Servono risorse e tecnologie dai paesi ricchi

  • 16 Dicembre 2009

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Mentre i Grandi si incontrano in video conferenza per definire le prossime mosse, emerge sempre più netta la necessità di trasferire dai Paesi industrializzati ingenti risorse e tecnologie energetiche innovative ai Paesi in via di sviluppo. Un diario della Conferenza di Copenhagen di Francesco Ferrante, vice presidente di Kyoto Club, e di Roberto Della Seta.

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Diario da Copenhagen (2)

Nel totale caos logistico della Conferenza sul clima più partecipata e peggio organizzata di sempre (anche oggi migliaia di persone regolarmente pre-accreditate hanno aspettato per ore all’aperto senza riuscire ad accedere nella sala dove vengono distribuiti i passi), il negoziato continua in un’alternanza di speranza e pessimismo e nell’attesa dell’arrivo dei leader, a cominciare da Obama la cui presenza è annunciata per venerdì.

Questi i principali paletti entro cui si muove la trattativa.
Il primo punto di discussione è quale sia il limite massimo di aumento della temperatura media mondiale (rispetto ai livelli pre-industriali) da inserire nel documento finale. Oggi siamo a +0,8 C°, è probabile che si troverà l’accordo sui 2 gradi, ma i Paesi più esposti alle conseguenze del global warming, come le Maldive e gli arcipelaghi del Pacifico che per l’innalzamento dei mari vedono minacciata la loro stessa sopravvivenza, spingono per abbassare il limite a 1,5 gradi.

Naturalmente, il problema vero è stabilire le azioni e i controlli utili a raggiungere questo obiettivo. Il Protocollo di Kyoto è tutt’altro che fallito, visto che i 37 Paesi aderenti hanno ridotto le loro emissioni climalteranti del 16% rispetto al 1990. Ora si tratta di proseguire in questo cammino di riduzione e di coinvolgervi in particolare i grandi Paesi emergenti (Cina, India, Brasile).

L’Europa si è già impegnata a ridurre le emissioni del 20% entro il 2020, e sarebbe disponibile ad arrivare al 30% se a Copenaghen si chiudesse un accordo globale. Tutto questo è molto ma non basta: se gli Stati Uniti e la Cina, i due veri king-maker del negoziato, non adotteranno obiettivi ugualmente ambiziosi, e se i Paesi industrializzati non trasferiranno ingenti risorse e tecnologie energetiche innovative ai Paesi in via di sviluppo, la possibilità di invertire la tendenza al cambiamento climatico prima che siano raggiunti i 2 gradi di riscaldamento, sopra i quali le conseguenze sociali, economiche ambientali dei cambiamenti climatici sarebbero devastanti, resterà una bella intenzione.

Intanto i Paesi più poveri riuniti nel G77 chiedono con sempre maggiore insistenza che le economie sviluppate e quelle emergenti prendano impegni vincolanti e quantitativi di riduzione delle emissioni.

Infine una nota di colore. Mentre Obama, Sarkozy, Brown e Merkel s’incontrano in video conferenza per concordare i prossimi passi per giungere a un accordo, il capo della delegazione italiana, Stefania Prestigiacomo, lascia il vertice e dedica la sua giornata a presentare la nuova bicicletta elettrica prodotta dalla Ducati.

Roberto Della Seta e Framcesco Ferrante 

Diario da Copenhagen (1) – Com’è provinciale l’Italia vista da Copenhagen!

16 dicembre 2009

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