Entro la fine del decennio, 292 dei 365 grandi siti industriali europei analizzati dalla società di consulenza francese SIA saranno esposti a un rischio elevato a causa delle ondate di calore.
Nel 2050, i siti ad alto rischio saliranno a 347, mentre oltre un terzo degli impianti risulterà ad alto rischio di alluvione fluviale. Per acciaio, raffinazione, vetro, cemento e ammoniaca, il cambiamento climatico non è quindi soltanto un problema di emissioni da ridurre, ma una minaccia crescente alla continuità produttiva.
Lo studio “European heavy industry faces climate change” ha esaminato siti appartenenti a 29 aziende, incrociando la loro localizzazione con scenari climatici al 2030, 2050 e 2070. L’analisi considera quattro pericoli: calore estremo, stress idrico, alluvioni fluviali e sommersione costiera. Vengono poi valutati gli effetti lungo l’intera catena del valore, dalle materie prime agli stabilimenti, fino a trasporto, stoccaggio e mercati.
“Entro il 2030, l’80% dei principali siti industriali sarà a rischio di interruzioni operative dovute a eventi meteorologici estremi, mentre entro il 2050 quasi nessun sito sfuggirà all’esposizione climatica”, sintetizza Bernard Huyghe, Associate Manager Energy & Climate di SIA.
L’analisi distingue il rischio fisico, cioè gli effetti diretti di caldo, siccità e alluvioni su impianti e filiere, dal rischio di transizione, legato invece all’evoluzione delle norme, dei mercati e delle tecnologie necessarie alla decarbonizzazione.
I due piani possono sovrapporsi: un impianto può subire interruzioni climatiche e, nello stesso tempo, perdere competitività se non si adegua alla domanda di prodotti a basse emissioni. Il rischio fisico è modellato prevalentemente con dati quantitativi sito per sito, mentre quello di transizione è valutato in modo più qualitativo, anche perché le informazioni pubblicamente disponibili sono più limitate.
Il calore che colpisce lavoratori e produzione
Il calore è il pericolo con il punteggio complessivo più alto, soprattutto perché l’esposizione geografica risulta molto estesa; non distrugge necessariamente gli impianti in modo immediato, ma riduce la produttività, peggiora le condizioni di lavoro e aumenta il rischio di incidenti, assenze e fermate operative.
Negli stabilimenti già caratterizzati da temperature elevate, come acciaierie, vetrerie e cementifici, le ondate di calore possono mettere a dura prova lavoratori, macchinari e sistemi di raffreddamento. Inoltre, la scarsità d’acqua può limitare i processi industriali e costringere a ridurre i volumi prodotti, mentre le punte di domanda elettrica e i guasti alle reti aumentano il rischio di interruzioni energetiche.
Entro il 2070, gli episodi di caldo estremo potrebbero raddoppiare nello scenario climatico più severo, soprattutto nei poli industriali mediterranei. Un rischio che dipende anche da fattori sociali legati al territorio, e solo per fare esempio che la necessaria chiusura delle scuole può aumentare l’assenteismo dei dipendenti con figli.
Alluvioni e siccità interrompono le filiere
Le alluvioni fluviali sono il secondo rischio fisico più rilevante e il loro impatto può essere più distruttivo di quello del caldo perché coinvolge stabilimenti, sottostazioni elettriche, reti energetiche, strade, ferrovie e vie d’acqua. Anche quando un impianto non viene allagato direttamente, l’interruzione delle strade di accesso può impedirne il funzionamento.
“Le ondate di calore e le alluvioni fluviali sono i rischi maggiori, minacciando l’integrità delle infrastrutture e interrompendo le catene di approvvigionamento dalla fonte fino all’interno degli stabilimenti”, scrive Huyghe. Più di un terzo dei siti esaminati sarà esposto nel 2050 a un rischio elevato di alluvione fluviale, con capacità di adattamento giudicate ancora limitate.
Anche la siccità può bloccare i trasporti. La riduzione delle portate fluviali limita il carico delle chiatte o ne impedisce la navigazione, come già accaduto sul Reno, mentre porti e impianti costieri, fra cui molte raffinerie, possono essere esposti all’innalzamento del mare, alle mareggiate e alla sommersione, con rischi di corrosione, contaminazione e aumento dei costi assicurativi.
Due punti concentrano oltre metà del rischio
Oltre metà del rischio fisico complessivo si concentra in due elementi della catena del valore: l’integrità dei siti estrattivi, che pesa per il 31%, e la prestazione operativa degli stabilimenti, pari al 26%. I primi sono spesso miniere o cave a cielo aperto, molto esposte a caldo e allagamenti; le seconde dipendono dalla continuità delle forniture di acqua ed energia.
Una vulnerabilità che però cambia da settore a settore. L’acciaio risulta particolarmente esposto a monte perché dipende da quattro materie prime principali: minerale di ferro, carbone, rottame e calcare, contro una media di 2,8 negli altri comparti analizzati. Le interruzioni nell’estrazione o nel trasporto possono quindi propagarsi attraverso più anelli della filiera.
Nella raffinazione, pesa la collocazione degli impianti vicino a coste e fiumi. Vetro, cemento e ammoniaca condividono invece una forte dipendenza da energia e acqua; per l’ammoniaca si aggiungono l’età elevata degli impianti europei e la dipendenza dal gas.
La tabella dello studio mostra come l’integrità dei siti estrattivi e la prestazione operativa degli stabilimenti rappresentino, insieme, dal 54 al 67% del rischio fisico nei cinque comparti considerati.

Il caso dell’acciaio
Per l’acciaio, la trasformazione tecnologica può ridurre contemporaneamente emissioni e vulnerabilità, tanto che SIA indica fra le soluzioni principali l’aumento dell’impiego di rottame e lo sviluppo dei forni elettrici ad arco, ma avverte che servono quantità sufficienti di rottame di buona qualità e capacità di selezione più avanzate (Decarbonizzare l’industria con l’elettrificazione e il recupero di calore).
I forni elettrici possono usare fino al 100% di rottame, mentre negli altiforni la quota può arrivare al 30%, con soluzioni ibride che permetterebbero di variare dinamicamente l’impiego di rottame in base alla loro disponibilità. Anche il materiale preridotto compattato in bricchette di ferro, che può essere stoccato e trasportato senza fermare le linee, offrirebbe maggiore flessibilità in caso di shock climatici o oscillazioni dei prezzi energetici.
Queste opzioni non eliminano tutti i rischi, come ad esempio la produzione tramite forno elettrico che è più esposta alle interruzioni della rete rispetto alla filiera tradizionale basata su altoforni e convertitori. La resilienza richiede quindi reti elettriche più robuste, forniture diversificate e circuiti industriali locali, per esempio riutilizzando il calore di scarto delle acciaierie o le scorie d’altoforno nei cementifici.
L’adattamento resta fuori dai piani industriali
Il punto più critico individuato dal rapporto è il divario tra mitigazione e adattamento. Le grandi imprese industriali hanno ormai delle strategie per ridurre le emissioni, ma i rischi fisici del clima sono ancora poco integrati nelle decisioni di investimento, nei piani industriali e nelle informazioni comunicate agli investitori.
“Le decisioni di investimento delle imprese non considerano i rischi climatici lungo i successivi 40 anni, periodo che corrisponde alla durata tipica di ammortamento di molti impianti industriali”, afferma Huyghe. Lo studio non quantifica direttamente questo orizzonte, ma rileva che l’adattamento è ancora insufficiente rispetto all’entità dei cambiamenti attesi e considera tale lacuna un rilevante rischio finanziario.
SIA propone di partire da una valutazione sito per sito, assegnando responsabilità precise per la resilienza e definendo interventi di breve, medio e lungo termine. Le misure immediate comprendono riduzioni temporanee della produzione e modifiche degli orari di lavoro. Quelle strutturali includono protezione delle sottostazioni, rialzo di pompe e depositi, raccolta dell’acqua piovana e rafforzamento dei sistemi di drenaggio.
Le azioni trasformative comprendono diversificazione delle forniture, logistica più flessibile e filiere locali. Per i lavoratori, il rapporto indica turni sfalsati, più pause, automazione delle mansioni esposte, aree climatizzate e dispositivi di raffreddamento.
Decarbonizzare senza adattarsi non basta più
L’adattamento non è un’alternativa alla decarbonizzazione, ma una condizione affinché gli investimenti a basse emissioni continuino a funzionare nel clima futuro. Un forno elettrico, un impianto a idrogeno o una nuova linea produttiva non rendono l’industria resiliente se restano dipendenti da una rete vulnerabile, da un’unica fonte idrica o da materie prime provenienti da aree esposte.
Per questo SIA chiede anche un sostegno pubblico che integri l’adattamento negli standard, riduca il rischio finanziario dei progetti e rafforzi la resilienza dei territori. Nel caso dell’acciaio, ciò comprende regole migliori per la selezione del rottame, misure per mantenerne una quota maggiore in Europa e protezioni contro volatilità dei prezzi e concorrenza esterna.
La sfida climatica si somma così ai costi energetici, alla concorrenza internazionale e alla necessità di rinnovare impianti spesso vecchi. Ignorare il rischio fisico può rendere ancora più costosa la transizione: progettare oggi infrastrutture destinate a operare per decenni senza verificare se avranno abbastanza acqua, energia, accessi logistici e condizioni di lavoro sicure non è una buona ricetta.
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