Sussidi dannosi in aumento e fondi Ets inutilizzati: il doppio paradosso italiano

Secondo Legambiente i sussidi ambientalmente dannosi sono cresciuti a 48,3 mld € nel 2024. Il think tank ECCO rivela come il governo abbia speso per la transizione ecologica solo il 9% degli introiti generati dalle aste Ets tra il 2012 e il 2024.

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L’Italia continua ad aumentare la spesa in sussidi ambientalmente dannosi (Sad), nonostante la fragilità del contesto internazionale suggerisca di abbandonare il più rapidamente possibile le fonti fossili e puntare sulle rinnovabili e sull’efficienza energetica.

Secondo il rapporto di Legambiente “Stop sussidi ambientalmente dannosi 2026” (link in basso) nel 2024 il governo italiano ha speso 48,3 miliardi di euro in Sad destinati a 76 voci tra attività, opere e progetti connessi direttamente e indirettamente alle fossili e alle attività inquinanti.

Si tratta di una crescita rispetto all’anno precedente che, escludendo i sussidi straordinari legati all’emergenza bollette (pari a circa 95 mld di €), stimava 45,3 miliardi di euro. Dal 2011 (anno di inizio del monitoraggio) ad oggi, la spesa complessiva per questi sussidi ha raggiunto almeno 436 miliardi di euro.

L’associazione ambientalista denuncia come queste voci di spesa siano “solo in parte” raccolte nel catalogo dei “sussidi ambientalmente dannosi e favorevoli” del Mase, impedendone una reale quantificazione, rimodulazione ed eliminazione.

Sono quattro in particolare le criticità nel catalogo secondo Legambiente:

  • 18 voci di sussidi non quantificate (come Iva agevolata, sostegni settoriali, fondi di garanzia e bonus);
  • 14 voci di sussidi assenti (tra cui l’inadeguatezza di royalties e canoni per trivellazioni, prestiti e garanzie pubbliche di CDP, contributi all’autotrasporto e fondi nazionali per l’allevamento), per un totale di 11,9 miliardi di euro non contabilizzati;
  • 11 voci di spesa non trovano corrispondenza tra il catalogo e i documenti della Ragioneria dello Stato relativi al 2024, per una differenza, ingiustificata, di 377,2 milioni di euro;
  • 18 voci di “sussidi ambientalmente incerti” (Sai) per 26,4 miliardi di euro che sostengono allo stesso tempo attività dannose per l’ambiente e componenti innovative.

Si tratta di aiuti che richiederebbero uno studio preliminare e un piano di trasformazione in “favorevoli”, ma che, restando “incerti”, vengono esclusi da qualsiasi rimodulazione, mentre il loro impatto negativo non viene contabilizzato.

Un caso emblematico di mancata trasparenza nel catalogo del Mase riguarda le esenzioni delle royalties sulle estrazioni di gas: riportate per la prima volta, compaiono sempre con lo stesso valore di 5 milioni di euro dal 2020 al 2024, indipendentemente dalla quantità di gas estratto e dall’indice QE, il parametro che riflette il prezzo del gas e serve a calcolare il valore di queste royalties.

A fronte di questi numeri, secondo stime di Legambiente, ci sono 23,1 miliardi di euro di Sad che potrebbero essere eliminati e 25,2 miliardi rimodulati entro il 2030 con un’azione decisa del governo, liberando risorse da investire nella transizione energetica e in settori strategici legati al welfare, alla qualità della vita, alla sanità e all’innovazione.

I Sad nel settore energetico

Tra i settori più interessati dai Sad, al primo posto si conferma quello energetico, che nel 2024 registra 28 voci e 14,2 miliardi di euro (+3,9 mld € rispetto all’anno precedente).

Tra le voci di categoria più rilevanti ci sono le agevolazioni Iva (3,6 mld €), il rilascio di quote gratuite di carbonio del sistema Ets (2,9 mld €) e i prestiti e garanzie pubbliche messe a disposizione di Sace e Cdp a favore di impianti e infrastrutture a fonti fossili (2 mld €). Di seguito, la lista dei Sad del settore energetico.

Altri comparti in cui i Sad impattano notevolmente sono l’edilizia, con 9 miliardi di euro e 7 voci di sussidi, i trasporti con 8,7 miliardi di euro e 19 voci e il settore “agricoltura e pesca” con 1,11 miliardi e 9 voci.

Legambiente propone alcuni interventi prioritari, tra cui l’eliminazione dei sussidi alle trivellazioni, l’eliminazione dei prestiti e garanzie pubblici (in particolare garanzie deliberate nel settore del gas da Sace e finanziamenti di Cdp) e una rimodulazione dei contributi agli impianti fossili, passati da 1,02 miliardi di euro del 2023 ai 1,18 miliardi del 2024.

Proventi Ets spesi poco e male

Oltre ai Sad, il governo italiano è finito nel mirino delle associazioni in difesa del clima anche per l’utilizzo dei proventi Ets, il meccanismo di scambio di quote di emissioni che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha recentemente chiesto di sospendere, trovando ferma opposizione da parte della Commissione europea e di una coalizione di otto Paesi membri (Un po’ di buoni motivi per difendere l’Ets europeo).

Secondo il think tank ECCO, che ha analizzato le rendicontazioni pubbliche presentate a Bruxelles dal nostro Paese e ha sintetizzato i risultati nel report “Aste Eu Ets in Italia, Trasparenza e tracciabilità dei ricavi” (link in basso), emerge che tra il 2012 e il 2024 le aste Ets hanno generato circa 18 miliardi di euro di entrate.

Tuttavia, dalle rendicontazioni disponibili risulta che solo 1,6 miliardi di euro, pari a circa il 9% dei proventi complessivi, siano stati spesi.

Negli ultimi anni una parte di queste risorse è stata utilizzata per affrontare l’emergenza energetica. Tra il 2021 e il 2022, almeno 3,6 miliardi derivanti dalle aste Ets dovrebbero essere stati impiegati per misure temporanee di contenimento dei costi delle bollette, “tuttavia dalle rendicontazioni ufficiali non è possibile tracciare questa spesa”, avvertono gli analisti.

La Direttiva Ets prevede infatti strumenti che consentono di intervenire concretamente per ridurre i costi delle bollette di famiglie e imprese, senza tuttavia comprometterne la finalità principale: favorire il progressivo abbandono della dipendenza dai combustibili fossili.

La norma consente agli Stati membri di utilizzare fino al 25% dei proventi delle aste per compensare i costi indiretti sostenuti dalle imprese energivore esposte alla concorrenza internazionale. Nonostante l’aumento dei costi energetici negli ultimi anni, l’Italia ha destinato a queste compensazioni in media soltanto il 5,6% dei proventi dal 2020, contro il 26% della Germania e il 38% della Francia.

Come previsto dalla direttiva stessa, la Spagna, ad esempio, ha previsto nel 2022 e rivisto nel 2023 uno schema per compensare le imprese energivore per i maggiori prezzi dell’elettricità derivanti dai costi indiretti dell’Ets. Da una dotazione iniziale di 2,9 miliardi di euro si è passati a 8,5 miliardi nel 2023, prevedendo una compensazione fino al 75% dei costi indiretti.

Anche la Germania ha adottato un pacchetto di misure per ridurre il prezzo dell’elettricità. Tra queste, una riduzione delle tariffe di trasmissione per circa 6,5 miliardi, una riduzione dell’imposta sull’elettricità per i settori manifatturiero e agricolo e l’eliminazione dalle bollette degli oneri legati allo sviluppo pregresso delle rinnovabili.

Una parte rilevante di queste misure è finanziata attraverso il “Fondo Clima tedesco”, alimentato dai proventi delle aste Ets, dalla tassa sul carbonio nazionale e da risorse pubbliche.

Esiste, quindi, un ampio margine di manovra per utilizzare in modo più efficace i proventi delle aste. Queste risorse potrebbero contribuire a ridurre il peso degli oneri presenti nelle bollette elettriche di famiglie e imprese, sostenere i settori energivori e accompagnare la transizione energetica, attraverso misure pienamente compatibili con il quadro europeo.

L’Italia, tuttavia, nella sua trasposizione nazionale vincola il 50% dell’uso dei proventi al fondo di ammortamento dei titoli di Stato, riducendo, nei fatti, le possibilità di azione.

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