L’editoriale del numero di ottobre 2014 de “La Termotecnica” (qui in pdf) apre con considerazioni più che condivisibili. «Che vuol dire green economy? Economia sostenibile. Che vuol dire sostenibile? Che a lunghissimo termine il degrado – inevitabile, è una legge della termodinamica – dovuto alle attività dell’uomo risulti talmente lento da consentire alle future generazioni di adattarsi, e alla natura di incorporarlo tra gli altri suoi mutamenti. Qual è in Italia il peggior segno dell’azione dell’uomo occorsa negli ultimi settant’anni (due generazioni)? Troppo facile rispondere, basta viaggiare e guardarsi intorno alla ricerca dei residui fazzoletti di verde, nel basso Lazio come nel Nord-est, in Campania come in Lombardia, o constatare il degrado di piccoli e grandi siti archeologici e paesaggistici. Cosa c’è di più green della terra, soprattutto alle nostre latitudini?».

Subito dopo, però, senza soluzione di continuità e in modo del tutto avulso dalla parte successiva dell’editoriale, di nuovo denso di proposte degne di attenzione, ci viene data in pasto un piccola, ma significativa perla.

«Altro che cappottini per edifici affacciati sul Mediterraneo che li soffocano d’estate, e pannelli solari che nel Belpaese arroventano i campi, e pale eoliche che da noi girano lente, quando girano. In Italia è anzitutto la terra che la green economy deve difendere e valorizzare».

I cappottini che soffocano gli edifici? I pannelli solari che arroventano i campi? Le pale eoliche che girano lente quando girano? Chi è l’incompetente che è riuscito a mettere in fila indiana un numero così impressionante di sciocchezze?

Basta allungare lo sguardo in calce all’editoriale per scoprire che l’autore è il Prof. Angelo Spena – Professore ordinario di Fisica Tecnica Ambientale nell’Università di Roma Tor Vergata, coordinatore del dottorato in Ingegneria delle fonti di energia.

A questo punto anche un inguaribile ottimista come lo scrivente incomincia a essere pervaso da dubbi consistenti e diventa preda di astratti furori.

Aggiornamento: qui la replica del prof. Angelo Spena