1997 Protocollo di Kyoto, 2015 Accordo di Parigi, due tappe importanti della diplomazia del clima.

Ed eccoci nel 2020, un anno di svolta che potrà determinare una decisa accelerazione delle politiche di riduzione o, al contrario, una frammentazione globale degli impegni e un calo inevitabile della spinta necessaria.

Da un lato, infatti, ci sono Stati che definiranno obbiettivi più ambiziosi rispetto a quelli presentati a Parigi. Al momento sono 116 paesi, fra cui quelli europei, che stanno rivisitando i propri impegni.

La UE, come è noto, nel corso dell’anno porterà dal 40% al 50-55% il target di riduzione delle emissioni rispetto al 1990. Non solo, ma ha lanciato l’ambizioso Green Deal da 1.000 miliardi e si propone di divenire “carbon neutral” al 2050.

Con questo recente cambio di passo, la UE si candida a riconquistare la leadership della battaglia climatica, lanciando a tutti i paesi un messaggio molto forte. Quello di un Continente avanzato che punta a far funzionare le proprie industrie pesanti – chimica, acciaio, cemento – oltre alla miriade di altre imprese, a gestire i trasporti, a climatizzare gli edifici, a rilanciare l’agroecologia, abbandonando quasi totalmente i combustibili fossili.

Una sfida che comporterà un gigantesco riorientamento degli investimenti, un forte impulso all’innovazione, una rivisitazione socialmente e ambientalmente efficace della fiscalità.

Questo scossone imporrà di fatto un ripensamento del modello economico per come lo conosciamo e favorirà un cambiamento degli stili di vita.

Dall’altra parte dell’oceano, c’è invece l’incognita pesante degli Usa.

Il 3 novembre si svolgeranno le elezioni presidenziali il cui esito potrebbe comportare notevoli conseguenze, al contrario di quanto successo nel primo mandato molto “chiacchiere e distintivo”.

A livello internazionale il negazionismo climatico di Trump non ha infatti portato a clamorose defezioni dagli Accordi di Parigi (si temeva ad esempio sulla tenuta della tiepida Russia). Mentre sul fronte interno sono stati adottati, è vero, provvedimenti molto negativi, ma le loro ricadute si vedranno/vedrebbero soprattutto sul medio e lungo termine e possono quindi essere ribaltati.

Cosa è successo in realtà in questi anni negli Usa? È stata decisa la chiusura di 26.000 MW a carbone (vedi grafico), gli investimenti in solare ed eolico hanno visto un forte balzo in avanti e molte città e Stati hanno adottato obbiettivi sempre più ambiziosi.

California, Hawaii, Maine, Nevada, Washington, Colorado e Porto Rico hanno approvato o stanno definendo piani per generare elettricità “carbon neutral” tra il 2040 e 2050 e sono un centinaio le città che si sono date l’obbiettivo “100% green electricity”.

La rielezione di Trump comporterebbe una battuta di arresto sul fronte interno e ripercussioni anche a livello internazionale.

Abbiamo parlato di Europa e Stati Uniti, e poi c’è la Cina.

Tra i “36 stratagemmi”, un trattato di strategie da usare in guerra come in politica scritto durante la dinastia Ming, ce n’è uno 反客为主 che recita “mutarsi da ospite in padrone di casa”. Vengono descritte le modalità per affrontare una sfida, in questo caso quella climatica, passando gradualmente da interlocutore distaccato ad attore sempre più impegnato fino a interpretare il ruolo di leader.

L’attuale fase è proprio quella intermedia, di un paese che ha rapidamente assunto un ruolo di rilievo in tecnologie strategiche come il solare e la mobilità elettrica ma che, per la volontà dei governi locali di creare nuova occupazione, costruisce nuove centrali a carbone inutili considerando che un 50% degli attuali impianti già lavora in perdita (grafico in basso).

Se l’Europa dovrà cercare di gestire in maniera non traumatica il passaggio all’auto elettrica, per la Cina la principale criticità della transizione climatica riguarderà proprio il destino delle sue mille centrali a carbone.

Ed è in questo delicato momento di scelte strategiche che, nel mese di settembre, si terrà in Germania un importante incontro tra UE e Cina con la partecipazione dello stesso Xi Jinping.

È probabile che si rinsaldino i rapporti della diplomazia climatica tra queste due aree destinate a giocare un ruolo decisivo nell’ipotesi di una riconferma di Trump.

Una sua seconda presidenza ostacolerebbe l’accelerazione necessaria per rispettare gli impegni Parigi. Anche se va sottolineato che il treno della transizione si è ormai messo in moto, con sole e vento competitivi in paesi che ospitano due terzi della popolazione mondiale, e con la finanza internazionale che inizia seriamente a riorientare i propri investimenti. Tanto che… non è nemmeno escluso un suo improvviso ripensamento…

Se gli Usa eleggessero un nuovo presidente, la lotta climatica diventerebbe certamente una priorità mondiale con una più concreta possibilità di stare sotto i 2 °C.

Ma si dovrebbe cambiare decisamente marcia. Dalla firma dell’Accordo di Parigi a oggi le emissioni di CO2 sono cresciute del 4%, mentre per non superare 1,5 °C nel decennio che si apre dovremo ridurle di una percentuale quasi doppia ogni anno.