Verso una rete per hyperscale: l’Italia si prepara ai grandi data center

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Secondo dati Terna ci sono richieste per 66 GW, ma entro il 2028-2030 ne verranno realizzati solo 2-3 GW. Gli impianti saranno però più grandi e potenti e richiederanno un allaccio diretto alla rete in alta tensione.

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In Italia sono stati superati i 66 GW di richieste di connessione di nuovi data center alla rete di trasmissione, a cui vanno sommati i progetti più piccoli sulla rete di distribuzione.

Secondo il responsabile “Programmazione territoriale efficiente” di Terna, Mauro Caprabianca, questi progetti si concentrano per più dell’80% al Nord e per quasi 20 GW solo nel milanese.

Si tratta di richieste importanti con un impatto significativo in aree già con consumi elevati e fortemente antropizzate, ma la quota che verrà realisticamente realizzata sarà tra 2 e 3 GW in un orizzonte 2028-2030 (dello scollamento tra richieste ed effettiva realizzazione degli impianti avevamo già scritto in I data center in Italia: da 50 GW di rumore a 5 GW di realtà).

Caprabianca ha parlato alla presentazione del rapporto I-Com “Dare energi-IA all’Italia” (link in basso) il 13 novembre, specificando che l’espansione dei centri dati porterà nuova domanda di energia, e quindi andrà garantito contemporaneamente lo sviluppo di un’adeguata capacità di generazione, per evitare impatti sulla copertura carico e sui prezzi.

Data center: più diffusi, più grandi

Secondo l’indagine I-Com si contano 209 impianti in Italia (dati aggiornati a ottobre 2025), con una distribuzione territoriale concentrata su Milano (73 impianti), Roma (21) e Torino (11).

Il consumo di queste strutture si è attestato nel 2024 intorno ai 3,9 TWh, di cui circa il 66% è stato utilizzato per l’inferenza (la risposta agli input), mentre il restante è attribuibile all’addestramento di modelli, come mostra il grafico in basso.

La potenza complessiva installata, sempre lo scorso anno, ha raggiunto 287 MW. Sotto un profilo energetico, ad oggi, la gran parte dei data center in esercizio è concentrata sulla rete di media e bassa tensione, visto il contenuto calibro degli impianti e il loro uso più ristretto.

Ma le previsioni stimano un raddoppio della potenza entro il 2026, con l’entrata in funzione di alcuni hyperscale (grandi impianti), che richiederanno un diverso tipo di connessione. Secondo Terna, infatti, questo passaggio verso dimensioni maggiori, con un conseguente aumento della potenza richiesta da ciascun impianto, richiederà allacci diretti alla rete di alta tensione.

I dati parlano chiaro: la taglia media delle richieste è in continuo aumento, come testimoniato anche dalle maggiori domande di connessione alle reti a 220 kV (92 richieste) e 380 kV (49 richieste).

Inoltre, dall’aggiornamento del portale Econnextion di Terna (ultimi dati 31 ottobre 2025) è possibile risalire a quanti siano i progetti pronti a partire.

Quelli autorizzati, che hanno già firmato un contratto di connessione con il Tso, sono 14, valgono 1,53 GW e si trovano tutti in Lombardia: spiccano un impianto nel lodigiano da 500 MW a Bertonico e due nel milanese, uno da 240 MW a Magenta e uno da 180 MW a Bollate. La Regione, con 226 pratiche per 34,4 GW, assorbe più della metà delle richieste di connessione.

Seguono il Piemonte con 50 pratiche per 10,4 GW, il Lazio con 28 pratiche per 5,1 GW, la Puglia con 3,8 GW e l’Emilia-Romagna con 2,5 GW. Le province con più richieste di connessione sono Milano (15,2 GW), Torino (7,3 GW), Pavia (5,6 GW), Roma (4,6 GW) e Lodi (3,4 GW).

I data center nel Dl Energia

L’espansione dei centri dati per quanto riguarda numero di impianti, potenza cumulativa installata e dimensioni, dovrà essere accompagnata da una attenta regolamentazione. Un passo verso la semplificazione dei procedimenti autorizzativi per i data center dovrebbe arrivare nel “Decreto Energia”.

In attesa di vedere il documento ufficiale (più volte rimandato), secondo le bozze circolate il decreto dovrebbe introdurre un procedimento autorizzativo unificato. L’autorizzazione unica sarà rilasciata dalla Regione (o dalla Provincia autonoma, se competente) per impianti fino a 300 MW, mentre il Mase avrà competenza per progetti più grandi.

Questo provvedimento dovrebbe comprendere tutti i titoli necessari — intese, pareri, nulla osta e assensi — inclusi l’autorizzazione integrata ambientale (Aia), la valutazione di impatto ambientale (Via), le autorizzazioni paesaggistiche o culturali, i permessi per l’utilizzo delle risorse idriche e le autorizzazioni alle emissioni in atmosfera.

Il procedimento dovrà concludersi entro 10 mesi, con possibilità di proroga solo in circostanze eccezionali e per un massimo di 3 mesi aggiuntivi. Inoltre, i tempi per la valutazione di impatto ambientale dovrebbero essere ridotti del 50% rispetto alla normativa ordinaria.

Efficienza e consumi idrici

Oltre all’aspetto normativo, sarà fondamentale tenere alta l’attenzione sulla sostenibilità dei nuovi data center in arrivo. L’efficienza energetica di questi impianti si misura attraverso il Power usage effectiveness” (Pue), cioè il rapporto tra l’energia totale consumata e quella fornita specificamente alle apparecchiature informatiche.

Un valore Pue ottimale sarebbe quindi uguale a 1, ma è impossibile da raggiungere a causa dei sistemi generali necessari per il funzionamento dei centri dati, come raffreddamento, illuminazione e infrastruttura di sicurezza.

I data center tradizionali operano in genere con valori compresi tra 1,8 e 2,0. La società di analisi Icis stima che il Pue medio in Europa sia attualmente pari a 1,5 e che scenderà vicino alla soglia dell’1,35 nel 2035. Leggermente diverse le stime della Iea (grafico in basso), che per il Vecchio Continente vede un valore di 1,45 nel 2024 e una stima inferiore a 1,3 già nel 2030.

A livello mondiale, gli Stati Uniti detengono il parco di data center con il Pue medio più basso, vista la presenza dei grandi cloud provider e dunque di una maggiore penetrazione degli hyperscale, di più recente costruzione e generalmente più efficienti. I Pue più elevati si registrano in Medio Oriente e in Africa, mentre l’Area “Asia Pacifico” pare allineata con Europa e Usa.

Oltre ad essere energy-intensive, i centri dati sono anche grandi consumatori di acqua, principalmente per il raffreddamento dei server. L’intensità idrica è misurabile dall’indicatore “Water usage effectiveness” (Wue), speculare al Pue, che si ottiene dividendo l’uso d’acqua totale per l’energia fornita specificamente alle sue apparecchiature IT.

Visto il prospetto idrico italiano, il consumo di acqua dei data center nel nostro Paese potrebbe destare qualche preoccupazione. Sebbene non siano disponibili cifre precise per l’Italia, il Wue a livello globale varia da 0,36 a 0,48 litri per kWh.

Poiché l’Italia sta già affrontando uno stress idrico in molte regioni, in particolare al Sud, la gestione sostenibile della risorsa potrebbe diventare un “fattore critico” qualora la localizzazione della maggior parte dei centri dati si concentrasse nelle zone con grave carenza (vedi mappa a lato).

Uno scenario per ora scongiurato, visto che – come detto – circa due terzi degli impianti sono localizzati al Nord, che si colloca nella zona “non critica”, secondo gli Osservatori distrettuali permanenti per gli utilizzi idrici di Ispra.

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