I limiti europei alle emissioni? Hanno comportato danni “minimi” in termini di competitività e addirittura “qualche vantaggio” per le industrie coinvolte nell’emission trading scheme (ETS). Anche se il peso della misura potrebbe farsi sentire in futuro, qualora le nazioni europee restassero l’unico blocco ad adottare una misura del genere. A dirlo è “The Effects of EU Climate Legislation on Business Competitiveness” (vedi allegato) studio pubblicato da The Climate Group e commissionato dal German Marshall Fund of the United States.

A quasi 5 anni dall’avvio dell’ETS europeo, che impone dei limiti sulle emissioni alle industrie europee più energivore – assegnando una quota di permessi ad emettere gratuiti e obbligandole ad acquistare sul mercato le eccedenze – il report effettua un’analisi qualitativa degli effetti su competitività e occupazione in nove grandi società europee coinvolte sia direttamente che indirettamente nello schema.

Assieme a giganti come Tesco e alla farmaceutica Johnson & Johnson, l’analisi ha riguardato l’attività di una società finanziaria attiva nel il carbon trading, di una grande utility inglese (Centrica) e di altre aziende di settori altamente energivori: un’azienda francese del cemento, un produttore internazionale di acciaio, un altro di vetro, uno di alluminio e una grande società tedesca delle costruzioni.

La conclusione generale è che i limiti alle emissioni hanno pesato poco sui costi delle aziende esaminate: “trascurabili gli effetti della misura se paragonati ad altri fattori come l’aumento del costo dell’energia, prima e la crisi economico-finanziaria, poi”. Nessuna delle società prese in considerazione ha delocalizzato attività o ridotto la forza lavoro impiegata in conseguenza dell’ETS; tra le aziende considerate solo il produttore di alluminio ha segnalato un aumento significativo dei costi.

Qualche preoccupazione nelle interviste fatte da The Climate Group ai manager delle nove aziende emerge invece per la prossima fase dello schema, quella che inizierà nel 2013 e vedrà una significativa riduzione dei permessi assegnati gratuitamente. Specialmente le industrie dei settori più energivori infatti temono che, a meno che anche nel resto del mondo si adotti una misura simile, la loro competitività venga compromessa, con l’effetto di far diminuire le emissioni nei paesi coperti dal cap and trade, ma di farle aumentare in quelli che ne restano fuori.

Da sottolineare però il fatto che proprio grazie all’introduzione anticipata di limiti alle emissioni, le industrie europee avrebbero un vantaggio in un mercato mondiale in cui la CO2 ha un prezzo. Monitorare e contenere le emissioni in questi anni ha prodotto nelle aziende un miglioramento generale dell’efficienza energetica. In quelle esaminate, le considerazioni su energia e costo della CO2 – spiega il report – hanno assunto un ruolo fondamentale in tutte le decisioni strategiche, in primis quelle sui processi produttivi.

In definitiva, l’ETS europeo finora sembra essere costato relativamente poco per le industrie e aver portato anche qualche vantaggio. Una conclusione, quella del report di The Climate Group, che parla dell’Europa, ma si rivolge chiaramente agli Stati Uniti.

Tra gli argomenti di chi in America non vuole il cap and trade previsto dalla legge sul clima, cui manca solo l’approvazione del Senato, il principale è appunto quello che il provvedimento penalizzarebbe l’industria nazionale, finendo per costringerla a delocalizzare, con la conseguenza di danneggiare l’economia e l’occupazione senza ridurre le emissioni quanto servirebbe. Timori che però, come dimostra lo studio sull’esperienza europea, prima nel mondo a partire, se non infondati, sono ampiamente sovradimensionati.

GM

21 settembre 2009