Il via libera definitivo alla legge delega sul nucleare incassa le critiche di associazioni ambientaliste e realtà del settore delle energie rinnovabili.
Come noto, il Senato ha approvato il provvedimento il 23 settembre con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni, senza modifiche rispetto al testo licenziato dalla Camera a giugno. La legge affida ora al Governo il compito di definire, attraverso uno o più decreti legislativi da adottare entro dodici mesi dalla sua entrata in vigore, il nuovo quadro normativo per l’introduzione del cosiddetto “nucleare sostenibile” nel sistema energetico nazionale.
Tra le tecnologie sulle quali punta l’esecutivo ci sono soprattutto gli Small Modular Reactor (Smr), i piccoli reattori modulari sui quali ci sono però numerose incognite relative a maturità commerciale, tempi e costi.
Proprio sullo stato di sviluppo di queste tecnologie si concentra una delle dure critiche arrivate dopo l’approvazione del ddl, quella del Coordinamento Free.
Contestato il dossier parlamentare sugli Smr
Il Coordinamento Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica mette sotto accusa soprattutto il modo in cui lo stato di avanzamento degli Smr nel mondo è stato rappresentato nel dossier predisposto dai Servizi studi di Camera e Senato a supporto dell’attività parlamentare.
Free ha confrontato una mappa contenuta nel rapporto Terna “Prospettive di sviluppo del sistema energetico 2050” con quella riprodotta nel dossier sul ddl. Nel documento del Tso la figura è intitolata “Progetti Smr nel mondo per grado di avanzamento” e una legenda suddivide i progetti in sei categorie:
- progettazione concettuale
- progettazione di base
- progettazione dettagliata
- fase di sviluppo
- fase di costruzione
- impianti in funzione.
Nel dossier parlamentare la stessa mappa viene invece presentata sotto il titolo “I progetti Smr attivi nel mondo” e senza la legenda che permette di associare i diversi colori allo stadio di sviluppo dei singoli progetti.
Il confronto tra i due documenti (è possibile vederli entrambi a questo link, cliccare per ingrandire) conferma sia il cambio del titolo che l’assenza della legenda nella versione destinata ai parlamentari.
Secondo Free, in questo modo diventa impossibile per il lettore distinguere immediatamente, ad esempio, un progetto ancora nella fase di progettazione concettuale da un reattore in costruzione oppure già operativo. Per il presidente del Coordinamento, Attilio Piattelli, non si tratterebbe di un semplice errore grafico, ma di “un’informazione appositamente manipolata nella sua rappresentazione”.
Il Coordinamento ha quindi chiesto agli uffici competenti di Camera e Senato di ripristinare la legenda originale, chiarire il significato attribuito all’espressione “progetti attivi” e pubblicare un’errata corrige.
Il quadro mondiale degli Smr realmente in esercizio, una tipologia di impianto di cui si parla da 30 anni, nella realtà è veramente molto ristretto. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Iaea), ad oggi sono soltanto due gli impianti basati su questa tecnologia in esercizio commerciale: la centrale galleggiante russa Akademik Lomonosov, operativa dal 2020 con due reattori KLT-40S da appena 35 MW ciascuno, e l’HTR-PM cinese di Shidao Bay, un impianto da 200 MW entrato in esercizio commerciale nel dicembre 2023.
Il resto del panorama è costituito in larga parte da tecnologie ancora in fase di sviluppo, autorizzazione o costruzione.
Ad esempio in Canada a fine marzo è stato realizzato solo lo scavo del primo di quattro reattori Bwrx di fabbricazione nippo-americana da 300 MW. A proposito di dimensioni ridotte di un Smr, Giuseppe Onufrio in un articolo evidenzia che in questo caso la profondità dello scavo è di 38 metri e l’altezza dell’impianto sarà di 35. Per quanto riguarda i costi, i quattro reattori canedesi dovrebbero richiedere un esborso di ben 15 miliardi di dollari.
Il Digital Dashboard della Nuclear Energy Agency monitora 129 design di Smr a livello mondiale, a testimonianza di un’attività progettuale molto più ampia rispetto al numero di tecnologie che hanno finora raggiunto l’esercizio commerciale.
Le critiche su costi, tempi e gestione delle scorie
Critiche all’approvazione della delega sono arrivate con una nota congiunta anche da Greenpeace Italia, Legambiente, WWF Italia e Kyoto Club, secondo cui il provvedimento sarebbe una “scatola vuota, piena di false promesse”.
Le quattro associazioni contestano innanzitutto la stessa definizione di “nucleare sostenibile” e sottolineano come gli Smr richiamati nel dibattito sul ritorno dell’atomo in Italia non siano ancora disponibili commercialmente. Nella loro valutazione, il ricorso a reattori di dimensioni più contenute non elimina inoltre le questioni legate a costi, sicurezza e gestione dei rifiuti radioattivi.
Altro punto sollevato riguarda i tempi: un programma nucleare non potrebbe fornire nuova potenza in tempi sufficientemente rapidi per rispondere alle esigenze energetiche più immediate del Paese. Viene contestato anche il contributo all’indipendenza energetica, considerando la necessità di approvvigionare dall’estero il combustibile nucleare.
Greenpeace, Legambiente, WWF e Kyoto Club richiamano infine la questione ancora aperta della gestione delle scorie derivanti dal precedente programma nucleare italiano e contrappongono alla strategia prevista dalla legge delega un sistema energetico basato su fonti rinnovabili, accumuli, efficienza energetica ed elettrificazione.
Alle critiche delle associazioni si aggiunge quella di Michele Governatori, Senior Energy Expert di ECCO Climate, che sottolinea come in generale si stia sottostimando l’impatto di un eventuale ritorno all’energia atomica in Italia.
Parlando con QualEnergia.it ha definito “censurabile la superficialità con cui ci si aspetta risultati favolosi da tecnologie per ora solo annunciate o con cui si immaginano ‘piccoli’ reattori diffusi per il Paese come se si trattasse di macchine per le quali non servono gli stessi presidi di quelle full size”.
Sul piano elettorale, invece, secondo Governatori “il nucleare è perfetto per il governo, perché a confrontarsi con il suo possibile fallimento non sarà lui (e forse nemmeno il prossimo, visti i tempi necessari, probabilmente ben oltre il 2033-34 previsto Mase, ndr), e perché sarebbe molto più insidioso un dibattito elettorale su quanto costa la politica del gas termoelettrico al Paese”.






























