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Tasse dal lavoro all’inquinamento: 25 miliardi di entrate in più

Spostare la pressione fiscale dal lavoro all'inquinamento non è un'idea nuova, ma mai applicata veramente. Una strategia per creare occupazione e migliorare i conti dello Stato: per l'Italia si creerebbero maggiori entrate per oltre 10 miliardi di € nel 2016 e per 25,5 miliardi nel 2025. Uno studio della Commissione europea appena pubblicato.

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Spostare la pressione fiscale dal lavoro all’inquinamento potrebbe essere un modo per creare occupazione e migliorare i conti dello Stato: per l’Italia si creerebbero maggiori entrate per oltre 10 miliardi di euro nel 2016 e per 25,5 miliardi nel 2025, benefici cui si sommano le ricadute occupazionali e quelle ambientali. A mostrarlo uno studio della Commissione europea pubblicato ieri e basato sui dati di 12 Stati membri (allegato in basso, il capitolo sull’Italia è a pag 173). Un argomento non nuovo e sicuramente molto insidioso perché si presta ad applicazioni non sempre coerenti, ma da mettere nella agenda della politica europea e nazionale quanto prima.

Tassando di più le attività che producono inquinamento, emissioni di CO2 , e consumano risorse, a livello europeo si potrebbero generare nel 2016 entrate pari a 35 miliardi di euro in termini reali, che arriverebbero a 101 miliardi di euro nel 2025; cifre che sarebberop molto più alte se venissero anche adottate misure per abolire le sovvenzioni dannose per l’ambiente. A seconda dello Stato membro interessato, le possibili entrate variano da più dell’1% a oltre il 2,5% del PIL annuo, sempre all’anno 2025.

“La riforma della fiscalità ambientale potrebbe quasi raddoppiare le entrate delle tesorerie nazionali rispetto a quelle attuali, offrendo vantaggi per l’ambiente e la possibilità di tagliare le tasse sul lavoro o di ridurre il disavanzo; un argomento, quest’ultimo, particolarmente convincente e che potrebbe spingere a cambiare lo status quo”, commenta il commissario UE all’Ambiente Janez Potocnik.

Per l’Italia, seguendo i suggerimenti del report, le entrate aggiuntive sarebbero pari a 10,3 miliardi nel 2016 (0,64% del PIL) e a 25,5 nel 2025, l’1,43% del prodotto interno lordo annuo. A questo si aggiungerebbero benefici indiretti da una riduzione degli impatti ambientali al 2025 dello 0,06% del PIL, cioè 966 milioni di euro (sempre in termini reali rispetto al 2013) e risparmi da tagli ai molti sussidi che danneggiano all’ambiente, che nella stima della Commissione pesano dai 6,5 agli 8,6 miliardi di euro.

Nel 2012 le entrate fiscali da tasse ambientali in Italia, erano pari al 3,02% del PIL, sopra la media UE (al sesto posto), ma ci sono ampi margini di miglioramento. Negli anni ’90, si spiega, l’Italia era tra i paesi con una tassazione ambientale più alta, addirittura superiore alle nazioni del Nord Europa, soprattutto grazie alle tasse sui trasporti (le nostre accise sui benzina e gasolio restano tra le più salate: ad esempio 728,4 euro ogni mille litri per la verde contro una media UE 28 di 515 euro). Negli ultimi 15 anni, però, la quota della tassazione ambientale in rapporto al PIL nel nostro paese è scesa del 30%, soprattutto per mancati adeguamenti rispetto all’inflazione, mentre le tasse sul lavoro sono cresciute, portandoci in testa a livello europeo da questo punto di vista.

La ricetta proposta per aumentare le entrate da tasse e imposte su risorse e inquinamento prevede innanzitutto di ottenere molti soldi in più dalle accise sui carburanti, rimodulandole in base al contenuto energetico dei combustibili (cosa che, destando qualche perplessità, farebbe salire le imposte per GPL e metano) si otterrebbero 6,1 miliardi in più al 2025, cioè lo 0,29% del PIL. Altri 4,1 miliardi per quell’anno potrebbero venire da una riforma della tassazione dell’acqua. La terza fonte di entrate per importanza viene ancora dal settore trasporti: 4 miliardi da una riforma delle tasse di circolazione che faccia pagare di più ai mezzi in base alle emissioni ed elimini alcune esenzioni e riduzioni attualmente in vigore.

E ancora: 3,9 miliardi di euro, sempre al 2025 e sempre in termini reali, potrebbero venire da una tassa sui voli aerei per passeggeri. Uniformando le tasse sull’elettricità pagate dalle industrie a quelle pagate dai consumatori, si suggerisce, si otterrebbero altri 2,4 miliardi. Altri 3,9 verrebbero da una serie di misure su packaging, fognature, inquinamento atmosferico e altro.

Lo studio (pdf)

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