È di ieri, 14 settembre, l’ultima zampata dell’amministrazione Trump alla lotta al cambiamento climatico, che per la Casa Bianca, come noto, è solo una bufala.
L’Epa, l’agenzia per l’ambiente, ha cancellato gran parte degli standard sulle emissioni delle centrali fossili varati da Biden nel 2024 e ha proposto di eliminare anche le residue regole federali sulla CO2 del settore elettrico.
Nel frattempo, però, la trasformazione del sistema Usa continua: solare, eolico e batterie crescono ancora, con molti progetti decisi prima che le nuove politiche federali dispiegassero tutti i loro effetti.
Intanto, mostra il nuovo rapporto “GHG Emissions of All World Countries 2026“, realizzato dal Joint Research Centre della Commissione europea con la Iea, nel 2025 le emissioni degli States sono aumentate del 2,2%, il maggiore incremento assoluto tra le sei maggiori economie emettitrici, in un contesto in cui le emissioni mondiali sono cresciute dello 0,7% in un anno, nonostante il leggero calo registrato nel settore elettrico.
Lo stralcio delle regole sulle centrali
Come anticipato, ieri l’Epa (da gennaio 2025 guidata dal deputato repubblicano di New York e fedelissimo di Trump Lee Zeldin) ha fatto un altro passo in quello che è il più ampio programma di deregolazione ambientale della sua storia.
L’agenzia per la protezione ambientale ha infatti finalizzato la revoca annunciata della maggior parte dei Carbon Pollution Standards del 2024 per le centrali a carbone, petrolio e gas. Tra le disposizioni cancellate ci sono le linee guida per le unità esistenti e gli standard basati sulla cattura e stoccaggio della CO2 (CCS) per alcune centrali a carbone modificate e per nuove turbine a combustione destinate al baseload.
In parallelo, l’Agenzia ha presentato una proposta ancora più radicale, che sarà sottoposta a consultazione: stralciare tutti gli standard residui sulle emissioni climalteranti delle centrali previsti dalla Section 111 del Clean Air Act, cioè la norma che consente all’Epa di fissare limiti alle emissioni delle fonti industriali fisse.
La tesi è che, dopo la revoca dell’Endangerment Finding del 2009 e alla luce della sentenza Loper Bright della Corte Suprema, il Congresso non abbia attribuito all’Agenzia il potere di regolare queste emissioni per contrastare il cambiamento climatico globale.
La revoca alleggerisce subito gli obblighi per centrali a carbone e nuove unità a gas interessate dagli standard 2024; se anche la seconda proposta diventasse definitiva, l’Epa cercherebbe invece di chiudere alla radice la possibilità di imporre in futuro limiti alla CO2 delle centrali attraverso la Section 111 del Clean Air Act.
Il contenzioso in tribunale è praticamente certo, visto che diversi gruppi ambientalisti hanno già annunciato ricorsi, ma l’esito è meno scontato: la Corte Suprema ha ristretto nel 2022, con West Virginia v. Epa, la libertà dell’Agenzia nel regolare il settore elettrico, senza però escludere che la Section 111 possa essere usata in assoluto contro la CO2; proprio per questo la tesi più radicale dell’amministrazione Trump potrebbe essere il terreno più vulnerabile in giudizio.
Le rinnovabili Usa non si sono fermate
Questa “inversione a U” di Trump per tornare all’energia del passato, almeno per ora, non ha fermato la transizione energetica negli Usa.
Nella prima metà del 2026, secondo la Energy Information Administration, la generazione solare è aumentata del 21% rispetto allo stesso periodo del 2025, quella eolica del 6% e l’idroelettrico del 9%. La potenza delle batterie utility scale è passata da 43,6 GW a fine 2025 a quasi 52 GW a giugno 2026, con 8,3 GW aggiunti in sei mesi.
Anche lo Short-Term Energy Outlook dell’Eia pubblicato qualche giorno fa non vede un’inversione immediata: il solare dovrebbe salire dal 7% della generazione Usa nel 2025 all’8% nel 2026 e al 9% nel 2027, mentre l’eolico passerebbe dall’11 al 12%. Il carbone scenderebbe dal 17 al 14%, con il gas intorno al 40%.
Per il 2026 gli operatori avevano inoltre programmato un record di 86 GW di nuova potenza utility scale pulita: 51% fotovoltaico, 28% batterie e 14% eolico, circa il 93% del totale.
Il cambio di rotta di Trump
Questi numeri comprendono, va detto, molti progetti pianificati quando gli incentivi dell’Inflation Reduction Act erano ancora pienamente disponibili. Come noto, la legge di bilancio del luglio 2025, battezzata One Big Beautiful Bill Act, ne ha anticipato la fine per diversi segmenti.
Per eolico e fotovoltaico i crediti fiscali 45Y e 48E su energia e investimenti cessano per gli impianti entrati in esercizio dopo il 31 dicembre 2027 se la costruzione è iniziata dopo il 4 luglio 2026. A fine 2025 sono terminati anche alcuni incentivi per fotovoltaico ed efficienza nelle abitazioni; quelli federali all’acquisto di veicoli elettrici sono cessati il 30 settembre 2025.
Trump ha poi bloccato nuovi leasing federali offshore per l’eolico, rafforzato il controllo centrale sulle decisioni del Department of the Interior per eolico e solare e sospeso a dicembre 2025 i lease di grandi progetti offshore in costruzione, motivando la scelta con ragioni di sicurezza nazionale.
Gli effetti si vedono già più chiaramente nelle decisioni di investimento che nelle installazioni. Secondo il Clean Investment Monitor di Rhodium Group e Mit, nel secondo trimestre 2026 gli investimenti puliti negli Usa sono stati 75 miliardi di dollari, +4% sull’anno precedente e secondo valore trimestrale più alto della serie.
Ma quelli nella manifattura clean-tech sono scesi del 24% su base annua, quelli in elettricità pulita e decarbonizzazione industriale del 5% e le nuove decisioni di investimento nell’eolico a circa 300 milioni di dollari, -96% sul trimestre precedente.
Nei suoi scenari aggiornati alle politiche in vigore a giugno 2026, Rhodium prevede comunque fino al 2030 48-50 GW l’anno di nuovi impianti solari, eolici e di storage, anche per la corsa a sfruttare i crediti fiscali prima della scadenza.
Dopo il 2030 la forchetta si apre molto: oltre 50 GW l’anno di nuove Fer nello scenario più favorevole, circa 3 GW in quello con gas economico e tecnologie pulite più costose.
Emissioni Usa +2,2%, mondo a +0,7%
Mentre le rinnovabili negli Stati Uniti crescono ancora, seppur verso un destino incerto, anche le emissioni della superpotenza sono in aumento. Secondo il rapporto Jrc-Iea pubblicato nei giorni scorsi, nel 2025 gli Usa hanno emesso 6,018 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, escluse le emissioni e gli assorbimenti da uso del suolo e foreste: +2,2% sul 2024, cioè 131,5 milioni di tonnellate in più.
Gli Stati Uniti rappresentano così l’11,1% delle emissioni mondiali, secondi dietro alla Cina, e nel 2025 erano appena il 3,2% sotto i livelli del 1990. Gran parte del calo precedente si era concentrato tra 2005 e 2020, soprattutto nella CO2 dell’elettrico (-39,6%), dei trasporti (-17,1%) e degli edifici (-12,7%).
Il dato pro capite resta molto alto: 17,5 tonnellate di CO2eq, contro 6,6 della media mondiale, 11,1 della Cina e 7,1 dell’Ue. Anche l’intensità emissiva dell’economia Usa, 0,230 tonnellate di CO2eq per mille dollari di Pil a parità di potere d’acquisto, è quasi doppia rispetto allo 0,126 dell’Ue, pur restando molto più bassa dello 0,453 cinese.
Nel complesso, mostra il report Jrc-Iea, le emissioni mondiali hanno raggiunto nel 2025 il record di 54,1 miliardi di tonnellate di CO2eq, +0,7% sul 2024.
Quello della produzione di elettricità e calore è stato l’unico grande settore in calo: -51 milioni di tonnellate, pari a -0,3%, pur pesando per quasi il 30% del totale.
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