Un giacimento di gas naturale da 4 miliardi di dollari proprio di fronte alla costa della striscia di Gaza, palestinese di diritto, ma i cui proventi Israele non vuole assolutamente vadano a finire nelle casse di Hamas. Poco coperta dai media italiani, la questione energetica nel conflitto in corso ha secondo qualcuno un’ importanza fondamentale. La tesi dell’economista canadese Michel Chossudovsky, ad esempio, è che dietro l’offensiva Piombo Fuso ci sia proprio l’appetito per il metano.

Per altri invece – come per la giornalista specializzata in energia Debora Billi – tra i pochi in Italia a parlare della questione – il gas in questione (che fornirebbe solo il 10% del fabbisogno energetico israeliano) non sarebbe  tra le cause determinanti del conflitto. Resta il fatto che il 60% delle riserve al largo della costa israeliana è palestinese e che questo gas potrebbe dare l’indipendenza energetica al popolo arabo, oltre a porre le basi economiche per uno Stato indipendente.

Scoperto nel 1999 e sondato nel 2000, il giacimento in questione per ora è ancora lì, tutto da sfruttare. Circa 39mila miliardi di metri cubi di gas, a 850 m sotto il livello del mare e a 36 km dalla costa di Gaza. Gli accordi di Oslo – e poi Ehud Barak, nel 1999 – hanno sancito che si tratta di una risorsa palestinese e al tempo l’avevano affidata a Yasser Arafat e all’Autorità di Ramallah. I diritti per 25 anni sono stati acquistati da British Gas e dalla greco-libanese Consolidated Contractors International Company, che avrebbe dovuto ricevere rispettivamente il 60 e il 30% dei profitti, il restante 10% sarebbe invece andato all’Autorità palestinese.

British Gas nel 2006 (secondo quanto riporta il Times) era prossima a concludere un accordo per pompare il gas attraverso l’Egitto, dunque senza che fosse venduto a Israele. Con la fine dell’era Arafat e la vittoria delle elezioni da parte di Hamas però tutto è stato rimesso in discussione. L’ex primo ministro inglese, Tony Blair, sarebbe intervenuto personalmente per fermare l’accordo tra BG e i palestinesi. La corte suprema israeliana ha messo in dubbio i diritti palestinesi sul giacimento, Israele ha stabilito di fatto il controllo sulla riserva marina e British Gas ha iniziato a trattare con il governo di Tel Aviv scavalcando sia quello di Hamas che quello dell’ANP.

Nel 2007, infine, il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha riconosciuto il diritto palestinese sul gas, rifiutando però categoricamente di dare “soldi ai terroristi”. La proposta fatta a BG per sostituire l’accordo del ’99 con Arafat, era questa: i profitti ai palestinesi avrebbero dovuto essere pagati da BG non in moneta ma in beni e servizi  e il gas avrebbe dovuto essere convogliato nei gasdotti israeliani. In questo modo Israele avrebbe potuto acquistare parte del gas, oltre ad avere il controllo sulle vendite, senza però arricchire il governo palestinese. La proposta cadde.

I negoziati tra Israele e BG sono ripresi proprio nei mesi precedenti l’invasione, che secondo giornali israeliani come Haaretz sarebbe stata pianificata già dallo scorso giugno, quando ancora si trattava la tregua con Hamas. Secondo quanto riporta The Daily Telegraph, per i ministri israeliani le trattative starebbero procedendo. Per evitare che i soldi vadano ad Hamas si parla di versare i diritti ai palestinesi in un fondo fiduciario in favore dell’ANP. Secondo gli insider interpellati dal quotidiano inglese però non ci sarebbe nessun accordo in vista.

Quello che succederà al gas palestinese insomma si vedrà solo nella fase post-bellica. Dipenderà dal grado di controllo che gli israeliani manterranno sulla zona. Certo, con l’invasione è più probabile l’eventualità che il gas del giacimento di Gaza prenda la strada dei gasdotti israeliani, andando a riempire la condotta che il paese vorrebbe realizzare verso nord (da Ashkelon a Ceynah, in Turchia, collegandosi al gasdotto Baku – Tblisi-Ceyhan che giunge dal caspio), lasciando invece vuote le casse del governo palestinese.

GM

 
22 gennaio 2008