Petrolio Basilicata, per ora il Governo estrae solo critiche

CATEGORIE:

Dopo gli annunci sulla valorizzazione delle riserve fossili nazionali, partiti regionali di centrosinistra e No Triv alzano gli scudi. La proposta del Tavolo della domanda di Confindustria e il dossier parlamentare sul Dl Trivelle.

ADV
image_pdfimage_print

Prima il videomessaggio del 10 settembre con cui la presidente Meloni ha annunciato di voler aumentare la produzione nazionale di petrolio e gas.

Poi l’intervento del 12 settembre fatto dal vicepremier Antonio Tajani, che ha sottolineato come in Basilicata si possa estrarre il triplo rispetto a quanto avvenga oggi.

Due passaggi che hanno acceso il dibattito in un territorio che ha dato già molto in termini di upstream fossile e che ciclicamente viene riconsiderato come il Texas d’Italia.

A livello istituzionale i primi a esprimere forte preoccupazione e a muoversi sono stati otto consiglieri regionali di centrosinistra: Alessia Araneo (M5S), Antonio Bochicchio (Avs-Psi BP), Angelo Chiorazzo (Bcc), Roberto Cifarelli (GM), Piero Lacorazza (PD), Piero Marrese (BD), Viviana Verri (M5S), Giovanni Vizziello (Bcc).

La loro richiesta, non ancora accolta, è che il presidente regionale Vito Bardi, esponente di FI, riferisca in Consiglio sulle intenzioni del Governo nazionale e sulla posizione della Giunta.

Sul piano giuridico, inoltre, le opposizioni chiedono di verificare se l’articolo 2 del decreto-legge Trivelle leda in qualche modo il principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni.

Il Dl approvato in Cdm il 10 settembre, in particolare, introduce semplificazioni normative per sbloccare le autorizzazioni.

A essere messa sotto accusa è la possibilità prevista dal decreto di commissariare gli enti locali che non si esprimono sui progetti di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi su terraferma entro un certo limite temporale.

L’ipotesi avanzata dagli otto consiglieri è quella di un possibile ricorso alla Corte Costituzionale.

Contestualmente il capogruppo del PD in Consiglio regionale, Piero Lacorazza, ha ricordato come ci siano “concessioni già rilasciate nel 1999 e nel 2006 da intese, non da atti unilaterali, per 154.000 barili-giorno; quantità al momento largamente non raggiunta. Tali concessioni scadono al 2029”.

Critico con le scelte del Governo nazionale anche Christian Giordano, presidente della Provincia di Potenza e coordinatore regionale M5S: “Sul petrolio in Basilicata non siamo all’anno zero. Per questo, prima di parlare di nuove estrazioni, sarebbe doveroso fermarsi e porsi una domanda semplice: dopo decenni di petrolio, qual è stato il vero ritorno per la Basilicata?”.

Il presidente della Provincia sottolinea come l’upstream fossile non abbia realmente inciso su spopolamento locale, produzione di posti di lavoro, investimenti e infrastrutture sul territorio, ponendo anche la questione dei rischi sanitari.

Fuori dal dibattito politico a intervenire è invece il Coordinamento nazionale No Triv, che pone diverse questioni.

In primis la “triplicazione del petrolio” e anche il nucleare sono giudicati “propaganda politica, non una strategia energetica”, come si legge in una nota.

Questo perché gli aspetti da tenere in considerazione, secondo il coordinamento, sono vari:

  • “anche spremendo la Basilicata fino all’ultima goccia”, l’Italia resterebbe dipendente dall’estero per oltre il 90% del proprio fabbisogno petrolifero;
  • non ci sono certezze sui tempi per triplicare la produzione;
  • manca una capacità di raffinazione italiana adeguata a gestire l’aumento dell’upstream.

“La raffineria di Taranto è una delle pochissime rimaste in Italia – scrivono i No Triv – ma una sola raffineria non può assorbire la produzione di tutti i giacimenti lucani, e certamente non può compensare la perdita di capacità a livello europeo e mediorientale”.

Infine un dettaglio da considerare: “Il petrolio di Tempa Rossa non è destinato all’Italia. Il giacimento è in concessione a TotalEnergies (50%), Shell (25%) e Mitsui (25%). A differenza del greggio di Val d’Agri, che Eni invia alla propria raffineria di Taranto, il petrolio di Tempa Rossa viene in gran parte esportato”.

Il fattore tempo

Gli effetti non immediati dell’operazione trivelle avviata dal Governo è un elemento di preoccupazione anche per il Tavolo della domanda di Confindustria.

Tramite una nota, infatti, arriva la proposta degli industriali di anticipare il vantaggio economico che si potrebbe ottenere con nuovi investimenti in estrazione di gas e petrolio nazionale, impegnandosi ad abbassare subito le bollette delle imprese.

L’idea è di “integrare il piano di aumento della produzione nazionale con strumenti che ne anticipino da subito gli effetti, utilizzando eventualmente anche i proventi della vendita del gas stoccato, con i quali è possibile abbattere di circa 25 €/MWh il costo del gas per tutte le imprese gasivore e per tutto l’inverno”.

Da questo punto di vista, però, bisogna tenere presente anche le parole di Angelo Bonelli di Avs.

“Dopo quattro anni di governo, Giorgia Meloni annuncia di aver trovato la soluzione: aumentare le trivellazioni. Ma è una mistificazione”, secondo il co-portavoce di Europa Verde.

“I dati del Mase indicano circa 35 miliardi di metri cubi di riserve estraibili di gas, equivalenti ad appena sei mesi del fabbisogno nazionale. Altro che sicurezza energetica. La destra racconta agli italiani che trivellando di più diminuiranno le bollette, invece di accelerare sulle rinnovabili come hanno fatto altri Paesi europei. In Spagna l’energia è arrivata a costare fino a tre volte meno che in Italia. Rinnovabili significano bollette più basse per famiglie e imprese e minori costi della produzione agricola”.

I rilievi al Dl Trivelle del Servizio studi parlamentari

Il Dl Trivelle n. 157/2026 contiene misure contro il caro carburanti e semplificazioni per l’upstream.

La conversione è partita dal Senato attraverso il disegno di legge n. 2029, assegnato alla commissione Ambiente.

Il Servizio studi parlamentari ha prodotto uno specifico dossier sull’atto (disponibile in basso insieme al Ddl) in cui sono contenuti diversi rilievi per la parte legata alla produzione di fossili.

In primis, si spiega che l’articolo 2 del Dl introduce una disciplina speciale dell’esercizio dei poteri sostitutivi statali nei procedimenti amministrativi relativi alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi su terraferma, per il caso in cui la Regione interessata non si esprima sull’intesa richiesta dalla normativa vigente.

L’intervento è articolato in due fasi: l’assegnazione alla Regione di un nuovo termine per provvedere, accompagnata da un’interlocuzione istituzionale (comma 1) e, in caso di persistente inerzia, la nomina da parte del Consiglio dei ministri di un commissario ad acta, al quale è attribuito il potere di rendere l’intesa in sostituzione della Regione (comma 2).

Sono altresì disciplinati la nomina di un subcommissario (comma 3), la nomina del commissario ad acta su richiesta motivata della Regione (comma 4) e la gratuità degli incarichi, con clausola di invarianza finanziaria (comma 5).

Il Servizio studi segnala però che il termine dato alle Regioni per esprimersi viene fissato in quarantacinque giorni, anche se ciò non viene espressamente riferito ad alcuna disposizione vigente e andando a introdurre una procedura che si sovrappone ad altre già esistenti, senza abrogarle o integrarle.

Inoltre, nel dossier si spiega che il meccanismo sostitutivo di cui al comma 2 viene ricondotto, sia dalla relazione illustrativa sia dal comunicato stampa del Consiglio dei ministri n. 187 del 10 settembre 2026, all’articolo 120, secondo comma, della Costituzione, sebbene il testo del Dl non richiami espressamente tale disposizione costituzionale.

Infine, si invita ad approfondire ulteriormente le modalità di nomina dei commissari.

ADV
×
Privacy Policy Cookie Policy