Quattro anni fa erano 150 le nuove centrali a carbone che si volevano costruire negli Stati Uniti. Dei 150 impianti progettati ce n’erano alcuni che da soli avevano più emissioni di certi paesi africani. Tutte assieme le centrali avrebbero rilasciato circa un miliardo di tonnellate di CO2 all’anno, più di quanta ne devono ridurre i paesi che hanno firmato il protocollo di Kyoto.
Oggi di quei 150 progetti solo 14 sono in fase di avvio, anche se rimangono al centro di aspre dispute legali. Degli altri 136, metà sono stati abbandonati per strada, sconfitti nei tribunali dagli avvocati ambientalisti o accantonati per motivazioni economiche; gli altri sono ancora bloccati da una vasta opposizione.

Il progetto di una riscossa del carbone negli Stati Uniti, fortemente voluto dal governo Bush e in particolare dal vicepresidente Dick Cheney, che nel 2001 tolse ad hoc le restrizioni chiave in materia di inquinamento – scrive Julienne Jovitt sul Guardian – si è rivelato un boomerang, suscitando come reazione una delle più grandi campagne ambientaliste mai viste negli Usa.

A opporsi al carbone i gruppi ambientalisti storici come il Sierra Club e parte della comunità scientifica come la Union of Concerned Scientists, ma all’interno di un fronte molto vasto che va da una schiera di politici locali alla lobby di cacciatori e pescatori, fino ai leader religiosi degli Stati attraversati dai monti Appalachi, dove la pratica di estrarre il carbone abbattendo parti di montagne (mountaintop removal mining) provoca enormi danni all’ambiente e alle comunità locali.

Alla fine le centrali a carbone sono state sconfitte in almeno 30 dei 50 Stati. Diverse le strategie usate: forti pressioni affinché in certi Stati venissero promulgate leggi contro le emissioni, come in California; l’attacco politico agli ingenti fondi pubblici seminascosti stanziati per il carbone; e, infine, le battaglie in tribunale.

In Florida e Minnesota, ad esempio, si è dimostrato che produrre elettricità da carbone andava contro le leggi statali perché non era il modo più economico per farlo; nel 2007, poi, la Corte Suprema ha incluso anche i gas serra tra le sostanze segnalate nel Clean Air Act, la principale legge Usa contro l’inquinamento atmosferico: una modifica che un tribunale della Georgia ha usato per bloccare una centrale a carbone.
Nel frattempo il lievitare dei costi di acciaio e cemento, l’incremento degli richiesti dalle banche, convinte, anche dalla vasta opposizione della rischiosità, dovuta alle possibili leggi contro le emissioni,  di investire nel carbone, hanno fatto la loro parte nel far accantonare molti progetti soprattutto per motivi economici.

A sensibilizzare l’opinione pubblica americana nei confronti del problema del riscaldamento globale e delle emissioni di questa fonte sporca, spiega al Guardian Bruce Nilles, coordinatore nazionale della campagna per il Sierra Club, l’inusuale intensificarsi di eventi meteorologici estremi di questi ultimi anni: dalle alluvioni nel mid-west, agli incendi in California, fino all’aumento di forza e frequenza dei tornado. Per merito dell’opinione pubblica ora almeno 6 Stati, California, Washington, Oregon, Florida, Idaho e Kansas, hanno indetto una moratoria sulle centrali a carbone.

La campagna ora si concentrerà sugli impianti esistenti e sulle industrie dell’estrazione,per far sì che gli Stati Uniti abbandonino definitivamente il carbone, spiega Nilles e sottolinea l’importanza di una vittoria della battaglia in Europa contro questo combustibile sporco: se si blocca il carbone nel vecchio continente è più probabile che gli organi legislativi Usa diano il loro appoggio ai piani dei candidati presidenziali di ridurre le emissioni e aderire agli accordi internazionali in materia. Se invece l’Europa continua sulla strada del carbone le conseguenze negli Usa e sugli accordi internazionali, dichiara , “saranno disastrose”.

GM

4 settembre 2008