La Sardegna dispone di abbondante irraggiamento solare, venti potenti sia a terra che in mare, e vaste aree degradate ereditate da decenni di sfruttamento del carbone che potrebbero ospitare la maggior parte degli impianti solari ed eolici di grande taglia.
Queste condizioni permetterebbero all’isola di raggiungere l’autosufficienza producendo abbondante elettricità rinnovabile in modo sostenibile, nel rispetto della natura e delle sensibilità socio-economiche.
Un recente studio ha stimato che la Sardegna potrebbe alimentarsi interamente con elettricità rinnovabile già entro il 2030, utilizzando appena lo 0,4% della propria superficie agricola. I vantaggi sono evidenti: energia più economica, nuovi posti di lavoro, aria più pulita e un’economia moderna non più ostaggio delle importazioni fossili.
Eppure, la Sardegna continua a bruciare carbone. Il governo italiano aveva promesso l’uscita dal carbone entro il 2025, ma per l’isola la scadenza è già stata rinviata al 2028.
Cosa frena la transizione energetica sarda?
Nonostante condizioni così favorevoli, la produzione di energia rinnovabile in Sardegna cresce molto più lentamente rispetto al resto d’Italia.
Una parte del mondo politico, sostenuta da lobby industriali e da alcuni sindacati, spinge per sostituire il carbone con gas fossile importato. Sebbene sia improbabile che vengano approvati grandi progetti per il gas, questa strategia ha rallentato gli investimenti nelle rinnovabili, grazie anche al sostegno congiunto dell’industria regionale e della sezione sarda della principale confederazione sindacale italiana, la Cgil.
Anche i media hanno amplificato queste distrazioni: editoriali che mettono in guardia dal “colonialismo energetico”, descrivendo pale eoliche e impianti solari come una nuova forma di sfruttamento (si veda QualEnergia.it, La guerra dell’Unione Sarda contro le rinnovabili e per il metano, ndr).
Questa retorica intercetta certi sentimenti indipendentisti sardi, ma è profondamente fuorviante. La realtà è semplice: le connessioni alla rete nazionale sono limitate (1,3 GW attraverso gli interconnettori SAPEI e SACOI); significa che la maggior parte dell’energia rinnovabile prodotta sull’isola rimarrà sull’isola, alimentando case, imprese e industrie sarde.
Altro che drenare ricchezza: le rinnovabili sono la chiave per crearla. Ciononostante, la pressione mediatica sembra funzionare: il governo regionale, guidato da Alessandra Todde, ha introdotto nel 2024 una moratoria di 18 mesi sulle rinnovabili, seguita da una legge regionale che di fatto proibisce nuovi impianti sul 99% del territorio sardo.
All’opposizione si aggiungono timori più autentici da parte di agricoltori, associazioni ambientaliste e operatori del turismo, preoccupati per l’uso del suolo, l’impatto sui paesaggi e la biodiversità. Ma anche qui il dibattito è stato distorto. In diversi casi, disinformazione e allarmismi hanno esasperato le tensioni fino a sfociare in episodi di sabotaggio, con progetti rinnovabili incendiati o vandalizzati.
Eppure l’Europa offre innumerevoli esempi di come i sentimenti NIMBY (inglese per Not In My Back Yard, “Non nel mio cortile”) possano essere superati: pianificazione con il coinvolgimento delle comunità locali, misure adeguate di partecipazione pubblica, e un’attenta selezione di siti e progetti compatibili con la natura possono allineare lo sviluppo delle rinnovabili con i bisogni di comunità ed ecosistemi locali.
Come può la Sardegna uscire da questo stallo?
Prima cosa da fare: la regione deve adottare una normativa più intelligente e sfumata. C’é bisogno di una nuova legge regionale, allineata alla Direttiva europea sulle fonti rinnovabili, che rappresenti un netto cambio di passo rispetto alla regolamentazione ora vigente, superando l’approccio basato sul “sì o no” ai siti.
Ciò di cui la Sardegna ha bisogno è invece un sistema modulare per le cosiddette aree di accelerazione delle rinnovabili: più un’area è sensibile, più severe devono essere le condizioni tecniche per l’approvazione.
In questo modo si privilegiano le aree industriali dismesse, ma le rinnovabili non vengono automaticamente escluse dai paesaggi più naturali: semplicemente devono rispettare standard più alti, come integrare misure di ripristino degli habitat, rinaturalizzazione e corridoi ecologici.
Secondo: serve una visione condivisa e di lungo termine. Oggi il dibattito è bloccato su singoli progetti e battaglie a breve termine. Uno scenario a scala regionale, che analizzi fabbisogni di suolo, domanda energetica, potenziale rinnovabile e nuove interconnessioni al 2040, potrebbe creare una base comune e guidare le scelte politiche oltre le divisioni partitiche e gli interessi immediati.
Terzo: i Comuni devono cogliere l’occasione di plasmare il proprio futuro energetico. La nuova legge consente ai consigli comunali di individuare aree idonee per solare ed eolico anche al di fuori delle zone già classificate come “adatte”, purché vi sia una maggioranza qualificata in consiglio e un riscontro positivo dalla cittadinanza. È un’opportunità d’oro per i Comuni sardi: possono attrarre investimenti stabilendo le proprie priorità, dalla creazione di lavoro alla tutela della natura, fino all’utilizzo delle entrate locali.
Concentrandosi su questi tre elementi, la Sardegna può diventare una storia di successo energetico, tracciando la rotta per molti altri territori europei su come bilanciare sviluppo rinnovabile, ambiente e coesione sociale, una transizione che migliorerebbe le entrate pubbliche e i servizi, creando allo stesso tempo occupazione.
Ma se prevarrà l’inerzia e le rinnovabili non saranno sviluppate abbastanza in fretta, la Sardegna rischia di restare intrappolata nella dipendenza fossile, a vantaggio degli stessi grandi gruppi industriali e speculatori contro cui molti oppositori delle rinnovabili dicono di battersi.
La Sardegna è a un bivio. Può abbracciare il proprio potenziale e diventare una delle prime grandi isole europee alimentate interamente da rinnovabili, una storia di prosperità, resilienza e autonomia. Oppure può restare bloccata nella dipendenza fossile, servendo gli stessi grandi gruppi industriali e speculatori contro cui tanti oggi si scagliano.
La scelta non riguarda solo l’energia. Riguarda il futuro che la Sardegna vuole per il suo popolo.
L’autore, Cosimo Tansini, è responsabile per le politiche energetiche dell’European Environmental Bureau, la più grande rete di associazioni ambientaliste d’Europa.



























