In Cina molte delle industrie più energivore e più inquinanti sono allo stesso tempo quelle che in certe aree fanno più profitti e per questo motivo alcune amministrazioni locali si rifiutano di tagliare loro i prestiti concessi, come fu deciso lo scorso luglio con la “politica del credito verde”. La denuncia arriva da Pan Yue, il vicedirettore dell’Amministrazione di Stato per la protezione ambientale cinese (Sepa).
Alcune di queste compagnie per ottenere finanziamenti iniziano a rivolgersi a diversi gruppi sociali anziché alle banche, evitando di sottostare alle leggi nazionali che ordinano agli istituti di credito di non concedere finanziamenti alle imprese con alti livelli di emissione o con consumi di energia molto elevati e addirittura di revocarli nel caso siano stati già concessi.

Secondo il dirigente della Sepa le misure messe in campo lo scorso luglio hanno aiutato a ridurre l’inquinamento e lo spreco di energia fino a un certo punto, ma gli sforzi da fare sono ancora notevoli e i risultati importanti ancora lontani.
Ad esempio, delle 38 compagnie finite nella “lista nera” perché inquinanti, 12 sono state escluse dai finanziamenti. Nella provincia orientale dello Jiangsu, sono stati revocati finanziamenti per oltre un miliardo di yuan (oltre 137 milioni di dollari). Secondo Pan Yue, il governo di Pechino continuerà i suoi sforzi per applicare la politica degli “eco-prestiti” introducendo incentivi per le compagnie più attente all’ambiente, intervenendo sui rapporti tra le banche e con misure relative a tasse e polizze.

Forse anche all’interno del colosso cinese qualcosa inizia a muoversi a favore dell’ambiente, ma il percorso virtuoso è solo agli inizi.

14 febbraio 2007