El Nino (riscaldamento periodico del Pacifico orientale, ndr), si ebbe un picco nelle TBU estreme in tutto il mondo, neanche allora si arrivò ai 35 °C visti in questi ultimi anni».

I tre sfondamenti della soglia “mortale” si sono verificati a Jacobabad, nella Valle dell’Indo in Pakistan, e Bandar Mahshahr, Iran, e Ras al Khaimah, negli Emirati Arabi Uniti, sul Golfo Persico.

«I casi erano finora passati inosservati, perché la soglia era stata superata solo per poche ore, e in genere i dati meteo vengono considerati solo facendo le medie su tempi più lunghi. Non si sa cosa sia successo nelle città in quel periodo a 35 °C di TBU; non ci sono stati comunque rapporti su picchi di morti per colpi di calore. Probabilmente la popolazione, già abituata a condizioni meteo estreme, si è ritirata in edifici con aria condizionata, o almeno nelle stanze più fresche delle case, o si è immersa in acqua o bagnata, fino a che le condizioni sono tornate più vivibili».

In effetti, però, per avere stragi da colpi di calore bastano molto meno di 35 °C di TBU: le decine di migliaia di morti registrati per le ondate di calore in Europa nel 2003 e in Russia nel 2010, si sono verificati con TBU intorno ai 28 °C.

«Probabilmente perché hanno colpito persone, per lo più anziane e malate, non abituate a combinazioni di temperature e calore così alte, che non hanno capito il pericolo e non si sono difese adeguatamente, magari uscendo all’aperto nei momenti più pericolosi o restando in edifici non adatti a tenere fuori il caldo umido. Per questo il vero allarme è nella domanda: queste temperature estreme sono destinate a diventare ancora più comuni e apparire in altri luoghi del mondo, meno pronti a sopportarle? La risposta, purtroppo, è sì, è molto probabile, visto che la loro crescita prosegue in parallelo a quella delle temperature massime creata dal cambiamento climatico».

Oggi le aree del mondo dove Raymond e colleghi hanno registrato le TBU più pericolose sono tutte zone tropicali, poste di fronte a mari molto caldi e con acque poco rimescolate dalle correnti, o circondate da campi irrigati intorno, con venti che spingono verso terra l’umidità, bloccata poi sul posto da alture: Valle dell’Indo, Golfo Persico, costa orientale del Mar Rosso, Golfo del Messico meridionale.

«Ma le aree interessate da TBU pericolose, entro 10 anni, per il cambiamento climatico, potrebbero estendersi di molto, raggiungendo luoghi con grandi metropoli e popolazioni povere e non così abituate a difendersi da esse, per esempio il Golfo del Bengala, con Madras, Calcutta e Dacca, quello del Siam, con Bangkok e Saigon, la costa del Sahel occidentale, con Dakar e Lagos, la costa nord del Sudamerica e persino il Mediterraneo Orientale, ad esempio al Cairo. Ondate di calore pericolose potrebbero arrivare anche in Puglia; a Taranto si è registrato la TBU maggiore in l’Italia, e in Sicilia».

Che cosa si può fare per difendersi?

«Le aree più rischio dovrebbero prepararsi vietando il lavoro all’aria aperta nei periodi pericolosi, creando rifugi con ombra e fresco per la popolazione più indifesa, quella che non si può permettere l’aria condizionata in casa, chiedendo di rimandare l’irrigazione dei campi intorno ai centri urbani nei momenti di maggior calore e forse, piantando foreste lungo le coste: la vegetazione ha un effetto mitigante sulle temperature. Però bisogna anche stare attenti all’aumento dell’umidità che provoca la traspirazione dalle foglie. Ma ovviamente la cosa più importante da fare è compiere ogni sforzo per bloccare il più rapidamente possibile il cambiamento climatico». conclude Raymond.

  • Lo studio di Colin Raymond (pdf)
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