Grazie a una campagna di stampa, una relativamente innocua legge tecnica sul riscaldamento degli edifici può diventare in pochi mesi un caso nazionale, trasformarsi in simbolo di “imposizione ideologica”, finire svuotata in Parlamento e incidere perfino sulla posizione di un paese nei negoziati Ue.
È la vicenda del Gebäudeenergiegesetz o Geg, cioè la legge tedesca sull’energia negli edifici, discussa e poi in gran parte svuotata nel corso del 2023.
A ricostruirla è un recente paper pubblicato su Energy Research & Social Science (link in basso) che analizza 333 articoli di Bild, usciti tra gennaio 2023 e marzo 2024. Si sostiene che la copertura del tabloid abbia contribuito a ridefinire il dibattito, influenzando indirettamente le modifiche alla legge e la posizione di Berlino nei dossier Ue.
Una legge che non era nuova
Il Geg in realtà era già in vigore dal 2020, approvato da un governo guidato dalla Cdu. La coalizione semaforo, formata da Spd, Verdi e liberali della Fdp, voleva rafforzarlo: dal 2025 i nuovi sistemi di riscaldamento avrebbero dovuto usare almeno il 65% di energia rinnovabile.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la scadenza era stata anticipata al 2024, anche per ridurre la dipendenza dal gas russo. La proposta non imponeva di rimuovere le caldaie funzionanti, ma riguardava i nuovi impianti. Ma quando una bozza filtrò nel febbraio 2023, Bild la ribattezzò “Heizungshammer”, il “martello sul riscaldamento”.
Ad aprile 2023 il governo approvò una bozza, poi l’iter si inceppò. La Fdp ne bloccò il percorso per settimane, la coalizione negoziò modifiche e a giugno il requisito del 65% fu limitato ai nuovi edifici nei nuovi sviluppi edilizi.
Per tutti gli altri edifici, l’obbligo fu rinviato all’adozione dei piani comunali del calore, cioè gli strumenti con cui i Comuni definiscono come decarbonizzare il riscaldamento nelle diverse zone, con scadenze al 2026 per le città maggiori e al 2028 per i Comuni più piccoli. A settembre 2023, infine, il Bundestag approvò un testo più debole.
Il lessico della paura
Nel corpus Bild, “Heizungshammer” e varianti compaiono oltre 250 volte e vengono ripresi in oltre 1.100 articoli della stampa tedesca. “Heizungsverbot”, cioè “divieto di riscaldamento”, appare in 800 articoli, pur riferendosi a una legge che non vietava l’uso delle caldaie già installate.
Il collegamento con l’idea di “ideologia” compare in 660 articoli; i riferimenti alla “Verunsicherung”, incertezza o disorientamento dei cittadini, superano quota 2.500.
La parola più frequente nel corpus Bild è Habeck: Robert Habeck, allora ministro dell’Economia e vicecancelliere verde, viene citato 839 volte, più di due volte per articolo in media. Una legge nata da due ministeri, sostenuta da una coalizione e votata dal Parlamento viene raccontata come il progetto di un singolo ministro.
Tre le strategie individuate dagli autori dunque troviamo personalizzazione, allarmismo economico e framing ideologico.
Dai titoli alle norme
Lo studio chiaramente non dimostra che la Bild, da sola, abbia cambiato la legge, ma è evidente il ruolo che questa narrazione ha assunto nel gioco politico e sull’opinione pubblica.
Il partito di estrema destra populista Afd lanciò un sito per fermare il “martello del riscaldamento”; la Cdu avviò una campagna analoga; la Fdp, partner di governo, chiese modifiche sostanziali; Spd e Verdi finirono per accettarle.
Nel frattempo, come abbiamo raccontato su QualEnergia.it nel settembre 2023, la Germania cambiò linea anche in Europa. Prima favorevole alla stretta Ecodesign sulle caldaie a gas, Berlino passò a una posizione contraria, rendendo molto più difficile lo stop Ue alle caldaie fossili autonome dal 2029.
Uno degli autori dello studio sui 333 articoli Bild, in un post di presentazione della ricerca, aggiunge che la campagna stampa si è mossa mentre erano attive pressioni di lobbying contro la legge, comprese quelle di parti dell’industria del gas.
Una lezione anche per l’Italia
Il caso tedesco ci interessa perché anche in Italia alcune politiche della transizione sono raccontate in un’ottica di paura, costo e imposizione dall’alto.
Non a caso sono narrazioni perfette per nutrire quelle emozioni che portano consenso a populisti e sovranisti.
Un esempio è l’Epbd, la direttiva europea sulle prestazioni energetiche degli edifici, diventata “direttiva Case Green”. Già nel 2023, con il testo ancora in discussione, in Italia si parlava di “attacco alla casa”, “patrimoniale camuffata” o “eco-patrimoniale europea”.
Poi, su alcuni quotidiani di destra, sono comparsi titoli su “case nel mirino Ue”, “follia green”, conti da centinaia di miliardi, immobili svalutati e panico tra i proprietari.
Di fronte a questo racconto serve poco spiegare, come abbiamo fatto, che la direttiva non introduce obblighi automatici di ristrutturazione per i singoli proprietari residenziali, né sanzioni o divieti generalizzati di vendita e affitto per le case meno efficienti, mentre porterebbe diversi vantaggi anche economici.
Una politica complessa, con costi e nodi reali, è stata spesso tradotta in minaccia immediata per il patrimonio delle famiglie, puntando a generare indignazione e timore, anziché ad analizzarne gli impatti.
Uno schema simile si è visto sullo stop Ue alla vendita di nuove auto a benzina e diesel dal 2035, raccontato spesso più come rischio per industria e occupazione che dentro il quadro climatico e industriale della transizione.
Ma l’altro esempio più eclatante è la dura campagna contro i grandi impianti a fonti rinnovabili. Su QualEnergia.it, ad esempio, abbiamo raccontato la lunga offensiva dell’Unione Sarda, con un vocabolario centrato su invasione, speculazione e difesa del territorio, mentre la stessa testata continuava a sostenere le opzioni fossili come la metanizzazione dell’isola.
Basterebbe poi ricordare che, secondo il rapporto annuale Osservatorio di Pavia-Greenpeace su media e crisi climatica, tra 2022 e 2025 gli articoli sul clima nei quotidiani italiani sono calati del 26% e i servizi dei Tg del 53% e, se le rinnovabili restano tra le soluzioni più citate, le narrative critiche compaiono in circa un quarto dell’informazione analizzata.
Comunicare prima e comunicare meglio
La lezione che arriva dal caso della Geg, però, non è che ogni opposizione a una politica climatica sia destinata ad avere successo tramite la disinformazione. La legge tedesca aveva problemi reali come una comunicazione debole, sussidi tardivi, poca chiarezza iniziale su chi avrebbe pagato.
In altri casi norme simili hanno avuto destini migliori. Gli autori della ricerca citano in positivo Danimarca e Paesi Bassi, che hanno seguito tempi lunghi comunicati con anni di anticipo, senza una pressione paragonabile a quella tedesca.
Non basta, insomma, scrivere una norma tecnicamente sensata, ma bisogna spiegare prima costi, tempi, tutele e alternative, altrimenti lo spazio viene occupato da attacchi semplicistici, allarmistici o sfruttati a fini politici.
Le regole su caldaie, auto o autorizzazioni per le rinnovabili non si costruiscono solo nei decreti, ma anche nel modo in cui vengono raccontate. E spesso questo aspetto diventa determinante.
- Il paper (pdf)



























