Si chiude con un certo senso di preoccupazione la campagna nazionale “C’è puzza di gas. Per il futuro del Pianeta non tapparti il naso”, che ha visto Legambiente fermarsi in otto regioni italiane nel corso del 2025 e rilevare i livelli di emissioni fuggitive.
L’ultima tappa in Calabria, dove sono stati rilevati 8.921 punti di misura in 6 infrastrutture del gas tra le province di Catanzaro e Crotone. Di questi, 3.222 hanno riportato concentrazioni basse di metano (tra 10 e 100 ppm), 711 valori medi (tra 100 e 1.000 ppm) e 7 concentrazioni alte (superiori a 1.000 ppm).
Più nel dettaglio, il “naso elettronico” dell’associazione ha indagato venti elementi singoli tra flange, valvole, tubature e sfiati all’interno di tre impianti Remi (nodi dell’infrastruttura gas) e tre stazioni di valvola.
I dati fotografano un rischio per il clima anche perché sono sottostimati rispetto alla realtà, come sottolinea Legambiente, visto che le rilevazioni sono fatte rimanendo all’esterno del perimetro degli impianti.
Si stima che se il monitoraggio fosse avvenuto a un metro di distanza dalle tecnologie indagate, la distribuzione dei valori sarebbe cambiata significativamente: solo il 7,3% degli 8.921 punti di misura validi sarebbe irrilevante, il 41,5% basso, il 41,7% si troverebbe tra i 100 ppm e i 1.000 ppm (valore medio) e il 9,5% risulterebbe nella fascia alta.
“La regione Calabria ha ancora un alto consumo di energia da fonti fossili”, denunciano Anna Parretta, presidente Legambiente regionale, e Vincenzo Sicilia, membro del direttivo. “Nel 2025, grazie all’utilizzo del naso elettronico, abbiamo monitorato per la prima volta le perdite di metano nella rete infrastrutturale calabrese, un pericolo serio quanto sconosciuto e sottovalutato. Sul territorio sono presenti grandi infrastrutture di trasporto e stoccaggio, come gli enormi gasdotti che arrivano dall’Africa e si dirigono verso il Nord, oppure di estrazione, come le trivelle per la ricerca di idrocarburi che interessano il mare e la costa jonica, creando preoccupazioni ambientali. A questi impianti si sommano migliaia di domestici, spesso privi di controllo e potenziali fonti di pericolose micro-perdite”.
I dati nazionali sulle emissioni
Come accennato, l’iniziativa Legambiente si è fermata in otto regioni, Calabria inclusa, indagando 152 elementi di 61 impianti complessivi della filiera del gas fossile tra pozzi, impianti Remi e stazioni di valvola, rilevando che il 55,3% delle misurazioni supera la soglia dei 10 ppm, oltre la quale gli impatti climatici non possono essere considerate trascurabili.
I risultati dell’iniziativa 2025 sono raccolti del rapporto “Italia hub degli sprechi”, pubblicato il 19 dicembre e disponibile in basso.
Nel complesso, si contano 80.110 punti di misura validati quest’anno, di cui il 2,3% (1.874) risulta nella fascia di concentrazione emissiva alta, il 7,6% (6.079) in quella media e il 45,4% (36.393) in quella bassa, mentre il 44,6% è irrilevante ma, sottolinea l’associazione, questo non vuol dire con dispersioni assenti.
La media generale delle dispersioni su tutti i 153 elementi dei 61 impianti analizzati durante la campagna è di 111,7 ppm; cioè una concentrazione 56 volte superiore la media atmosferica di gas metano, che è circa 2 ppm.
Maglia nera tra le regioni è risultata la Basilicata, con il 27,3% dei punti di misura sopra 100 ppm. Seguono il Piemonte, con il 23,9%, e la Lombardia, con il 13,6%.
“Il monitoraggio delle emissioni mette in luce come le perdite siano un problema significativo, aggravato da alcuni ritardi nell’attuazione del Regolamento europeo sul metano”, secondo Katiuscia Eroe, responsabile energia Legambiente.
“I dati, che riportano risultati decisamente cautelativi considerando che i monitoraggi sono avvenuti a una certa distanza dalle infrastrutture, evidenziano anche la necessità di un cambiamento radicale nelle politiche energetiche, con un deciso spostamento dalle fonti fossili alle energie pulite, attraverso politiche di efficienza energetica, sviluppo delle rinnovabili, accumuli e reti, per garantire una produzione energetica più sostenibile, meno costosa e più democratica”.
Per provare a intervenire l’associazione indica sette proposte:
- cooperare con i Paesi esportatori di fossili per ridurre le emissioni di metano;
- creare un piano di riduzione delle emissioni per tutti i settori, con particolare attenzione a quello energetico;
- quantificare le emissioni per comprendere l’entità del problema e stabilire standard chiari per le imprese e gli operatori;
- presentare la relazione sulle emissioni associate ai pozzi inattivi, con conseguente bonifica definitiva;
- introdurre severe sanzioni economiche per chi pratica “venting” e “flaring”;
- considerare la manutenzione e il monitoraggio degli impianti come standard minimi garantiti da assicurare;
- rispettare tutte le scadenze del Regolamento Ue sul metano e attivarsi in Ue per evitare un depotenziamento della norma.
Su quest’ultimo tema interviene anche Stefano Ciafani, che ricorda come su undici termini fissati dalla norma europea per il 2025, solo sette siano stati rispettati.
“In particolare – dice – questioni cruciali come l’approvazione delle autorità competenti e l’introduzione delle sanzioni rimangono ancora aperte. Inoltre, la previsione di introdurre standard di qualità alle importazioni solo tra cinque anni è troppo lontana, considerando che oltre il 50% dei contratti di importazione scadrà entro i prossimi cinque anni e quasi il 60% entro dieci anni. Questo ritardo potrebbe vanificare gli sforzi europei e globali nella riduzione delle emissioni, mettendo seriamente a rischio il rispetto degli impegni internazionali”.
- Il report Legambiente (pdf)






























