Il paradosso della transizione norvegese secondo la Farnesina

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Il ministero italiano pubblica un approfondimento sull’energia nel Paese scandinavo nella newsletter Dei, sottolineando il ruolo degli idrocarburi.

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Quella degli idrocarburi rimane la principale industria della Norvegia in termini di creazione del valore, entrate statali e investimenti.

I proventi dell’industria estrattiva, però, vengono utilizzati anche per finanziare la transizione energetica del Paese.

È quanto si può leggere in un approfondimento pubblicata sul sito web del nostro ministero degli Affari esteri, rilanciando un contenuto dell’ultima newsletter Diplomazia economica italiana, a cura dell’unità Esportazioni, Dg Crescita, Maeci, in collaborazione con Internationalia.

Questa sorta di paradosso è messo in evidenza e analizzato nell’approfondimento, in cui si ricorda che la Norvegia investe massicciamente nella cattura e nello stoccaggio del carbonio (Ccs) e nell’eolico offshore, mentre la domanda interna di elettricità è coperta quasi interamente dalla produzione idroelettrica.

Proprio in questa dinamica gli esperti del ministero individuano le due facce della medaglia: se da un lato “questo modello presenta il vantaggio di disporre di capitali certi per l’innovazione”, dall’altro “espone il Paese al rischio di una dipendenza prolungata dalle fonti fossili, che rimangono essenziali per sostenere il welfare e gli investimenti futuri”.

In questo contesto settori come l’eolico in mare, il fotovoltaico e le biomasse “iniziano a ricevere crescenti incentivi governativi, con l’obiettivo di generare un giro d’affari nel comparto solare stimato tra i 6 e gli 11 miliardi di euro entro il 2030”.

Ovviamente il tema non può esaurirsi entro i confini nazionali, se messo in relazione al cambiamento climatico.

I consumi interni e soprattutto le esportazioni di idrocarburi dalla Norvegia alimentano un mercato che incide sulle emissioni climalternati di tutto il mondo. Emissioni che hanno effetti che potremmo definire “di ritorno” anche nella stessa Norvegia.

Qui, ricorda la newsletter della Farnesina, l’arcipelago delle Svalbard è l’area più colpita, riscaldandosi sette volte più velocemente della media globale.

Le opportunità per le aziende italiane nel settore energia

La pubblicazione non manca di sottolinea le opportunità commerciali in Norvegia per le aziende italiane.

È bene ricordare, ad esempio, il Piano nazionale per i trasporti 2025-2036, che gode di finanziamenti per 110 milioni di euro. In termini di appalti e forniture, “la complessità tecnologica e i rigorosi requisiti di sicurezza imposti dalle Autorità norvegesi, unite alla necessità di ridurre le emissioni nei cantieri, aprono spazi significativi per subfornitori specializzati in soluzioni ad alto valore tecnologico e a basso impatto ambientale”.

Proprio sulle opportunità commerciali italiane in questa nazione, però, si intravede un’altra faccia del paradosso energetico norvegese.

Stefano Nicoletti, ambasciatore d’Italia in Norvegia e Islanda, è stato interrogato nell’ambito della newsletter proprio sulle occasioni delle realtà italiane, Pmi in primis, nel mercato energetico norvegese.

La risposta non va subito nella direzione degli investimenti nella transizione energetica, ma del più consolidato e redditizio mercato fossile.

“Il settore energetico rappresenta storicamente uno dei principali ambiti d’interesse per le società italiane in Norvegia. Eni ne è uno dei protagonisti, presente nel Paese fin dagli anni ’60, agli albori dell’industria petrolifera norvegese”.

Da ciò la costruzione di una filiera anche con altre aziende italiane, come Saipem, “che sta perfezionando un mega accordo di fusione con la norvegese Subsea7”, come ricorda l’ambasciatore, citando le due società di ingegneria, costruzione e installazione offshore.

“Le aziende italiane subfornitrici possono quindi sfruttare questa filiera per cercare opportunità in un contesto nel quale saranno sempre più importanti i prodotti e le soluzioni in grado di ridurre i costi di produzione e l’impatto ambientale derivanti dall’attività estrattiva”.

Nicoletti non manca comunque di fare riferimento al comparto delle energie rinnovabili e, nello specifico, dell’eolico, tra quelli attrattivi per le nostre imprese (si veda anche Eolico offshore, l’Europa ci crede: 300 GW nel Mare del Nord).

Considerando tutti i possibili settori di interscambio, nel 2025 l’Italia è risultata come il nono fornitore della Norvegia, con una quota di mercato pari al 3,4%.

Nel senso opposto, invece, l’export norvegese verso la Penisola riguarda per lo più il gas naturale, visto che questo Paese è tra i primi cinque fornitori energetici di Roma.

Le esportazioni da Oslo, però, potrebbero assumere nuovi connotati con un alto impatto anche nel settore energetico.

Poche settimane fa, infatti, è stata annunciata una stima sul contenuto di ossidi di terre rare nel giacimento di Fen Carbonatite pari a 15,9 milioni di tonnellate, “rafforzando le speranze di poter contare in futuro su una fornitura europea di minerali essenziali utilizzati nell’energia verde, nella difesa e nelle tecnologie avanzate”, come si legge sul portale web del ministero.

Il sito, attualmente in fase di sviluppo da parte di Rare Earths Norway, si trova nei pressi del villaggio di Ulefoss nella contea di Telemark, nel Sud del Paese.

Circa il 19% degli ossidi identificati è costituito da neodimio e praseodimio, due terre rare utilizzate per produrre magneti permanenti ad alte prestazioni, essenziali per motori elettrici e rinnovabili.

La produzione dovrebbe avviarsi verso la fine del 2031, puntando a coprire circa il 5% della domanda Ue di questi materiali.

Hormuz e la strategia energetica della Norvegia

Le informazioni che arrivano dalla newsletter Maeci vanno calate in un contesto internazionale che sta rilanciando fortemente il ruolo dei Paesi del Nord come esportatori di petrolio e gas, alla luce di quanto sta avvenendo nello stretto di Hormuz.

A maggio, ad esempio, il Governo di Oslo ha messo a disposizione 70 nuove licenze per l’esplorazione di idrocarburi.

Inoltre, è stato deciso di riaprire la produzione di gas in tre giacimenti fermi dal 1998, in favore delle esportazioni verso la Germania.

Tutto ciò mentre le forniture petrolifere verso l’Europa sono aumentate dell’86% ad aprile rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

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