Oltre 12 miliardi di dollari di importazioni di petrolio e gas evitate finora, altri 6,3 miliardi possibili entro fine anno.
È l’effetto della diffusione del fotovoltaico in Pakistan che sta riducendo in modo significativo l’esposizione del Paese agli shock energetici legati alla crisi dello Stretto di Hormuz.
A mostrare come la generazione da rinnovabili sia una forma di “assicurazione energetica” è un report pubblicato nei giorni scorsi da un think tank pachistano, ennesimo esempio di quanto le fonti pulite siano un investimento strategico anche per sicurezza ed economia.
In questo caso specifico, la crescita del solare non è frutto di politiche particolari, ma solo delle forze di mercato, ad esempio l’alto costo delle bollette contrapposto ai prezzi super competitivi dei moduli, favoriti dall’import senza dazi dalla Cina.
Una rivoluzione che sfugge alle statistiche
Il report “Electrons in, hydrocarbons out” di Renewables First, organizzazione indipendente pachistana attiva su energia e ambiente, mostra come il sistema energetico del Paese stia cambiando rapidamente, senza che i dati ufficiali lo riflettano (documento in basso).
Le statistiche mostrano consumi stagnanti, nonostante la crescita economica e demografica. Ma la forza che si sta muovendo sotto la superficie è il solare su tetto, una quota crescente di energia che non viene contabilizzata perché prodotta da impianti distribuiti fuori dal sistema tradizionale.
Includendo questa quota, spiegano gli analisti, la domanda energetica risulta in linea con l’economia. Nel 2023-24 il solare distribuito ha generato circa 19 TWh, pari a circa un quinto dell’elettricità fornita dalla rete.
Il Pakistan ha importato circa 48 GW di moduli a metà 2025 (grafico in basso), con una capacità installata stimata intorno ai 32 GW. I dati ufficiali, che registrano solo il net metering e gli impianti utility scale, si fermano a poco più di 6 GW.
La crescita è stata trainata da prezzi elevati dell’elettricità, scarsa affidabilità della rete e crollo dei costi dei moduli, scesi fino a circa 0,10 dollari per watt. Il risultato è una diffusione capillare, su tetti domestici, aziende agricole e impianti industriali.
Riduzione della dipendenza energetica
Questo sviluppo ha effetti diretti sulle importazioni visto che il Pakistan dipende per oltre il 40% da combustibili fossili importati, con un’incidenza che nel 2024 ha raggiunto circa il 10,6% del Pil.
Il fotovoltaico distribuito sta così riducendo le importazioni energetiche del Paese: nel 2023-24 ha prodotto circa 19 TWh, pari a un quinto dell’elettricità fornita dalla rete.
Considerando la maggiore efficienza del FV, a fronte di circa 1,6 Mtep di energia elettrica prodotta da solare, sono stati sostituiti 5 Mtep di input fossili sui circa 26,5 che il Pakistan importa.
Numeri che si riflettono già oggi nella riduzione della domanda di Gnl e nella rinegoziazione dei contratti di importazione, spiega il report.
Guardando al lungo periodo, quei 48 GW installati potrebbero generare oltre 1.600 TWh lungo la loro vita utile, evitando tra 100 e 120 miliardi di dollari di importazioni di gas e petrolio. Un effetto che potrebbe ampliarsi con l’elettrificazione dei consumi.
Una transizione guidata dai consumatori
Un elemento centrale, come detto, è che questa trasformazione non è stata pianificata. Il fotovoltaico si è diffuso grazie a investimenti di famiglie e imprese, sostenuti da condizioni di mercato favorevoli e dall’assenza di barriere all’import.
La crescita del fotovoltaico in Pakistan è stata trainata soprattutto dalle importazioni dalla Cina e dagli alti costi dell’energia. Tra il 2017 e il 2025 il Paese ha importato pannelli per circa 7,4 miliardi di dollari, grazie anche al crollo dei prezzi da 0,25 a 0,10 dollari per watt in pochi anni, nonostante la svalutazione della valuta locale.
A favorire la diffusione sono state anche l’assenza di dazi sull’import e, inizialmente, l’accesso a credito agevolato, anche se la maggior parte degli impianti è stata poi finanziata direttamente da famiglie e imprese.
Determinante è stato però l’aumento delle tariffe elettriche della rete, cresciute del 155% tra il 2021 e il 2024, che ha reso il fotovoltaico una soluzione più conveniente e una forma di protezione contro il caro energia.
“Aggirare” Hormuz
Il dato dei 5 Mtep di import fossili sostituiti dal FV assume particolare rilevanza nel contesto geopolitico attuale. Il Pakistan è tra i Paesi più esposti ai flussi energetici che transitano dallo Stretto di Hormuz, da cui dipende una quota rilevante dell’import di petrolio e Gnl.
La diffusione del fotovoltaico abbassa la domanda di combustibili importati e rende il sistema meno vulnerabile alle interruzioni e agli shock di prezzo.
Nel frattempo, misure come il razionamento dei consumi di carburante e il ricorso al lavoro da remoto sono rese più sostenibili proprio dalla maggiore disponibilità di energia elettrica prodotta localmente.
Il report ripete concetti che su queste pagine sono note: un sistema basato sui combustibili fossili perde circa il 60% dell’energia primaria lungo la filiera, mentre al contrario le Fer elettriche, oltre a non avere dispersioni se non minime, producono vicino a dove si consuma e la loro efficienza si amplifica con l’elettrificazione degli usi finali, dato che i motori elettrici convertono in lavoro utile fino al 90% dell’energia, contro il 20-40% dei motori a combustione.
A differenza dei combustibili importati, il solare FV è anche un investimento che crea asset produttivi per decenni.
Elettrificazione come risposta alle crisi
Il report sul Pakistan si inserisce in un filone di analisi che si ripropongono a ogni crisi energetica, salvo poi tornare nel cassetto passato l’allarme, e che spiegano quanto Fer ed elettrificazione possano fare per la sicurezza degli approvvigionamenti di energia.
Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato ad esempio quella di Ember, che mostra come la crescita del solare nel mondo nel 2025, pari a circa 600 TWh, sia equivalente alla produzione che si sarebbe potuta ottenere utilizzando tutto il Gnl transitato dallo Stretto di Hormutz nello stesso anno, mentre i veicoli elettrici hanno già sostituito circa 1,7 milioni di barili al giorno di petrolio a livello globale.
Il think tank italiano Ecco propone di rafforzare questo percorso con una “green golden rule” europea: escludere gli investimenti nella transizione energetica dal calcolo del deficit e del debito, per accelerare la diffusione di infrastrutture elettriche, accumuli e tecnologie pulite. Secondo gli analisti, la sicurezza energetica è ormai parte integrante della sicurezza europea e richiede un aumento significativo degli investimenti pubblici.
Il Pakistan conferma comunque che elettrificazione e rinnovabili riducono la vulnerabilità energetica. Ma anche che questo risultato a volte può arrivare senza una pianificazione centralizzata.
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