Bioplastiche rinnovabili, un’innovazione italiana

  • 15 Aprile 2008

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Qualenergia.it intervista Catia Bastioli, amministratore Delegato di Novamont, che ha ricevuto il premio "Inventore Europeo dell'Anno 2007", nella categoria PMI per la realizzazione delle prime bioplastiche da fonti rinnovabili di origine agricola, il Mater-Bi.

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catia bastioli

A Catia Bastioli, Amministratore Delegato di Novamont, e al suo team di collaboratori (Vittorio Bellotti, Luciano Del Giudice, Roberto Lombi) è stato assegnato il prestigioso riconoscimento internazionale “Inventore Europeo dell’Anno 2007”, nella categoria Piccole e Medie Imprese per una serie di brevetti depositati negli anni 1992-2001, che hanno consentito la realizzazione delle prime bioplastiche da fonti rinnovabili di origine agricola stabilmente entrate nel mercato.
Il primo di questi è stato il Mater-Bi®, che apre la filiera delle bioplastiche, l’ultimo Origo-Bi® che offre la possibilità di nuove applicazioni nel campo degli intermedi chimici e che rappresenta il principale prodotto della raffineria di Terni. Le abbiamo chiesto di raccontarci questo percorso.

Come si è arrivati dal MaterBi alla bioraffineria di Terni?
La storia di Novamont trae le proprie radici dalla scuola di scienza dei materiali Montedison, le cui tradizioni risalgono allo sviluppo del polipropilene. Novamont nasce nel 1990 con l’obiettivo di sviluppare e commercializzare i prodotti realizzati da Fertec, società che faceva capo alla Holding Montedison con il compito di armonizzare la cultura chimica di Montecatini con quella agroindustriale del gruppo Ferruzzi. Con la crisi Montedison e l’uscita di Gardini, il gruppo andò in mano alle banche e i ricercatori che avevano in mano i brevetti ma non ancora i prodotti videro quasi sfumare il grande sogno. Grazie ad un manager che prese in mano la Novamont nel 1992 e che dette credito a questo gruppo di ricercatori, da me coordinati, nacquero i primi prodotti veri e sul mercato cominciarono a prendere campo i sacchetti di amido di mais, il MaterBi per la gestione dei rifiuti urbani. Da allora vi fu la svolta e la sfida è divenuta più che mai quella di mettere a punto un’economia di sistema che guardi al prodotto ma inserito nel suo contesto.
Questo, ad esempio, nel settore dei rifiuti ha significato avviare network con aziende di gestione, con i compostatori che poi hanno dato vita al Consorzio nazionale. Il nostro obiettivo è quindi non solo l’applicazione ma il sistema di gestione vero e proprio. Abbiamo cioè sviluppato cultura e competenza nel settore in cui il nostro prodotto veniva applicato e abbiamo collegato realtà che sono cresciute prima attorno al settore della gestione di rifiuti, poi in agricoltura, dove abbiamo sviluppato teli per la pacciamatura che sostituiscono quelli classici in pvc, così nel settore dei veicoli dove abbiamo messo a punto pneumatici che hanno minore resistenza di rotolamento e che permettono di ridurre almeno del 5% l’uso di carburanti e quindi le emissioni di CO2.
La bioraffineria di Terni è un primo esempio concreto di un nuovo modello che crea un sistema integrato tra industria, agricoltura, ambiente ed economia locale. Un modello duplicabile in altri territori, in base alla disponibilità di colture appropriate e di attenzione alla qualità ambientale del territorio stesso. Un modello reso possibile grazie alla scelta coraggiosa che Novamont e i suoi partner hanno fatto tanti anni fa, puntando sulla ricerca e l’innovazione continua e sulla competitività ambientale d’impresa con una logica di “life cycle thinking”, concentrandosi solo sullo sviluppo di prodotti e sistemi con concreti vantaggi economico-ambientali.

Il continuo aumento del prezzo del petrolio e la necessità di limitare la dipendenza energetica dalle fonti fossili anche per l’esigenza di frenare il surriscaldamento del pianeta, può ritenersi una opportunità per lo sviluppo di bioraffinerie. Ma proprio in questi giorni è stato lanciato l’allarme per il rincaro del prezzo delle materie prime agricole ad uso alimentare, che sta generando notevoli problemi sociali in varie parti del pianeta. Qual è la sua opinione in merito alla possibile competizione che si potrebbe creare dall’incremento di produzione di biocombustibili con le materie prime agricole?

Non progettare l’uso delle materie prime pensando all’impatto che questo può avere sull’ambiente e con il ciclo destinato al settore alimentare, può portare a conseguenze peggiori di quelle che ha prodotto la chimica. Pensare alle energie rinnovabili è importante ma bisogna avere una visone strategica, è necessaria programmazione. Non si può pensare di produrre etanolo senza preoccuparsi dell’impatto che questa scelta potrà avere sull’approvvigionamento di materie alimentari e quindi di cibo. L’energia deve venire dalla cellulosa, dal sole, dal vento, dalle maree, ma è necessario impostare un approccio integrato, che sia quanto più possibile di generazione diffusa e quindi legato al contesto in cui si sviluppa. Ovvero produrre l’energia necessaria al proprio fabbisogno e riversare quella in eccesso in sistemi in grado di stoccarla o di farla utilizzare ad altri e avendo piena attenzione di dove e come si genera.
L’idea di fare grandi campi di mais per fare etanolo o oleaginose per fare biodisel va bene ma solo in un sistema integrato. Altrimenti gli sfasci che abbiamo visto con la chimica si possono riprodurre con l’uso insensato delle materie prime. Questo è il nostro concetto di bioraffinera collegata al territorio, l’idea di dare all’agricoltore possibilità di fare coltivazioni in terreni marginali, di fare il doppio ciclo, colture invernali, a rotazione che mi permettano di rigenerare i suoli.
Pertanto si può sfruttare cellulosa per fare etanolo, ma anche altri materiali di scarto agricolo, in una logica che è ancora una volta di sistema e non a senso unico. È possibile pensare di coltivare piante non food, tipologie diverse di colture che possano andare bene anche in terreni marginali, valorizzare tutti gli scarti producendo energia anche dagli intermedi chimici. Se si pensa di sostituire tutte le plastiche con materie prime che provengano dal settore agricolo (che è impensabile e nemmeno auspicabile) si utilizzerà comunque al massimo il 5% dell’energia totale.
Ma che un prodotto sia rinnovabile non basta, è necessario chiedersi da dove viene, come viene fatto, in una logica di sistema, in cui si vanno a ricercare nuovi materiali ma anche nuovi modelli di sviluppo. La bioraffineria allora più che una impresa è un modello di studio per accrescere anche la cultura di un territorio e come un modello virtuoso ambientale e culturale. Noi abbiamo creato una società cooperativa con Coldiretti per studiare un modello economico in modo che l’agricoltore possa essere imprenditore e partecipare alla filiera della conoscenza. L’idea è quella di ragionare con l’ottica conservativa e non dissipativa.

Novamont è un gruppo che da sempre investe molto su ricerca e innovazione: il 10% del fatturato e il 30% dei dipendenti. Ma l’Italia in questo settore è invece molto indietro rispetto al resto d’Europa e dei paesi Ocse. Cosa servirebbe per implementare l’innovazione soprattutto quella orientata alla sostenibilità?
Servirebbe fissare standard di qualità. Mettere paletti all’innovazione, stabilire quali sono gli standard che un territorio vuole raggiungere. Non serve ad esempio parlare di biodegradabilità, ma di come si ottiene un prodotto biodegradabile, attraverso quali processi, quali sono gli impatti complessivi. Altrimenti si rischia di far perdere di competitività a chi sceglie percorsi più virtuosi e di favorire chi ottiene un prodotto ugualmente biodegradabile ma che risponde a standard complessivi più bassi. Questo è il problema del nostro paese e il motivo per cui si è sviluppato un localismo e un nanismo delle nostre imprese.
In Italia gli standard sono bassi, e facciamo di tutto per non adeguarci nemmeno a quegli standard minimi; non ci confrontiamo con l’Europa e questo approccio è la negazione dell’innovazione.
La Germania ha scelto invece una politica diversa; ha dimostrato di avere lungimiranza e una visione sistemica, che ha permesso la convivenza della grande chimica con l’innovazione. L’innovazione può crescere in un paese seminando cultura, ma il nostro paese ha una cultura tecnica di basso livello e questo si riflette poi sulle istituzioni e sulla capacità di legiferare.
La cultura e la cultura tecnica è importante che crescano anche nel cittadino perché sono un antidoto a qualsiasi stortura. Da noi il cittadino è considerato solo come utente e consumatore, non è posto al centro come uomo. Servirebbe, invece, più cultura e quindi più scuola, più etica, più regole certe e durature, più fiducia. E maggiori standard di qualità.

La scadenza che fissa al 2010 il solo utilizzo degli shoppers biodegradabili può essere un’occasione importante per la diffusione delle bioplastiche.
Io non credo, sino a che non arriveremo a quella data, che l’obiettivo sarà davvero rispettato. Intanto il decreto attuativo che serviva non c’è stato. Vedremo che succederà con il nuovo governo. Se poi sarà vero noi saremo pronti. Ma anche in questo caso sarebbe importante che fossero fissati standard qualitativi. Se si limita il tutto all’indicazione della percentuale di rinnovabilità, senza dire dove è stato prodotto un materiale, non significa niente dal punto di vista della sostenibilità. Bisogna, lo ripeto ancora una volta, vedere l’intero sistema. E pensare di definire quali sono i parametri che davvero mi dicono quali sono gli impatti ambientali del prodotto.

15 aprile 2008

Intervista di Lucia Venturi

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