L’ambizione di raggiungere 300 GW cumulativi di eolico offshore entro il 2050 nel Mare del Nord, realizzando fino a 100 GW di progetti cooperativi, ossia impianti collegati con linee di trasmissione alle reti elettriche di più di un Paese europeo.
Questo il cuore del nuovo patto per gli investimenti siglato oggi, 26 gennaio, al North Sea Summit di Amburgo, in Germania.
Il “Joint offshore wind investment pact for the North Seas” riunisce sette governi – Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Regno Unito – oltre a centinaia di industrie della filiera eolica.
È la risposta più concreta alle ultime “sparate” del presidente Usa, Donald Trump, contro l’eolico in generale. Parlando al summit di Davos, il presidente americano ha bollato le turbine come una cosa “da perdenti”, mentre gli Stati Uniti continuano a rafforzare la loro leadership per l’esportazione di gas naturale liquefatto verso il Vecchio Continente.
Proprio oggi, il Consiglio Ue ha approvato in via definitiva lo stop progressivo a tutti gli acquisti di gas dalla Russia (via tubo e Gnl), con un periodo transitorio per i contratti esistenti, dopo l’ok all’Europarlamento arrivato lo scorso dicembre.
Ma passare dalla dipendenza russa alla dipendenza americana sul gas non sembra la scelta migliore per diversi governi. Il patto per l’eolico nel Mare del Nord può essere letto anche come gigantesco “cuscinetto” geopolitico: riaffermare la spinta europea (dell’Ue-27 e degli altri Paesi) verso una maggiore autonomia energetica dalle altre potenze, in una fase di forti tensioni, tra cui le mire americane sulla Groenlandia.
Come ha riassunto il segretario Uk all’Energia, Ed Miliband, dopo la firma del patto: “Stiamo difendendo il nostro interesse nazionale promuovendo l’energia pulita, che può far uscire il Regno Unito dalle montagne russe dei combustibili fossili e garantirci sovranità e abbondanza energetica”.
Da ricordare che la Gran Bretagna ha appena chiuso un’asta per 8,4 GW di eolico offshore (quasi tutti nel Mare del Nord), la gara in assoluto di maggiore portata che si è svolta finora in Europa per le energie rinnovabili.
Nel documento siglato oggi, si legge che “alla luce delle sfide senza precedenti poste dal cambiamento climatico, dalle tensioni geopolitiche, dalla crescente preoccupazione per la dipendenza energetica e dalla crescente pressione per garantire l’accessibilità economica dell’energia, il progresso richiede un’azione coordinata”.
Da qui la spinta a sviluppare progetti “ibridi” tramite la cooperazione tra differenti Paesi e interconnessioni elettriche; potrà esserci spazio anche per l’eventuale produzione di idrogeno verde (con elettrolizzatori alimentati dall’elettricità rinnovabile), come vettore energetico complementare.
Da parte sua, l’industria s’impegna a ridurre i costi dell’eolico offshore per abbattere del 30% al 2040, rispetto ai livelli del 2025, il valore medio Lcoe (Levelized Cost of Electricity), ossia il costo tutto compreso per produrre elettricità con questa fonte rinnovabile.
L’industria s’impegna anche a mobilitare mille miliardi di euro di attività economica complessiva, assumere oltre 90mila addetti entro il 2031 e investire 9,5 miliardi di euro nella catena di approvvigionamento del settore (materiali, componentistica, infrastrutture portuali ecc.)
Obiettivo è installare 15 GW/anno di impianti offshore tra 2031 e 2040.
I governi invece si impegnano a garantire la sicurezza della pianificazione e degli investimenti offshore, riducendo i relativi rischi, in particolare attraverso i Contratti per Differenza (CfD) bilaterali come standard per le aste eoliche.
Inoltre, i Paesi firmatari puntano a rimuovere le barriere normative ai PPA, in modo da favorire la diffusione di accordi diretti tra produttori di energia elettrica e consumatori finali aziendali.
Al momento, ricorda WindEurope, il vecchio continente annovera 37 GW di parchi eolici marini in 13 Paesi, con oltre 6mila turbine installate. Già oggi il Mare del Nord è il principale hub di eolico offshore a livello mondiale: 101 parchi operativi per 30 GW totali, sottolinea il think tank energetico Ember, precisando che “la transizione del Mare del Nord da bacino storico di petrolio e gas a centrale elettrica rinnovabile globale rappresenta una delle opportunità strategiche più importanti per l’Europa” e che “la vera misura del suo successo futuro dipenderà dall’approfondimento della cooperazione”.
Tuttavia, l’implementazione dei progetti è stata rallentata da diversi fattori: progettazione delle aste non ottimale, aumento dei costi di capitale, colli di bottiglia nelle filiere manifatturiere. Tutte barriere che il patto odierno intende affrontare.



























