A poco è servito l’annuncio che i paesi produttori, riuniti nell’Opec, da novembre ridurranno l’offerta di 1,5 milioni di barili al giorno: il prezzo del petrolio continua a precipitare. Dopo la quarta settimana di fila in discesa, il barile oggi è arrivato a meno di 63 $, il 28 per cento in meno rispetto a un anno fa e meno della metà rispetto ai picchi massimi andati oltre i 140 dollari al barile dei mesi scorsi.

Il petrolio, chiaramente, non è diventato tutto ad un tratto abbondante, anzi, come abbiamo visto i produttori stanno per chiudere un po’ i rubinetti. La domanda è calata lievemente, ma non tanto da giustificare queste riduzioni di prezzo: la recessione annunciata deve ancora farsi sentire pienamente e stiamo andando verso la stagione fredda, caratterizzata di regola da una maggiore richiesta. La caduta del prezzo, dunque, non è imputabile semplicemente alla legge della domanda e dell’offerta, ma intervengono altri fattori a incidere sui cosiddetti “fondamentali”.

Gail Tverberg sul blog specializzato The Oil Drum cerca di fornire una spiegazione e parla dei meccanismi finanziari che stanno contribuendo a spingere nel precipizio il prezzo del barile. In cima all’elenco Tverberg mette i problemi creditizi degli intermediari: molti contractors, che nel mercato petrolifero hanno un ruolo fondamentale, sono stati colpiti dalla crisi del credito, per cui ci sarebbero meno intermediari disposti a comperare dai produttori e che diano garanzia di solvibilità. Altro elemento fondamentale, il valore aumentato del dollaro. Il prezzo del barile, misurato in dollari, è influenzato in maniera inversamente proporzionale dalla forza della moneta, per cui se il dollaro debole nei mesi scorsi aveva contribuito agli aumenti del greggio, il calo di questi ultimi 3 mesi è influenzato dal recupero della moneta americana nei confronti dell’euro.

Un fattore che, in un certo senso, ha fatto invece aumentare l’offerta è stata la vendita generalizzata dei futures: molte banche e fondi in crisi di liquidità hanno cercato di riparare vendendo i titoli petroliferi che possedevano. Ad aggravare il tutto, segnala Tverberg, il cosidetto trend trading che determina una sorta di effetto cascata: molti investitori, infatti, usano sistemi computerizzati che vendono automaticamente quando un titolo scende al di sotto di un determinato valore e il petrolio fa parte di grandi fondi di investimento che fissano un prezzo al di sotto del quale vendono: quando questo prezzo è raggiunto lo fanno tutti assieme, determinando sostanziose flessioni.

Tutti meccanismi, sottolinea l’analista, che riescono a incidere molto su un mercato come quello del petrolio che è relativamente piccolo rispetto all’orizzonte della finanza e che dunque può essere influenzato pesantemente da investitori che sentono le stesse previsioni e agiscono nello stesso modo. La volatilità, cioè i grandi balzi di prezzo come quelli che il petrolio sta vivendo, fa notare infine Tverberg, è tipica dei beni scarsi: l’esempio che porta è quello dell’olio di balena che negli anni successivi al raggiungimento del picco della produzione vide alti e bassi vertiginosi.

E ora cosa succederà? Difficile a dirsi, scrive l’esperto di petrolio, certamente c’è da aspettarsi ancora “volatilità”. Se il dollaro continua ad apprezzarsi come sta avvenendo, c’è da aspettarsi che i prezzi continuino a scendere. D’altra parte si parla di un sistema che sostituisca la centralità della moneta americana, e questo o altri elementi potrebbero causare una svalutazione del dollaro, con relativo aumento del prezzo del greggio. La crisi del credito, fa notare l’analista, colpirà anche l’industria petrolifera: esplorazioni e trivellazioni richiedono enormi capitali, sempre più difficili da reperire; molte compagnie usciranno dal mercato e ciò si tradurrà in una diminuzione dell’offerta e, di conseguenza, in un aumento del prezzo.

GM

27 ottobre 2008