Un tribunale federale americano ha annullato come “arbitraria e contraria alla legge” la moratoria imposta dal presidente Donald Trump sull’eolico offshore, sancendo che non esisteva alcuna base per bloccare cantieri già in costruzione.
La decisione arriva in una fase in cui capacità massicce di eolico e fotovoltaico si trovano sulla rampa di lancio, sospinte da una domanda elettrica in forte crescita e da progetti già finanziati, ma frenati dagli ordini di stop dell’amministrazione Trump sui cantieri eolici offshore e dalla stretta federale e delle utility sui permessi e sulle connessioni fotovoltaiche.
Parallelamente, oltre 140 imprese del settore fotovoltaico Usa hanno chiesto al Congresso di intervenire sulla stretta federale che sta ritardando le autorizzazioni e mettendo a rischio le connessioni prima della scadenza ormai prossima dei crediti fiscali della precedente amministrazione Biden.
In mezzo a tale incertezza, gli Stati Uniti hanno aggiunto 11,7 GW di nuova capacità fotovoltaica nel terzo trimestre, il terzo miglior risultato di sempre, confermando la perdurante spinta del mercato rinnovabile.
Moratoria offshore bocciata, ma i ritardi restano
La moratoria sull’eolico offshore, contenuta in un memorandum presidenziale del 20 gennaio, aveva congelato la valutazione di nuove concessioni e autorizzazioni federali. La giudice Patti Saris ha annullato il provvedimento affermando che il governo non può sospendere iter già avviati senza motivazioni e senza definire tempi certi per la conclusione.
Il caso più emblematico della gestione confusa e controproducente dell’amministrazione Trump è quello di Revolution Wind: un parco eolico da 704 MW tra Connecticut e Rhode Island che al momento dello stop era completato per circa l’85%, con le fondazioni già installate in mare. Dopo il ricorso degli sviluppatori, un giudice federale ha autorizzato la ripresa dei lavori e l’amministrazione non ha presentato alcun appello.
Secondo i documenti depositati, il progetto coinvolge circa 1.200 lavoratori nei due Stati e copre una quota rilevante della domanda elettrica locale in base ai contratti già firmati.
La sospensione aveva messo in difficoltà fornitori, porti e cantieri collegati alle attività in mare, anticipando rallentamenti che poi si sarebbero diffusi nell’intera catena industriale offshore.
Il fotovoltaico corre, ma decine di GW sono a rischio
Sul fotovoltaico i numeri mostrano un quadro opposto rispetto ai segnali regolatori. Come accennato, nel terzo trimestre 2025 gli Stati Uniti hanno aggiunto 11,7 GW di nuova potenza fotovoltaica, portando il totale dei primi nove mesi dell’anno a oltre 30 GW secondo il Solar Market Insight Report Q4 2025 di Solar Energy Industries Association (SEIA)/Wood Mackenzie.
Si tratta di un dato superiore ai livelli del 2024: nei primi tre trimestri dello scorso anno, le installazioni solari si erano fermate attorno ai 28-29 GW, secondo la ricostruzione delle serie trimestrali pubblicate da SEIA.
La crescita recente è trainata soprattutto da Stati meridionali e del Midwest, con una componente crescente di impianti dotati di batterie, in particolare in California. Il ritmo attuale risulta più alto rispetto allo stesso periodo del 2024, ma le prospettive sono molto diverse: i volumi messi in esercizio oggi derivano da autorizzazioni avviate negli anni scorsi, mentre i nuovi iter stanno subendo notevoli ritardi.
Le associazioni industriali avvertono che i progetti sulla rampa di lancio rischiano un brusco rallentamento. Secondo la SEIA, ci sono oltre 73 GW di progetti fotovoltaici di scala utility che risultano esposti a ritardi o cancellazioni a causa della stretta sui permessi federali legata a un altro memorandum dell’amministrazione Trump, risalente a luglio.
Si tratta in larga parte di impianti che necessitano di attraversamenti su suoli pubblici o di procedure di valutazione ambientale, che oggi richiedono un passaggio aggiuntivo presso gli uffici federali.
Nel grafico tratto dall’analisi di SEIA/Wood Mackenzie, l’andamento storico e previsto delle installazioni di grande scala negli Usa.
La contemporanea crescita delle installazioni fotovoltaiche e il rallentamento dei progetti in rampa di lancio delineano un cortocircuito: la tecnologia con tempi di realizzazione più rapidi incontra ora colli di bottiglia amministrativi proprio nel momento di massima crescita della domanda elettrica, con il rischio di rinviare capacità che potrebbe essere disponibile già nel 2026 e 2027.
La corsa al credito fiscale residenziale
Parallelamente all’ingorgo dei grandi parchi solari, si registra la corsa delle famiglie per installare moduli fotovoltaici e batterie entro il 31 dicembre, ultima data utile per ottenere i crediti fiscali in via di abrogazione dall’amministrazione Trump.
I ritardi negli allacci da parte delle utility, sommate a carenze di moduli e ritardi nelle consegne segnalate da installatori e grossisti, potrebbero però far slittare l’attivazione al 1° gennaio, con relativa perdita di agevolazioni fino a 10.000 dollari su un impianto domestico.
“Si prevede che i vincoli di disponibilità dei moduli continueranno anche nel prossimo anno. Molti installatori riferiscono che i produttori e i distributori hanno esaurito le scorte di moduli sia nazionali che importati fino alla fine del 2026. Di conseguenza, abbiamo rivisto al ribasso le nostre previsioni a breve termine per il settore solare residenziale del 2% nel 2025 e dell’8% nel 2026”, dice la SEIA.
Nell’illustrazione, tratta dall’analisi di SEIA/Wood Mackenzie, l’andamento storico e previsto delle installazioni residenziali negli Usa.
Bloomberg Green documenta invece attese di “sei-dieci settimane” per l’installazione del dispositivo di interfaccia necessario a collegare fotovoltaico e batteria al contatore, rallentando la chiusura delle pratiche degli utenti. Il fenomeno è particolarmente marcato in California, dove circa il 60% delle nuove installazioni include un sistema di accumulo.
Il rischio, oltre quello che i clienti residenziali non riescano ad attivare i sistemi nei tempi previsti dalla normativa federale, è che una misura nata per accelerare la diffusione del fotovoltaico domestico metta ulteriormente sotto pressione gestori e utility sui tempi autorizzativi e di connessione dei grandi impianti già in questa ultima parte dell’anno.
Permessi e assunzione diretta di competenza federale
A complicare ulteriormente il quadro c’è il carattere selettivo delle revisioni normative federali. Nella lettera trasmessa a Congresso e Casa Bianca, gli operatori segnalano che la stretta sui permessi è applicata “in modo non uniforme” e con un livello di dettaglio che non ha precedenti per il fotovoltaico.
La critica principale riguarda l’obbligo di esame manuale dei dossier di autorizzazione relativi a progetti di scala utility, anche quando si tratta di attraversamenti tecnici o autorizzazioni già consolidate negli iter precedenti. Le imprese osservano che gli stessi progetti, se di altra natura tecnologica, non subiscono un aggravamento analogo delle pratiche.
Secondo l’analisi delle aziende firmatarie, questo passaggio aggiuntivo trasferisce sui progetti rischi contrattuali e finanziari, con effetti sulla tempistica delle decisioni di investimento e sulla chiusura dei contratti di acquisto di energia.
Gli effetti su industria e programmazione di rete
La simultanea crescita della domanda, la necessità di nuova capacità in tempi rapidi e la compressione degli incentivi fiscali creano una situazione di frizione strutturale.
In un quadro di investimenti industriali in crescita e di nuove infrastrutture digitali, rallentare i progetti rinnovabili ha l’effetto paradossale di spostare parte della nuova domanda elettrica su soluzioni con tempi più lunghi e costi più alti.
Nel biennio 2025-2026, i centri dati e i grandi consumatori richiederanno nuovi contratti di fornitura elettrica che, nei tempi disponibili, potrebbero essere coperti in larga parte da nuovi impianti FV e accumuli già sulla rampa di lancio e costruibili nell’arco di 12-18 mesi, rileva Bloomberg Green.
La stessa analisi evidenzia che, nonostante i rallentamenti attuali, le utility statunitensi potrebbero aggiungere fino a 666 GW complessivi di fotovoltaico, accumuli ed eolico entro metà del prossimo decennio, contro circa soli 126 GW di nuova capacità a gas.
Tale dispiegamento di potenza rinnovabile non potrà però avvenire senza la rimozione degli ostacoli autorizzativi oggi concentrati sui progetti in fase esecutiva (Tra negazionismi e accelerazione delle rinnovabili, il clima non aspetta gli Usa).
Tre scelte che deviano la rotta della transizione Usa
Mentre eolico e fotovoltaico cercano una rampa di lancio più scorrevole, l’amministrazione Trump ha preso altre tre decisioni che spostano la rotta della transizione.
La prima riguarda i trasporti, con la revisione al ribasso degli standard sui consumi dei veicoli che smonta una parte dei meccanismi varati sotto Biden, riducendo la spinta verso l’auto elettrica e quindi la domanda di nuova generazione pulita.
Sul fronte dell’offerta, l’amministrazione Trump ha ridimensionato con tagli al personale e ai finanziamenti l’Office of Clean Energy Demonstrations, creato per sostenere progetti pionieristici nell’industria pesante, indebolendo il braccio operativo federale che avrebbe dovuto accompagnare la trasformazione energetica delle filiere industriali.
In parallelo, la Casa Bianca ha assegnato 800 milioni di dollari a nuovi progetti di piccoli reattori nucleari modulari, confermando la volontà di un sostegno mirato alla fissione, mentre vento e sole si scontrano con una moratoria giudicata illegittima, con permessi rallentati dai memorandum federali e con la fine dei crediti fiscali residenziali.
Il nodo decisivo: tempo e certezza regolatoria
In conclusione, i dati più recenti mostrano che, nonostante i molti bastoni fra le ruote messi dalla Casa Bianca, gli Stati Uniti stanno ancora portando in esercizio volumi record di nuova capacità rinnovabile, frutto di progetti avviati e autorizzati negli anni scorsi.
L’avvio dei nuovi impianti, invece, procede più lentamente: le regole federali sui permessi e le nuove verifiche hanno allungato gli iter autorizzativi e reso meno prevedibili i tempi di decisione per il presente e il futuro.
Gli sviluppatori segnalano che il collo di bottiglia non è legato ai costi, né alla domanda dei clienti: la barriera è la minore certezza del percorso autorizzativo.
Secondo le imprese firmatarie della lettera, uniformare i criteri e fissare una soglia chiara oltre la quale la revisione federale non possa intervenire sulla connessione di impianti già autorizzati permetterebbe di ridurre i rischi sui progetti.
Attualmente, invece, Il settore delle rinnovabili sconta una condizione in cui molti impianti sono sulla rampa di lancio, con capacità record installata e domanda crescente, ma con nodi amministrativi che rallentano la crescita futura.
L’effetto è uno slittamento in avanti degli ingressi in esercizio e, potenzialmente, un aumento dei costi finali per utenti, grandi consumatori e in ultima analisi per l’intera economia americana, non esattamente quanto il “dominio energetico” perseguito da Trump dovrebbe assicurare.




























