Mentre l’Europa suona le trombe per lanciare il nuovo nucleare con piccoli reattori modulari (SMR) e “appestare” il vecchio continente con scarti radioattivi ben distribuiti su tutto il territorio, frutto di una tecnologia ormai considerata morta da moltissimi osservatori qualificati, la Cina ha acceso, nei pressi della città di Wuwei, provincia di Gansu, nel deserto del Gobi, il primo reattore al Torio del mondo.
L’impianto pilota da 2 MW si chiama TMSR-LF1 ed è stato sviluppato dallo Shanghai Institute of Applied Physics (Sinap) dell’Accademia cinese delle scienze.
La tecnologia del Torio non è nuova: gli Stati Uniti l’avevano testata per anni, peraltro in collaborazione proprio con la Cina; ma poi l’avevano abbandonata dopo che il Congresso aveva negato 500 milioni di dollari di finanziamenti necessari al suo sviluppo.
E così il Paese del Dragone ha proseguito da solo. La notizia, risalente ad aprile e che quasi nessuno ha riportato è che la Cina ha acceso il primo reattore al Torio a sali fusi del mondo (MSR), promettendo un cambiamento sostanziale per la tecnologia nucleare.
Il Torio è un attinide con peso atomico 232 e nella tavola periodica degli elementi viene prima dell’Uranio. È debolmente radioattivo, abbonda in natura, la sua disponibilità nella crosta terrestre è 4-5 volte superiore a quella dell’Uranio, pari a quella del Piombo, la sua lavorazione non è dispendiosa come quella dell’Uranio ed è straordinariamente efficiente.
Carlo Rubbia aveva stimato che una tonnellata di Torio può produrre tanta energia quanto 200 tonnellate di Uranio naturale.
Il Torio non è “fissile”, ma è “fertile”, cioè se assorbe un neutrone trasmuta in Uranio 233 che è “fissile” e può sostenere una reazione a catena continuando a convertire il Torio in energia.
Il grande pregio è che il combustibile esausto scaricato da un reattore al Torio ha una radiotossicità molto più bassa rispetto a qualunque reattore all’uranio-plutonio: dopo meno di un secolo è inferiore a quella dell’Uranio naturale e addirittura nei reattori termici al Torio fin dall’inizio è inferiore. Le scorie andrebbero confinate solamente, si fa per dire, per circa 300 anni.
Da rilevare che il “combustibile” esausto di un reattore all’Uranio di 3° generazione, per ridurre la propria radiotossicità a livelli inferiori a quelli dell’Uranio naturale di partenza, impiega tempi dell’ordine del milione di anni, mentre il combustibile di un reattore autofertilizzante all’Uranio-Plutonio (MOX) impiega decine di migliaia di anni.
Occorre tuttavia precisare che quando si parla di un secolo di radiotossicità non vuol dire che dopo 100 anni essa scompare, ma semplicemente che si è ridotta della metà; poi, dopo altri 100 anni, di un’altra metà e così via.
Il Torio, elemento più abbondante dell’uranio e presente in grandi quantità in India, Australia, Usa, Turchia, Venezuela, Brasile e Cina, offre parecchi vantaggi: maggiore sicurezza di estrazione, nessun bisogno di arricchimento, minore produzione di scorie radioattive a lunga vita, maggiore sicurezza operativa, efficienza 200 volte superiore all’Uranio, nessun rischio di proliferazione nucleare.
Il reattore utilizza sali fusi come refrigerante, eliminando la necessità di acqua e riducendo così il rischio di incidenti gravi.
La Cina, che studia i reattori al Torio fin dagli anni Settanta, ha annunciato che entro il 2030 realizzerà un reattore al Torio da 60 MW termici, capace di generare elettricità e idrogeno.
Un reattore al Torio ha un altro pregio: non produce Plutonio e con le sue scorie è impossibile costruire bombe nucleari. Oggi forse è proprio questo però il suo principale handicap: ingabbiati ancora nella logica della “guerra” ormai non più tanto “fredda”, Usa ed Europa in testa, insistono con la filiera del più problematico Uranio per costruire i loro reattori civili, in quanto questo consente di produrre come sottoprodotto parecchio Plutonio riutilizzabile per gli arsenali militari.
Ma ora, i reattori al Torio stanno suscitando un nuovo interesse, soprattutto con nuovi reattori che utilizzano Fluoruro di Torio Liquido (LFTR, in gergo detti “Lifter”) che, grazie alle sue caratteristiche termiche, è immune da fusione del nocciolo, incubo dei gestori di centrali nucleari.
In merito ai limiti nell’uso del Torio, va detto che il più rilevante è che non può essere usato come combustibile da solo, ma richiede l’aggiunta di una quantità iniziale di materiale fissile, come l’uranio 235, per poter fornire i neutroni necessari a fertilizzare il torio. Altra criticità riguarda il fatto che è difficile riprocessare il combustibile a base torio, cioè rimuovere il materiale fissile residuo per poterlo poi utilizzare di nuovo nel reattore.
Comunque, in tutto il mondo la ricerca è concentrata su questo tipo di reattori nucleari: in Francia si stanno sperimentando varianti di reattori LFTR; l’India, che possiede le più grandi riserve mondiali di Torio, ha annunciato piani per sviluppare una filiera al Torio che arrivi al 20-25% del suo fabbisogno di energia.
La Cina, che pianifica di costruire decine di reattori nucleari, ha già accantonato Torio in previsione di poterlo utilizzare quando la tecnologia sarà matura per il suo utilizzo su larga scala.
Anche il settore finanziario, molto attento al mercato delle “commodity” si sta interessando al Torio, il cui tasso di crescita annuo composto o CAGR (Compound Average Growth Rate) è stimato intorno al 7% annuo e viene quindi indicato come un’opportunità di investimento a medio-lungo termine.
In Italia, tuttavia, come nel resto dell’Europa, non si trova niente di meglio che proporre reattori ormai già vecchi prima ancora di nascere, con il miraggio di fare buoni affari nei movimenti terra, nei calcestruzzi, nella metalmeccanica in generale.
I “vessel”, ovvero i grossi pentoloni che contengono il nocciolo del reattore, no, quelli li faranno i giapponesi, nell’unico posto al mondo, dove sono capaci di farli in un blocco unico: alla Japan Steel Work.
E le cosiddette “isole nucleari” pari al 60-70% del costo di ogni impianto, verranno fornite direttamente dai colonizzatori americani.
Per le forniture di Uranio al momento non ci sono grossi problemi. Sebbene l’Europa stia preparando l’ennesimo pacchetto di sanzioni alla Russia, si guarda bene da inserire l’Uranio nelle commodity sanzionate. Stop al petrolio e al gas russo, ma non all’Uranio.
Infatti, come farebbero gli Stati Uniti ad alimentare le proprie centrali nucleari, dato che si affidano alle filiali Rosatom e alle catene di approvvigionamento controllate dalla Russia per quasi il 50% delle loro forniture di Uranio?
Lo stesso vale per l’Europa, che importa dalla Russia il 40% del proprio fabbisogno di Uranio. Percentuale destinata ad aumentare, dopo che il Niger, principale fornitore di Uranio della Francia, ha revocato alla francese Orano (ex Areva) il permesso di sfruttamento della miniera di Imouraren, considerata una delle più grandi del mondo, per assegnarla proprio alla russa Rosatom.
E per i rifiuti radioattivi? Non sarà un problema nostro … le nostre progenie avranno secoli a disposizione per rimediare alle nostre irresponsabilità.




























