Se n’è fatta di strada dai primi negoziati sul clima, a Rio de Janeiro nel 1992, a quelli che si stanno svolgendo in questi giorni a Bangkok, per preparare il vertice di Copenhagen di dicembre. E molta ne resterà ancora da fare, confrontandosi con la spesa necessaria a limitare il riscaldamento del pianeta a livelli accettabili e muovendosi per cogliere al meglio le opportunità che questo sforzo può rappresentare per il mondo in crisi economica. Il futuro di un accordo sul clima è stato nuovamente protagonista a ZeroEmission, in scena in questi giorni alla fiera di Roma.

L’atmosfera che si respira verso Copenhagen è completamente diversa da quella dei grandi accordi del passato, Kyoto tra tutti, ha sottolineato Francesco Ferrante, chairman dell’incontro “Cambiamenti climatici: un problema a 360 gradi”. “Oggi negazionismo e scetticismo sul global warming sono praticamente sconfitti. Ma non solo: condivisa da tutti non è solo l’urgenza di agire per fermare il riscaldamento, ma anche la consapevolezza della convenienza economica di farlo”. Da tutti “escluso forse il nostro Governo, come dimostra l’ultima finanziaria in cui non c’è traccia di provvedimenti per il clima”, aggiunge polemicamente Ferrante, commentando la diserzione dell’evento da parte del ministro dell’Ambiente con un “se sventuratamente diventassi ministro io trasferirei il mio ufficio in un evento come questo che riunisce una parte sempre più rilevante del sistema produttivo che investe nel cambiamento”.

Senza dubbi diverso da quello del nostro esecutivo è l’impegno britannico, testimoniato alla conferenza dall’ambasciatore in Italia, Edward Chaplin: “C’è bisogno di un accordo ambizioso, per ridurre le emissioni quanto serve e per fare sì che il mondo dell’economia verde possa strutturarsi sul lungo periodo.” Un intervento che in pochi passaggi ha reso la determinazione delpaese in materia. Uno sforzo vissuto anche come opportunità economica: l’impegno legalmente vincolante di ridurre le emissioni dell’80% al 2050 preso da Londra quest’anno “creerà 500 mila nuovi posti di lavoro”. I risultati ottenuti finora: dal 1990 emissioni di gas serra scese del 20% con un’economia cresciuta del 48% e 800 mila nuovi “green jobs”.

Cauto ottimismo verso Copenhagen è emerso dalla ricostruzione degli ultimi 17 anni di negoziati fatta da Sergio Castellari, responsabile nazionale dell’IPCC e delle relazioni internazionali del Centro Europeo-mediterraneo sui cambiamenti climatici, una delle persone in Italia che più ha vissuto in prima persona la storia della diplomazia climatica. “Ora la situazione è più complessa, c’è una conoscenza scientifica molto più solida, una coscienza condivisa dei problemi, negli ultimi anni si è sollevato il grosso problema dell’adattamento e soprattutto è diventato fondamentale il coinvolgimento di paesi in via di sviluppo come Cina e India”. Molti i punti critici da affrontare in questi giorni a Bangkok, penultimo appuntamento prima del vertice: prima fra tutte la natura vincolante per tutti dell’accordo “che forse gli Usa non vogliono”. Al di là degli appelli a non rimandare le decisioni – ha sottolineato però Castellari – “anche se a dicembre si raggiungesse solo un accordo sui principi, per poi definire gli obiettivi in un secondo tempo, sarebbe comunque un risultato molto importante”.

Ma come ridurre in pratica le emissioni? Quanto ci costerà farlo e quanto fallire? Molto interessante a tal proposito la presentazione di Enrico Massetti, ricercatore della fondazione Eni Enrico Mattei, che si occupa proprio dell’aspetto economico della questione. In estrema sintesi: è difficile valutare adeguatamente i possibili danni economici legati ai vari livelli di aumento delle temperature, ma alcuni punti fermi ci sono: i danni saranno maggiori alle latitudini tropicali e le azioni di adattamento hanno grandi potenzialità per ridurli. Aumenti fino a due gradi di temperatura, come quelli ipotizzabili con una probabilità del 51-58% stabilizzando le concentrazioni di CO2 a 450 parti per milione, darebbero danni relativamente contenuti, 1-2% del Pil mondiale, mentre per la letteratura esistente aumenti sopra i 6 gradi possa costare dai 10 ai 14 punti di Pil, senza contare eventuali effetti a catena e possibili eventi catastrofici.

Quanto ci costerà mantenere basso il livello della CO2? Per Massetti puntare a un livello di 450 ppm ha costi “relativamente bassi”, che aumenterebbero invece in maniera non proporzionale se si volessero raggiungere concentrazioni più basse. Un obiettivo realistico secondo il ricercatore è 500-550 ppm. In ogni caso occorre attivarsi subito e tutti assieme: se non si agisse prima del 2030 diventerebbe impossibile puntare a quota 450 ppm.

GM

2 ottobre 2009