Un sondaggio presentato mercoledì scorso all’evento Renael Green Horizon 2026 mostra che l’86% degli italiani dichiara che il cambiamento climatico sta già peggiorando loro la vita.
D’altra parte, ci dicono altri dati, solo nell’estate da poco conclusa a causa del clima abbiamo perso oltre 27 miliardi di euro in produzione, senza contare gli altri danni, anche sanitari.
In un paio di decenni, secondo una proiezione Cmcc (Centro mediterraneo per i cambiamenti climatici), il global warming potrebbe costarci fino al 6% del Pil, con relativo impatto sui conti pubblici.
Ma se investissimo ora per rallentarlo e adattarci, per ogni euro impegnato ne otterremmo fino a 7 risparmiati. Eppure non stiamo facendo quel che serve e il clima non sembra avere la rilevanza che merita nell’agenda politica, sorpassato da altri temi che creano allarmi, più basati sulla percezione che sui dati.
La colpa? È della democrazia, si potrebbe dire, con quella che, di questi tempi va sottolineato, è una provocazione: come da famosa citazione di Churchill, quella democratica resta “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate finora”.
Spiegamolo meglio: è per la ricerca spasmodica del consenso sul breve termine di una campagna elettorale permanente se non riusciamo ad avere la lungimiranza su clima e politica industriale che dimostrano altre nazioni, in primis la Cina, che, pur con i suoi inaccettabili lati oscuri su libertà e diritti umani, sembra l’unica che stia mettendo in atto efficacemente un piano su sfide globali quali elettrificazione, passaggio alle rinnovabili, AI e, appunto, clima.
L’Unione europea se una direzione chiara su questi temi sembra averla e anche spesso con ambizioni rilevanti, è poi paralizzata dai freni messi da alcuni Stati membri, sempre più in mano a forze anti-Green Deal, come nel nostro Paese.
Il problema del consenso è che, mentre alcuni temi, come immigrazione e ordine pubblico, colpiscono di più l’emotività e si possono “affrontare” a suon di decreti a costo quasi zero, gli investimenti per affrontare la crisi climatica e accelerare la transizione energetica richiedono risorse e scelte a volte impopolari oggi, mentre gran parte dei benefici si potranno vedere ben oltre le prossime elezioni.
Clima, gli effetti ora si sentono
Eppure il clima che cambia sta colpendo anche chi non si era mai interessato della questione.
Lo mostra l’indagine dell’Istituto Piepoli per Renael (pdf in basso), su un campione di mille adulti intervistati a settembre 2026: l’88% percepisce un aumento degli eventi meteorologici estremi nel proprio territorio, l’86% ritiene che la crisi climatica incida sulla qualità della vita e sulla salute fisica. Altrettanti temono gli effetti di clima ed energia nei prossimi dieci anni.
Nell’ultimo anno il 64% dichiara di aver vissuto ondate di calore, il 45% piogge intense e il 31% siccità. Il 52% riferisce disturbi fisici, il 50% limitazioni alle attività all’aperto e il 48% maggiori spese per il comfort termico. Esperienze e percezioni dichiarate che mostrano quanto il problema sia entrato nella vita quotidiana.
Ci sono poi i dati dell’estate 2026. Allianz Research stima in 27,8 miliardi di euro la produzione persa per il caldo estremo, pari a 1,19 punti percentuali di crescita annua in meno. Coldiretti valuta in oltre 3 miliardi i danni agricoli da caldo, siccità, grandinate e incendi.
A Torino, durante l’ondata del 18-30 giugno, la mortalità degli over 65 ha superato del 35% quella attesa: dati di mortalità impressionanti con grande probabilità correlati al caldo, anche se ovviamente non direttamente attribuibili.
Nel sondaggio Piepoli-Renael, il 70% giudica scarso o nullo l’impegno del proprio Comune contro gli effetti del cambiamento climatico. Il 52% chiede più alberi e verde urbano, il 45% zone d’ombra, il 39% una migliore gestione delle acque.
L’87% concorda sulla necessità di cambiare il modo in cui produciamo e utilizziamo energia, ma solo il 36% chiede incentivi a rinnovabili e comunità energetiche, il 34% edifici più efficienti, mentre l’85% chiede di coinvolgere maggiormente i territori nelle decisioni sulla transizione.
Il caro energia completa il quadro: l’88% dice che le bollette pesano sul bilancio familiare e il 61% ha rinunciato almeno qualche volta a riscaldare o raffrescare adeguatamente casa per ragioni economiche, quota che sale al 71% al Sud.
Non è ovviamente una misura ufficiale della povertà energetica, ma un dato che ci ricorda che la nostra dipendenza dalle fossili, esposte alle crisi internazionali, è un’altra ragione per accelerare su rinnovabili, accumuli ed elettrificazione.
Il conto per l’economia italiana
Un altro set di dati che stride con la scarsa attezione che clima e transizione hanno nell’agenda politica viene dal rapporto scientifico Rischio climatico in Italia: scenari, costi e opzioni di risposta, pubblicato dal Cmcc a luglio e ripreso dal white paper Deloitte, di cui avevamo già scritto.
Se l’estate passata vi è sembrata infinita e insopportabile, sappiate che si stima che entro metà secolo avremo da 30 a 58 giorni aggiuntivi all’anno con condizioni di ondata di calore. La siccità potrebbe aggravarsi, specie al Nord: in Piemonte ed Emilia-Romagna la severità crescerebbe di 3-3,5 volte.
Per le infrastrutture, le stime riprese nello studio indicano danni diretti annui in aumento dai 420 milioni del periodo 1981-2010 a 2 miliardi di euro nel 2030 e 5 miliardi a metà secolo. Con gli effetti indiretti si arriverebbe a 11,5-18 miliardi l’anno nel 2050, valori da non sommare alle stime sul Pil.
Secondo i modelli illustrati, il Pil nel 2050 potrebbe essere inferiore dall’1,6 al 6% rispetto a una traiettoria senza danni climatici. Nello scenario emissivo tendenziale la crescita economica media annua tra 2025 e 2050 sarebbe più bassa di circa il 15% in termini relativi, non di 15 punti percentuali.
Anche i conti pubblici sarebbero colpiti e negli scenari più severi lo spread climatico potrebbe aumentare di 42-46 punti base il premio a rischio sui titoli di Stato.
Se lo Stato volesse mantenere invariato il saldo primario, compensando le conseguenze economiche del cambiamento climatico senza aumentare il disavanzo, dovrebbe poi ridurre le spese pubbliche sulle quali ha maggiore libertà di intervento.
Secondo la simulazione, nel 2050 queste risorse potrebbero risultare inferiori fino al 19% rispetto a uno scenario senza danni climatici. Una scelta che avrebbe a sua volta conseguenze economiche e sociali, non quantificate dal modello.
Pagare prima, risparmiare dopo
La Commissione europea stima, secondo il rapporto, che per l’adattamento in Italia servano circa 10 miliardi l’anno. Ogni euro speso in prevenzione può evitare, a seconda dell’intervento, danni per 4-7 euro.
Invece, nonostante il Piano nazionale di adattamento approvato nel 2023 prevedesse l’Osservatorio nazionale entro marzo 2024, questo è diventato operativo solo nel 2026 e, secondo l’ultima ricognizione Ispra (riferita a marzo 2025), risultavano approvate appena sette strategie regionali e due piani operativi.
Sul fronte della decarbonizzazione, a fine 2025 le rinnovabili si sono fermate al 20,5% dei consumi finali lordi di energia, quasi cinque punti percentuali sotto il 25,3% previsto dalla traiettoria del Pniec. Per raggiungere l’obiettivo del 39,4% di rinnovabili al 2030, la quota dovrebbe quindi quasi raddoppiare in appena cinque anni.
Il ritardo riguarda anche il taglio delle emissioni: secondo le proiezioni Ispra, con le politiche attuali i settori non coperti dall’ETS arriverebbero al 2030 con una riduzione del 31% rispetto al 2005, contro l’obiettivo vincolante del 43,7%.
Sempre meno clima nell’agenda pubblica
Eppure di adattamento si sente parlare solo per qualche giorno dopo che un evento meteo estremo ha riempito le pagine di cronaca; di rinnovabili, quando se ne parla, lo si fa spesso dipingendole come una minaccia per i territori, mentre le misure per tagliare le emissioni da edifici o trasporti sono presentate come una minaccia per il portafoglio di famiglie e aziende.
L’Osservatorio di Pavia, per Greenpeace, rileva che tra 2022 e 2025 le notizie con il clima come tema centrale sono diminuite del 26,1% nei cinque quotidiani esaminati e del 52,9% nei sette Tg serali.
Nel 2025 le cause del riscaldamento globale venivano esplicitate soltanto nel 13,2% degli articoli e nel 13% dei servizi.
Tra 2024 e 2025, inoltre, le notizie sulla transizione energetica senza un riferimento esplicito alla crisi climatica sono raddoppiate sui quotidiani e quintuplicate nei Tg. Si parla più facilmente di costi e vincoli che delle ragioni per cambiare.
E ancora: nella campagna per le europee del 2024 solo il 7,6% delle dichiarazioni di undici leader di maggioranza e opposizione monitorate dall’Osservatorio affrontava il riscaldamento globale in modo argomentato.
Forse anche per questo, la preoccupazione diffusa per il clima che emerge dal sondaggio Piepoli-Renael non diventa automaticamente priorità elettorale, mostrano altre rilevazioni.
Per Ipsos, ad esempio, a settembre 2026 (pur con un aumento del 7% in un mese) soltanto il 26% degli italiani indicava il clima fra le tre maggiori preoccupazioni nazionali.
Una politica miope
Qui torniamo alla critica a una politica guidata solo dalla ricerca del consenso. I costi della transizione sono visibili subito e spesso concentrati su alcune categorie; i benefici si distribuiscono fra molti e su decenni.
Un danno evitato non porta voti, un provvedimento immediato li può far perdere. Questo approccio probabilmente è dietro gli attacchi del governo al Green Deal, con Giorgia Meloni che ha rivendicato il suo impegno per rimetterne in discussione l’architettura e Matteo Salvini che ne ha chiesto addirittura la sospensione.
Il rilancio del nucleare può funzionare nello stesso modo sul piano del consenso: una sorta di bacchetta magica, cioè la promessa di risolvere il problema energetico senza cambiare troppo nell’immediato. Non importa se costi e tempi dei nuovi reattori restano incerti e il loro eventuale contributo arriverebbe troppo tardi, mentre ci sono altri investimenti che possiamo e dobbiamo fare adesso in rinnovabili, batterie, reti, efficienza.
Anche le opposizioni, pur sostenendo la decarbonizzazione nei loro programmi, faticano a imporla nell’agenda dominata da maggioranza e media. E nei territori emergono contraddizioni come l’opposizione alle Fer in molti territori. Un caso per tutti quello della Sardegna, dove come noto la Giunta Todde, sostenuta da M5S e Pd, ha introdotto restrizioni agli impianti rinnovabili, alcune dichiarate illegittime dalla Corte costituzionale.
Certo, paesaggio e partecipazione vanno tutelati, ma assecondare il Nimby agli impianti fa sorgere il sospetto di una ricerca di consenso facile, fuggendo dal problema urgente di decarbonizzare il sistema economico. Continuiamo così a discutere di quanto costa agire, molto meno di quanto ci costerà aspettare.




























