Nelle ultime settimane si sono verificati crescenti attacchi al sistema europeo di scambio di quote di emissioni (il cosiddetto “Ets”), uno degli strumenti chiave della politica climatica dell’Ue.
Un forte impulso è arrivato dalle industrie altamente energivore, ma anche da diversi governi europei, tra cui l’Italia, che si è spinta a chiedere la sospensione del meccanismo in attesa di una forte revisione.
Pur trovando una sponda politica in Paesi come Repubblica Ceca e Slovacchia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è vista chiudere le porte dai rappresentanti delle istituzioni Ue (su tutti, la vicepresidente della Commissione Teresa Ribera e il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen).
In vista del Consiglio europeo del 19-20 marzo, che avrà come tema centrale i provvedimenti di politica energetica da mettere in campo per far fronte alla crisi in Iran, una coalizione di otto Paesi ha pubblicato un non paper contrario allo stop all’Ets per calmierare i prezzi dell’energia in questa fase di instabilità.
Danimarca, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi, Lussemburgo, Portogallo, Spagna e Slovenia hanno definito lo scambio di quote di emissioni un “pilastro della politica climatica”, respingendo la proposta italiana.
Per questi otto governi “apportare modifiche fondamentali al sistema, metterlo in discussione o sospenderlo costituirebbe un passo indietro molto preoccupante”, si legge nel documento visionato e citato da fonti internazionali, tra cui Reuters, e “penalizzerebbe drasticamente chi si è mosso per primo e ha già investito e innovato nella decarbonizzazione”.
Il rischio maggiore sarebbe quello di “indebolire i segnali di prezzo del carbonio che sostengono gli investimenti e la stabilità del mercato”.
Freno alla crescita e autogol fiscale
Annacquare l’Ets, inoltre, “non salverebbe l’industria europea”, anzi “rappresenterebbe un duro colpo sia per la stabilità fiscale che per la resilienza economica a lungo termine”. Lo afferma in un’analisi il think tank Bruegel, elencando diversi motivi per cui indebolire il sistema danneggerebbe, anziché avvantaggiare, la competitività economica dell’Ue.
Il primo è che l’Ets costituisce un rimedio alla volatilità dei prezzi dell’elettricità e non la causa. “Persiste l’errata convinzione che l’Ets determini un aumento dei costi dell’elettricità”, si legge nell’analisi, ma “il gas naturale, non il prezzo del carbonio, è il fattore dominante nella determinazione dei prezzi marginali dell’elettricità”.
Per questo l’unico modo sostenibile per ridurre i costi dell’elettricità è abbattere il numero di ore in cui il gas determina il prezzo marginale. Ciò implica accelerare la diffusione delle rinnovabili. Un’attenuazione del sistema Ets “comprometterebbe la fiducia nel sistema, scoraggerebbe gli investimenti privati e prolungherebbe la dipendenza dal gas importato, costoso e geopoliticamente rischioso”.
In linea con il messaggio politico degli otto Paesi contrari allo stop, Bruegel ricorda poi che il problema di competitività industriale dell’Europa non è il risultato del prezzo del carbonio, ma di una più ampia incapacità di governare la trasformazione tecnologica.
“Se i decisori politici invertissero la rotta sull’Ets, penalizzerebbero di fatto i pionieri che hanno investito per primi nella decarbonizzazione, premiando invece i ritardatari che hanno resistito al cambiamento”. Far credere alle aziende di poter bypassare il costo del carbonio attraverso pressioni politiche potrebbe portarle a smettere di investire in tecnologie a basse emissioni.
Indebolire l’Ets avrebbe anche due differenti impatti negativi sulla fiscalità dei Paesi membri. In primo luogo, ridurrebbe direttamente i proventi delle aste che gli Stati comunitari dovrebbero utilizzare per finanziare la transizione industriale e le misure di sostegno sociale (ricordiamo che le aste Ets hanno generato secondo stime della Commissione europea oltre 250 miliardi di euro di entrate, una cifra destinata a crescere con l’aumento del prezzo del carbonio).
Inoltre, poiché molti progetti di energia rinnovabile sono sostenuti attraverso contratti per differenza, un prezzo del carbonio più basso che faccia scendere i prezzi dell’elettricità nel breve termine aumenterebbe i sussidi che i governi devono colmare per onorare gli accordi.
Solo per la Germania, osserva Bruegel, una riduzione del 10% dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità aumenterebbe il costo del sostegno alle energie rinnovabili di circa 3-4 miliardi di euro all’anno.
L’impatto su domanda e prezzo del gas
L’analisi pone poi l’accento su un vantaggio economico troppo spesso trascurato del prezzo del carbonio, vale a dire il suo ruolo nell’aggregare la domanda Ue di importazioni di combustibili fossili.
Rendendo più costosa l’energia ad alta intensità di carbonio, l’Ets riduce il consumo di gas e poiché l’Ue importa enormi volumi, principalmente sotto forma di gas naturale liquefatto (GNL), questo abbattimento della domanda esercita una pressione al ribasso sui prezzi globali.
È come se una parte della “tassa” sul carbonio venisse di fatto pagata dagli esportatori. L’abolizione dell’Ets potrebbe quindi esercitare “una pressione contraria, al rialzo, sui prezzi globali del gas”. I proventi del mercato del carbonio, che in precedenza andavano ai bilanci europei, verrebbero così trasferiti all’estero come puro profitto per gli esportatori di Gnl.
Infine, dal punto di vista politico, l’Ets è considerato un quadro maturo, unificato e basato sul mercato che garantisce parità di condizioni nel mercato unico dell’Ue. “Indebolirlo – spiegano analisti Bruegel – innescherebbe una pericolosa frammentazione, costringendo i Paesi membri a tornare a un mosaico di sussidi nazionali e normative contraddittorie, causando gravi distorsioni”.



























