Il margine di generazione delle centrali a gas in Italia è tornato a livelli molto elevati nelle ultime settimane.
Nei primi giorni di marzo il cosiddetto clean spark spread, cioè l’indicatore che misura la redditività della produzione termoelettrica, ha superato i 57 €/MWh, con una media superiore a 30 €/MWh nei primi dodici giorni del mese, dopo il rialzo dei prezzi del gas e dell’elettricità seguito alla guerra in Medio Oriente.
L’andamento emerge da una ricostruzione della serie storica effettuata da Staffetta Quotidiana sulla base dei criteri di calcolo utilizzati dall’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (ARERA) nel nuovo bollettino della propria Unità di Vigilanza Energetica.
Il fenomeno riporta al centro una questione già emersa negli ultimi mesi nel dibattito sul mercato elettrico italiano: il possibile scostamento tra prezzi di mercato e costi marginali, che potrebbe indicare margini elevati o dinamiche di potere di mercato da parte dei produttori.
Un tema che diversi analisti, tra cui il think tank climatico ECCO, collegano all’imperfetto funzionamento competitivo del sistema elettrico.
Il balzo del clean spark spread
Il clean spark spread (CSS) rappresenta il margine teorico di una centrale a gas: cioè la differenza tra il prezzo dell’elettricità e il costo del combustibile necessario a produrla, tenendo conto anche del prezzo della CO2.
Un CSS elevato segnala che i ricavi di vendita crescono più rapidamente dei costi variabili, ampliando il margine operativo dei produttori.
Secondo la ricostruzione effettuata da Staffetta utilizzando i criteri dell’ARERA, nel 2026, l’indicatore ha mostrato un andamento molto volatile. A gennaio, la media si è attestata attorno a 28,5 €/MWh, valore già segnalato come il più alto da oltre tre anni. A febbraio il margine medio è sceso a poco più di 19 €/MWh.
Il picco più evidente si è verificato il 4 marzo, quando il CSS ha superato appunto i 57 €/MWh, rimanendo poi su livelli elevati nei primi dodici giorni del mese.
Nelle sedute successive, sulla scia del parziale ridimensionamento dei prezzi del gas dopo alcuni segnali di una possibile prossima fine delle operazioni militari, anche il margine termoelettrico ha mostrato un leggero calo. Tuttavia i valori restano comparabili a quelli già registrati a gennaio, indicando una redditività della generazione a gas ancora significativa.
Margini elevati e DL Bollette
L’aumento del CSS non implica automaticamente comportamenti anomali degli operatori. Tuttavia il livello dei margini riapre il dibattito sulla relazione tra prezzi dell’elettricità e costi di produzione.
Michele Governatori, Senior Associate Energia del think tank climatico ECCO Climate, interpellato da QualEnergia.it, ha commentato i dati del CSS in relazione al cosiddetto “decreto bollette” e in particolare al suo articolo 6, che attribuisce ad ARERA il compito di monitorare e, se necessario, intervenire sui margini della generazione elettrica.
La norma, che deve passare al vaglio di Bruxelles, interviene anche “sterilizzando” gli oneri di trasporto e una delle componenti del costo marginale delle centrali a gas, cioè il prezzo delle emissioni di CO2 nel Sistema europeo di scambio delle emissioni (Emission Trading System o ETS). L’obiettivo dichiarato è attenuare l’impatto di questo costo sul prezzo finale dell’elettricità (Dl Bollette, la difesa del Mase e lo scontro sotterraneo con la Commissione Ue).
Tuttavia, dal punto di vista economico, il costo della CO2 non scompare: viene piuttosto spostato altrove nel sistema, perché il sistema ETS resta comunque in vigore, solo che il suo costo sarà coperto da altre risorse pubbliche. Secondo Governatori, l’efficacia di questo approccio resta limitata rispetto alle dinamiche strutturali del mercato.
“Se i produttori praticano margini così macroscopici come sembra in questi giorni, occorre molto ottimismo per pensare che vi rinunceranno in cambio del regalo sui costi della CO2 previsto dall’art.6”, osserva l’analista.
Il nodo della concorrenza
Di fronte a questa situazione, la soluzione indicata da Governatori non è un nuovo intervento di emergenza, ma il pieno funzionamento delle istituzioni: “Il governo deve favorire il corretto funzionamento dell’Antitrust e di ARERA rispettandone l’autonomia”, osserva l’analista, aggiungendo che le istituzioni dispongono già dei poteri necessari per vigilare sul funzionamento dei mercati energetici.
Secondo ECCO, il governo disporrebbe anche delle risorse finanziarie contabilmente appropriate per un funzionamento strutturalmente corretto del mercato, senza appesantire ulteriormente i bilanci pubblici. Si tratta di circa 10 miliardi di euro l’anno, di cui circa 4 miliardi dal gettito ETS, 4,3 miliardi dal maggiore gettito IVA legato all’aumento del prezzo del gas e 2,4 miliardi dai dividendi delle imprese energetiche partecipate dallo Stato.
Queste risorse potrebbero ridurre gli oneri di sistema presenti in bolletta, che pesano per circa il 10% sulle utenze domestiche e per il 20% sulle piccole e medie imprese, a fronte di un sistema ETS che pesa solo per il 6,8% sul prezzo dell’elettricità per le industrie energivore e circa il 3% sulle bollette delle famiglie italiane.
Invece di puntare su soluzioni di sistema, il DL Bollette finisce per fare insomma un favore alle grandi partecipate statali, più che ai consumatori: i produttori elettrici, infatti, stanno già godendo di margini maggiori, il cui peso però ricadrà sulla collettività, che vedrà quindi cancellati i vantaggi della sterilizzazione degli ETS e degli oneri di trasporto in bolletta, tramite il loro travaso nella fiscalità generale.
Antitrust ignorata
Uno dei nodi è che nel decreto bollette l’Antitrust non viene mai nominata: “Viene dato all’ARERA il potere di abbassare i margini dei produttori, ma l’Antitrust viene ignorata”.
Il perimetro ristretto dell’intervento rende l’impostazione del decreto sbagliata alla radice, secondo Governatori: “Non si capisce perché il decreto introduca l’importanza di un mercato competitivo solo contestualmente a una scelta sbagliatissima dell’articolo 6 e non faccia di questo invece un elemento strutturale, che già oggi sarebbe di aiuto al consumatore.”
“Prima di danneggiare la strategia che l’Italia e l’Ue si sono dati, bisognerebbe garantire una ragionevole competitività del mercato”, osserva Governatori.
Il dibattito sulla competitività del mercato elettrico italiano si inserisce in un contesto più ampio di analisi condotte negli ultimi anni anche dalle autorità di regolazione.
Margini, prezzi e potere di mercato
Già l’anno scorso, infatti, ARERA aveva segnalato possibili scostamenti tra prezzi di mercato e costi marginali stimati, evidenziando situazioni compatibili con fenomeni di trattenimento economico di capacità, cioè strategie di offerta che possono influenzare la formazione dei prezzi.
Questo non significa necessariamente che esistano comportamenti illeciti o cartelli espliciti. In mercati relativamente concentrati possono emergere anche forme di coordinamento implicito, in cui gli operatori tendono a adottare strategie simili perché mantenere livelli di prezzo elevati non genera reazioni competitive significative (Prezzi elettrici alti: il sospetto di un cartello “implicito” difficile da dimostrare).
In questi casi, il risultato può essere un mercato poco concorrenziale anche in assenza di accordi formali tra operatori.
Governatori torna quindi sul rapporto fra partecipate pubbliche e governo. “Se la partecipazione del governo in ENI ed Enel serve a introdurre temi di interesse pubblico nella governance, allora perché il governo non chiede a queste aziende una presa di responsabilità e una rinuncia ai margini in momenti di emergenza? Se la partecipazione dello Stato è diversa da quella di un qualunque azionista finanziario, questa diversità dovrebbe vedersi almeno nei momenti di crisi. Altrimenti tanto varrebbe liberarsi della partecipazione pubblica e dei conseguenti conflitti di interesse di un Governo che fa più dividendi se il mercato è meno competitivo”, argomenta l’analista.
Il ruolo del gas nel prezzo dell’elettricità
Il tema dei margini di generazione si intreccia comunque con un fattore strutturale del sistema energetico italiano ed europeo: l’eccessiva dipendenza dal gas nella formazione del prezzo dell’elettricità.
Secondo ECCO, la vulnerabilità principale del sistema resta proprio questa. Nel commentare il dibattito politico sulla crisi energetica, il direttore del think tank Matteo Leonardi sottolinea che l’ETS non rappresenta la causa principale del caro bollette.
“L’Italia paga bollette più care perché è il Paese europeo più esposto al gas. Non è l’ETS a far salire i prezzi, ma la dipendenza dai combustibili fossili”, afferma Leonardi in un comunicato.
Il prezzo del gas, secondo ECCO, è aumentato di circa il 50% tra febbraio e marzo, contribuendo alla recente tensione sui mercati energetici e mostrando quanto il sistema elettrico europeo resti sensibile agli shock geopolitici.
Un segnale che riapre il dibattito sul mercato elettrico
Nel breve periodo, i margini della generazione a gas continueranno probabilmente a rimanere elevati e a seguire l’andamento dei mercati energetici internazionali. Nel medio periodo, invece, il nodo centrale resta quello del funzionamento (poco) competitivo del mercato e della capacità del sistema elettrico di ridurre la propria dipendenza dal gas.
È su questo terreno che il dibattito sul caro-elettricità in Italia sembra destinato a concentrarsi ancora nei prossimi mesi.



























