Qualenergia.it ha incontrato Roberto Vigotti, direttore generale dell’OME (Osservatorio Mediterraneo dell’Energia), l’associazione che raccoglie 35 grandi società energetiche dell’area mediterranea. Con lui parliamo dei programmi e delle politiche per la diffusione del solare e, più in generale, delle rinnovabili nella sponda sud del Mediterraneo.

Valutando i dati divulgati nel corso della conferenza organizzata a Zeroemission Rome si può notare come le prospettive di diffusione dell’energia solare al 2020 nel sud del Mediterraneo siano ancora piuttosto modeste. Quali sono invece gli obiettivi che si prefigge l’OME per questo settore?
L’unione per il Mediterraneo lanciata a luglio da Sarkozy ha stabilito che il Programma Solare Mediterraneo diventasse una priorità perché è inaccettabile pensare ad uno sviluppo business as usual, con incrementi modesti della diffusione della tecnologia in queste aree. La priorità è dunque di unire la technology belt con la sun belt, un approccio strategico tra paesi della sponda nord e sud.

Quali barriere si frappongono a questi obiettivi?
Sono principalmente due. Innanzitutto gli investitori percepiscono ancora un “rischio paese”, forse più accentuato di quello che effettivamente esiste e ritengono che gli Stati non siano in grado di garantire continuità e affidabilità che al contrario altri paesi, come America latina e Cina, sembrano dare. In sostanza c’è un problema di credibilità nei confronti dei paesi in cui si dovrebbe investire. L’altro ostacolo riguarda i forti sussidi statali che riceve in questi paesi l’energia convenzionale. Ad esempio, in Egitto l’energia elettrica è pagata 3 centesimi di euro a kWh. Il primo passo è dunque togliere i sussidi alle fonti fossili.

Questo nel breve periodo potrebbe creare problemi di carattere sociale, soprattutto per le fasce più povere della popolazione?
Questo è un grosso problema che deve indurre a fare una transizione molto graduale. La soluzione è intanto di creare un valido e ampio ventaglio di tecnologie e relativi investitori europei. Quindi proporre un piano di lungo termine, almeno 10-15 anni, che preveda anche effetti positivi sull’occupazione, sulla creazione di opportunità economiche e industriali. Il contrario di quanto hanno fatto i tedeschi presentando un progetto che mirava solo all’individuazione dei migliori siti per l’energia da solare ed eolico per poi dirottare l’elettricità generata in Europa. Questo non è trasferimento tecnologico, ma colonialismo.

Come arrivare alla riuscita di un piano solare più equo?
L’idea può essere quella di mettere in competizione i paesi della sponda sud del Mediterraneo. Mi spiego: per esperienza sappiamo che i paesi arabi sono spesso competitivi tra loro, nel senso positivo del termine. Quindi se si decide di fare un progetto in Egitto non è escluso che lo voglia fare anche il Marocco. Poniamo che volessimo realizzare una prima filiera di impianti fotovoltaici da 1 MW, ciascuno nei cinque paesi del Mediterraneo. Dopo aver valutato la bontà dei progetti, andremo a chiedere a questi paesi se sono disposti a realizzare un programma integrato ventennale garantendo le migliori infrastrutture in termini di strade, competenze, ricerca, testing, eccetera. Va detto che se non vengano adottati questi criteri si rischia lasciare il settore in mano ai cinesi. In definitiva bisognerà rafforzare il ruolo dell’Europa quale partner tecnologico principale dei paesi della sponda sud del mediterraneo, ma a condizioni paritarie.

Come dovrebbe allora muoversi l’industria europea del solare e delle rinnovabili?
Premesso che il mercato è immenso e c’è posto per tutti, l’industria europea come quella del fotovoltaico o dell’eolico, penso all’EPIA o all’EWEA, dovrebbe favorire un quadro regolatorio regionale con obiettivi di potenza installata ambiziosi, ai quali i paesi maghrebini potrebbero aderire mettendo a disposizione i propri strumenti legislativi, organizzativi e infrastrutturali.
L’industria europea dovrebbe agire come un forte lobbysta collettivo nei confronti dell’OME e convincere i grandi gruppi energetici che progetti di questo tipo sono del tipo “win-win”, in cui tutti traggono benefici. Non dimentichiamo poi che, nel lungo periodo, una crescita del solare nei paesi del Nord Africa può essere un passo successivo per trasferire la tecnologia all’Africa sub-sahariana.
Direi che è necessario unire gli obiettivi di industrie, politica e banche di investimenti. Basta dare piccoli sussidi o grant per piccoli impianti; mettiamo il denaro in un fondo che sia utilizzato solo per favorire la partenza di un vero programma industriale nell’area. Questa secondo me è la priorità.

Intervista di Leonardo Berlen

8 ottobre 2008