Pna: una riflessione

  • 21 Dicembre 2006

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Gianni Silvestrini consulente del ministero dello Sviluppo economico spiega genesi e caratteristiche del Piano nazionale delle emissioni presentato a Bruxelles, che secondo gli ambientalisti e lo stesso ministro Pecoraro Scanio sarà bocciato dalla Commissione europea

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Se è lo stesso ministro dell’Ambiente che lo ha presentato ieri a Bruxelles a bocciarlo come insufficiente, sarà davvero difficile che il piano emissioni per ridurre i gas serra passi al vaglio della commissione Dimas, che ne ha già respinti diversi al mittente. La bocciatura del resto era arrivata anche dalle associazioni ambientaliste Legambiente, Wwf e Greenpeace, che ne hanno chiesto la modifica affinchè l’Ue non lo respinga.

Frutto di una estenuante trattativa tra i ministri dell´ambiente e dello Sviluppo Economico, il piano fissa a 209 milioni di tonnellate di anidride carbonica il tetto di emissioni per le industrie italiane fra il 2008 e il 2012. Ma per per evitare di pagare caro il mancato rispetto del protocollo, i permessi alle industrie non avrebbero dovuto invece superare le 186 milioni di tonnellate di CO2 annue. In pratica le uniche limitazioni previste dal piano sono quelle nei confronti degli impianti cip 6, di cui gli operatori non sentiranno troppe conseguenze, dal momento che hanno la possibilità di scaricare sulle bollette dei consumatori tutti i costi derivanti da Kyoto.
Ma cosa non è andato bene nella trattativa al Ministero dello sviluppo, che secondo Pecoraro Scanio avrebbe fatto «richieste esorbitanti»?
Lo chiediamo a Gianni Silvestrini, consulente per il settore energia e ambiente del ministro Bersani.

Silvestrini, sul piano che taglia le emissioni di Co2, arrivano critiche da tutte la parti, anche dallo stesso ministro dell’Ambiente, qual è il problema?
«Sicuramente è un compromesso rispetto a quello che chiedevano ambientalisti e Unione europea. Comunque è prevista una riduzione rispetto al trienno 2005-2007: erano 223 milioni di tonnellate contro le attuali 209, quindi un 6% in meno. Se poi si considera che l’anno scorso si è sforato il tetto di 10 milioni di tonnellate, la riduzione reale è maggiore ed è circa del 10%.
È un cambio di marcia netto rispetto al passato reale. Poi bisogna sottolineare che le quote non sono tutte allocate gratuitamente ma si pagano e questo servirà ad alimentare un fondo che sarà destinato ad altre iniziative per il protocollo di Kyoto. Sono 12 milioni di tonnellate a pagamento che saranno vendute a circa 10-12 euro a tonnellata, questo significa che si avranno 600-700 milioni di euro che andranno ad aggiungersi al fondo per Kyoto».

Ma tutti, ambientalisti e lo stesso ministro, dicono già che la Commissione europea boccerà il piano.
«La posizione della Commissione, che ritengo corretta, dice: “vediamo quanto ogni paese è distante dall’obiettivo di Kyoto e facciano in modo che lo sforzo sia coerente con il raggiungimento degli obbiettivi. Quindi considerando che l’emission trading copre circa il 38% delle emissioni totali attribuiamo a questo il taglio delle emissioni tale che consenta di raggiungere l’obiettivo del 6,5% che spetta all’Italia. Dopodichè ai paesi si chiede uno sforzo coerente in tutte le aree che contribuiscono alle emissioni di Co2, vale a dire emission trading, civile e trasporti.
La mia riflessione è che il settore emission trading non sia stato tagliato forse come chiedeva l’Unione Europea, e anche se è un piano più ambizioso di quello fatto da altri paesi, potrebbe in effetti incappare nella richiesta di ulteriori tagli. E questo è giusto. Ma è invece sbagliato avere una visione centrata tutta su questo comparto, mentre io credo che bisogna puntare con notevole rigore anche sugli altri settori. Ed è quello che chiede anche Confindustria. Se vogliamo almeno raggiungere un avvicinamento all’obiettivo, che comunque sforeremo e saremo nei fatti costretti ad acquistare quote all’estero, dovremo fare una politica coraggiosa anche negli altri segmenti».

Alcuni interventi sono già previsti in finanziaria, per esempio sul comparto civile, ma Ronchi dice che il meccanismo è un po’ troppo macchinoso e rischia di far perdere i benefici, soprattutto per la certificazione richiesta.
«E´ vero. In finanziaria c’è una parte che riguarda l’edilizia esistente, dove si prevedono incentivi fino al 55% dei costi per migliorare l’efficienza energetica ma sarà necessaria la certificazione. Ma la stessa certificazione è compresa nel computo, quindi sarà una buona occasione per certificare a basso costo gli edifici e questo farà accrescere il loro valore immobiliare. Sul settore civile oltre alla finanziaria, si stanno varando leggi che cambiano radicalmente la situazione; ad esempio con il decreto 192, che dovrebbe essere approvato tra breve dal consiglio dei ministri, sulla nuova edilizia vengono definite riduzioni progressive delle dispersioni termiche e nel 2010 si potranno avere dispersioni diminuite del 50% rispetto al 2005. Dal 2007 ci sarà poi l’obbligo del solare termico su tutti gli edifici di nuova costruzione. Ci sarà anche una svolta significativa sui certificati bianchi, a partire dall’anno prossimo che saranno già 400.000 tonnellate in più per arrivare in tre anni a 2,9 milioni di tep. E nei prossimi mesi verrà ulteriormente alzato il tetto portandolo al 2012».

Sui trasporti invece le politiche sembrano abbastanza deboli e i fondi messi in finanziaria molto scarsi, 90 milioni di euro. Che ne pensa?
«Ritengo anch’io che sia stato fatto ancora poco sul lato trasporti, e quello è un settore su cui invece bisognerà incidere di più.
Comunque volendo avere una visione macro, questo piano non lo ritengo da bocciare, perché ripeto, presenta una svolta rispetto al passato sia per la riduzione del 10% delle emissioni sul settore emission trading rispetto al 2005, ed è stato fatto moltissimo anche sul settore civile, dove ci sarà una vera rivoluzione».

Questa intervista è apparsa il 19 dicembre 2006 su www.greenreport.it – il quotidiano di approfondimento sulle tematiche ambientali.

21 dicembre 2006

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