La Germania ha un piano da 50 miliardi per decarbonizzare le sue industrie

La strategia prevede contratti della CO2 "per differenza", assegnati tramite aste, e che le aziende usino elettricità al 100% da rinnovabili.

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La Germania vuole rendere le sue industrie più “verdi” con un piano industriale da decine di miliardi di euro, per sovvenzionare gli investimenti in tecnologie pulite.

Il governo utilizzerà gli “accordi di protezione per il clima” (Klimaschutzverträge) di cui potranno beneficiare le imprese che emettono più di 10mila tonnellate/anno di CO2 o aziende più piccole riunite in consorzi, spiega una nota del ministero federale dell’Economia e del clima.

Ad annunciare il piano è stato il ministro e vice-cancelliere Robert Habeck.

Sul piatto, secondo fonti governative citate dall’agenzia Reuters, ci sono circa 50 miliardi di euro.

Questi accordi di protezione climatica, in sostanza, sono dei contratti bilaterali CfD “per differenza”, assegnati alle imprese tramite aste competitive, della durata di 15 anni.

L’obiettivo è favorire gli investimenti in nuove tecnologie, oggi ancora molto costose, che consentono di ridurre le emissioni di CO2 nei processi industriali, ad esempio la produzione di idrogeno verde da utilizzare nelle acciaierie o in altri stabilimenti che consumano molta energia (cartiere, vetrerie, cementifici).

Un requisito di ammissibilità alle aste è che l’elettricità usata per la produzione industriale provenga al 100% da fonti rinnovabili. L’uso di idrogeno deve rispettare i criteri ambientali della tassonomia Ue; è ammesso anche l’idrogeno generato da fonti fossili con cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica (H2 a basse emissioni).

In sintesi, i contratti di protezione del clima funzioneranno nel seguente modo: la base della sovvenzione statale è un prezzo fisso per ogni tonnellata di CO2 evitata, determinato nella procedura d’asta.

Sarà un prezzo dinamico, variabile in base ad altri fattori, tra cui ad esempio il prezzo della CO2 sul mercato europeo ETS (Emission Trading Scheme) o il prezzo di determinate fonti energetiche fossili.

Facciamo un esempio: un’acciaieria può partecipare all’asta per ottenere un sussidio, che le permetta di produrre acciaio a costi concorrenziali utilizzando idrogeno verde al posto delle fonti fossili. Dovrà quindi calcolare il costo operativo aggiuntivo per produrre acciaio verde, rimanendo competitiva sul mercato.

Poi presenterà la sua offerta nella gara competitiva: dirà, ad esempio, di aver bisogno di un sussidio statale pari a 200 euro per tonnellata di CO2 “evitata” grazie all’idrogeno. Le aste quindi assegneranno gli incentivi alle imprese con i progetti più efficienti, in grado di ridurre le emissioni di CO2 al minor costo.

Essendo contratti a due vie per differenza con prezzi dinamici, come detto, si potranno aggiungere o togliere importi ai pagamenti, ad esempio secondo l’andamento del mercato ETS.

In teoria, quindi, se la tecnologia verde diventasse più competitiva rispetto a quella tradizionale che usa fonti fossili, dovrebbe essere l’azienda a restituire soldi allo Stato.

Vedremo meglio come sarà applicato il meccanismo e se avrà successo. Il ministro ha annunciato che il periodo preparatorio delle aste durerà due mesi, con partenza oggi, martedì 6 giugno. Le imprese sono quindi invitate a presentare i loro progetti per decarbonizzare i processi industriali e partecipare ai primi bandi.

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