Ok, benissimo riempire il mondo di pannelli solari e turbine eoliche, benvenute le auto elettriche, doveroso chiudere le centrali a combustibili fossili, indispensabile convincere le industrie a rendere i loro cicli produttivi più sostenibili, ma la lotta al cambiamento climatico passa anche da cose meno evidenti di queste, come rispettare i suoli agricoli, sprecare meno cibo e adottare una dieta più basata sui vegetali e meno sui prodotti animali.

Ce lo ricorda l’ultimo rapporto dell’Ipcc, l’organo consultivo Onu sui cambiamenti climatici, diramato l’8 agosto e tutto dedicato ad esaminare i rapporti fra agricoltura, consumo alimentare ed emissioni di CO2 (allegato in basso).

E non si tratta di dettagli, visto che questo settore si ritiene responsabile del 24% delle emissioni carboniche globali, alla pari quindi con quelle da produzione di elettricità e calore, e più di quelle derivate dall’industria.

«La produzione di cibo è correlata alle emissioni di gas serra in molti modi, come l’uso diretto di combustibili fossili nella coltivazione, fertilizzazione e trasporto. Ma anche tramite la perdita di materia organica dai terreni coltivati in modo troppo intensivo, la deforestazione legata all’aumento del terreno coltivabile o l’emissione di metano da parte di risaie e allevamenti di ruminanti» spiega Hans-Otto Pörtner, dell’Ipcc.

Naturalmente l’agricoltura al tempo stesso, può anche essere uno strumento per rallentare il cambiamento climatico, per esempio tramite la riforestazione di campi e pascoli, oppure con la produzione di biocarburanti.

«Ma le emissioni che si possono evitare in questi modi sono relativamente limitate, perché la terra coltivabile non potrà essere sostanzialmente ridotta, riforestandola o destinandola alle coltivazioni energetiche, servendo a sfamare una popolazione in crescita nei prossimi decenni. Cambiare il modo in cui produciamo e consumiamo cibo, invece, consentirà una riduzione delle emissioni dal settore agricolo di gran lunga maggiore» aggiunge Pörtner.

Per esempio, i suoli mondiali assorbono ogni anno gas serra equivalenti a un terzo di quelli emessi dall’uomo, incorporando la materia organica di piante e animali che vivevano sopra di loro.

L’agricoltura può fare lo stesso, ma solo cambiando il modo consueto in cui si pratica: quella industriale, attraverso profonde lavorazioni meccaniche, uso dei fertilizzanti inorganici e produzione intensiva, tende a ridurre il contenuto di materia organica nel suolo, trasformandolo sostanzialmente in una matrice minerale, poco resistente e incapace di trattenere l’acqua.

«Insomma l’agricoltura convenzionale trasforma il suolo agricolo in un emettitore di CO2, e lo rende anche più vulnerabile alle piogge estreme, sempre più frequenti: 500 milioni di persone vivono già in aree con terreni impoveriti ed erosi, a causa di errate pratiche agricole. Ecco dunque l’importanza di diffondere in tutto il mondo nuove tecniche come l’uso di compost, le colture di copertura o il no-tilling (coltivare senza arare, ndr), che, pur senza ridurre le rese, incrementano la materia organica contenuta nel suolo, aumentando così la sua fertilità, ma anche la sua resistenza e capacità di trattenere l’acqua» ricorda Kiyoto Tanabe, del National Greenhouse Gas Inventories.

Il secondo pilastro dell’arruolamento dell’agricoltura nella lotta al cambiamento climatico, risiede invece più nei consumatori, che negli agricoltori.

«Non tutti gli alimenti hanno una eguale impronta di carbonio: in particolare l’allevamento animale intensivo, oggi basato su mangimi a base di soia e cereali, spesso coltivati a migliaia di chilometri di distanza, è particolarmente dannoso per il clima. Quindi, oltre a sprecare meno cibo possibile, passare a una dieta basata su cereali integrali, legumi, frutta e verdure, con poca carne, uova e latte prodotti in modo sostenibile, è una delle cose migliori che ognuno di noi può fare per combattere il cambiamento climatico. E se tanti lo faranno, saranno le scelte dei consumatori a indurre gli agricoltori a cambiare ciò che producono e come lo producono» dice Debra Roberts, dell’Ipcc.

Tutto ciò è molto ragionevole, ma, in qualche modo ha come un sentore di quel ”e allora mangino brioches”, che si dice Maria Antonietta abbia detto a chi gli faceva presente che il popolo francese non aveva più pane, come fa notare Morten Fibieger Byskov, ricercatore di politica internazionale all’Università di Warwick, in un articolo su The Conversation.

«Gran parte degli abitanti del mondo non hanno né i capitali per cambiare i loro modi tradizionali di coltivazione (che spesso, comunque, sono più sostenibili dei nostri), né la possibilità di acquistare cibi sani, biologici e sostenibili. E questo è vero anche per le decine di milioni di persone povere nei paesi ricchi, che hanno reddito sufficiente solo per acquistare cibo industriale di pessima qualità nutritiva e ambientale».

In compenso, come ha calcolato un rapporto Oxfam del 2015, il 10% più ricco della popolazione mondiale, produce anche il 50% dei gas serra, mentre il 50% più povero della popolazione mondiale, ne produce solo il 10%.

«Insomma, l’americano medio produce 17 volte più gas serra dell’africano medio: pretendere quindi che lo sforzo di ridurre i gas serra tramite agricoltura e cibo, sia egualmente distribuito fra tutti risulta piuttosto ipocrita» aggiunge Byskov.

Anche perchè, ricorda il ricercatore, sono proprio i poveri, sia dei paesi in via di sviluppo che all’interno dei quelli sviluppati, quelli che, pur essendo meno responsabili delle emissioni di gas serra, hanno anche meno strumenti per difendersi dal cambiamento climatico, e rischiano di essere quelli che ne pagheranno in modo sproporzionato le conseguenze peggiori.

Quello che serve, secondo lui, non sono quindi tanto le prediche sulla buona coltivazione e sull’alimentazione sostenibile, quanto un gigantesco trasferimento di risorse dai paesi ricchi a quelli poveri, e all’interno dei paesi ricchi fra la popolazione più affluente e quella più diseredata, così che si passi globalmente a una agricoltura che concili alta produttività e sostenibilità, e si diano ai poveri i mezzi, e le informazioni, per comprare cibo di alta qualità nutrizionale e ambientale.

Una strigliata da parte di Byskov, che comunque il rapporto Ipcc in parte accoglie, anche se solo “en passant”: un passaggio della presentazione ricorda infatti che «ridurre le ineguaglianze economiche, migliorare il reddito e assicurare un giusto accesso al cibo anche alle popolazioni svantaggiate, sono altre strade per adattarsi ai negativi effetti del cambiamento climatico».

Non proprio un incendiario proclama rivoluzionario, ma probabilmente il massimo consentito dalla delicata mediazione fra vari governi e varie visioni politiche, che sta dietro ad ogni rapporto dell’Ipcc.