Agrivoltaico, la crisi energetica avvicina agricoltori e mondo FV

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Al Forum di Legambiente, aperture dal settore agricolo, ma sempre con la richiesta che sia protagonista chi la terra la coltiva. Regioni e operatori al lavoro sull'applicazione della nuova definizione. Presentato il dossier dell'associazione.

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La crisi energetica in atto rende più urgente che mai sbloccare un settore chiave come quello dell’agrivoltaico e anche il mondo agricolo sembra ormai d’accordo, anche se questa soluzione resta incagliata tra autorizzazioni, regole regionali, opposizioni locali e connessioni alla rete.

È il quadro emerso al II Forum Agrivoltaico di Legambiente, “Le rinnovabili che fanno bene all’agricoltura”, tenutosi ieri, 5 maggio, a Roma, a Palazzo Wedekind, cui hanno partecipato associazioni agricole, imprese delle rinnovabili, ambientalisti, Regioni e istituzioni (in basso video con la registrazione integrale).

Il contesto che hanno richiamato diversi interventi è quello dello sconvolgimento in atto del mercato delle fonti fossili. L’energia è ormai anche autonomia strategica, ha ricordato ad esempio Giuseppe Argirò, vicepresidente Elettricità Futura.

I numeri del mercato

In Europa sono attivi oltre 200 impianti agrivoltaici, per più di 15 GW, soprattutto in Francia, Germania e Paesi Bassi, mostrano le rilevazioni di SolarPower Europe rilanciate da Legambiente nel dossier.

In Italia, oltre ai circa 700 progetti nell’ambito del bando Pnrr, per una potenza installabile vicina a 2 GW, ci sono numeri veramente consistenti.

Alessandro Marangoni, ceo Althesys, ha portato i dati dal monitoraggio Irex: gli investimenti agrivoltaici in Italia sono passati da circa 2 miliardi di euro nel 2021 a 12 miliardi nel 2022, 14 miliardi nel 2023 e 17,3 miliardi nel 2024. Il cumulato degli ultimi cinque anni, secondo la sua ricostruzione, è intorno a 53 miliardi.

Ci sono quasi 1.700 richieste di connessione per circa 144 GW di FV, di cui circa metà riferibili all’agrivoltaico, ha riportato.

Althesys, in collaborazione con Aias, ha stimato poi 11,8 miliardi di euro di benefici per il sistema Italia in uno scenario con 7,7 GW di agrivoltaico elevato al 2030, con circa 19mila occupati stabili.

Numeri che mostrano come l’agriFV sia ormai la strada principale per fare impianti solari di grande e media taglia, anche se, qualora le regole restino incerte, molta progettualità potrebbe non arrivare mai a terra.

Legambiente: qualità, agronomi, territori

Legambiente ha ripetuto un messaggio ormai assimilato: l’agrivoltaico non deve essere una mera etichetta per salvare il fotovoltaico in area agricola.

Angelo Gentili, responsabile Agricoltura dell’associazione, ha collegato il tema alla crisi climatica nei campi: eventi estremi, gelate tardive, grandinate, eccessiva insolazione, desertificazione e abbandono dei terreni.

L’agrivoltaico, ha sostenuto, può dare ombreggiamento, ridurre stress idrico e climatico, favorire biodiversità, sostenere il reddito agricolo e recuperare aree marginali.

“L’agricoltura la fanno gli agricoltori”, ha detto Gentili. Da qui la richiesta: agronomi dentro la progettazione, piano colturale, coprogettazione fin dall’inizio e continuità agricola verificabile.

Katiuscia Eroe, responsabile Energia Legambiente, ha insistito sul lato territoriale. La domanda da cui partire è: “a me che cosa ne viene”. Per rispondere servono ricadute concrete: lavoro, recupero di aree, servizi, energia, benefici economici locali, non solo obiettivi nazionali Fer.

Stefano Ciafani, presidente Legambiente, ha ricordato il lavoro avviato dal 2021 per far parlare associazioni agricole, imprese energetiche e ambientalismo. Ha citato il caso di Giugliano, in Campania, dove un progetto FV a terra sarebbe stato trasformato in agrivoltaico dopo il confronto con Legambiente e Coldiretti Campania.

Nelle conclusioni Ciafani ha spostato il bersaglio sul consumo di suolo, assolvendo il solare. Il problema, ha detto in sostanza, non si risolve vietando il fotovoltaico a terra agricolo se poi continuano logistica, strade e urbanizzazione. Per Legambiente va distinta l’occupazione reversibile e compatibile con l’agricoltura, ossia quella associata agli impianti FV, dal consumo irreversibile.

La mezza apertura di Coldiretti

Ettore Prandini, presidente Coldiretti, non ha rimosso la contrarietà storica dell’organizzazione al fotovoltaico a terra. Il tema resta il consumo di suolo agricolo, in un Paese con meno superficie coltivabile rispetto ad altri grandi Paesi europei, ha sottolineato nel suo intervento.

Però ha aperto all’agrivoltaico, a una condizione: l’agricoltore non deve essere usato. Il rischio, ha detto, è vedere “l’agricoltore come il soggetto che viene utilizzato”. L’opportunità deve ricadere sull’impresa agricola, direttamente o attraverso una vera sinergia con chi realizza l’impianto.

Prandini ha richiamato il precedente del biogas e del biometano: tecnologie partite tra conflitti e poi entrate in molte aziende quando hanno prodotto valore, energia, uso dei reflui e fertilizzanti naturali.

Ha citato anche il FV sulle coperture agricole finanziato dal Pnrr con bando Agrisolare: 23mila impianti funzionanti e, sul nuovo bando, a fronte di 7mila domande attese ne sarebbero arrivate oltre 27mila.

Poi il tema accumuli. Per Prandini serve un meccanismo che consenta alle aziende di valorizzare l’energia prodotta di giorno quando serve, anche nelle ore serali o notturne. Non solo produzione, quindi. Anche uso efficiente dell’energia dentro il ciclo aziendale.

Confagricoltura: chiarire su fisco e Pac

Nicola Gherardi, componente della Giunta esecutiva Confagricoltura, ha contestato l’equazione tra agrivoltaico e consumo di suolo. Se il terreno resta coltivato, ha sostenuto, non siamo davanti allo stesso fenomeno di una piattaforma logistica, di una strada o di un capannone. Ha posto però una condizione tecnica chiara: il progetto deve partire dall’agronomia.

Gherardi ha chiesto poi coerenza fiscale e normativa. Il quadro, secondo Confagricoltura, resta oscillante. Un punto citato riguarda il trattamento della produzione elettrica in agricoltura e i limiti oltre i quali non viene più considerata attività connessa.

Serve inoltre chiarire meglio il rapporto tra agrivoltaico e contributi Pac: oggi, ha segnalato, non è sempre evidente a quali condizioni un terreno interessato da impianti possa restare pienamente dentro il perimetro agricolo e degli aiuti.

Il rappresentate di Confagricoltura ha poi richiamato anche il tema aree idonee citando il caso Ferrara, dove vincoli legati ai siti Unesco e alle fasce di tutela renderebbero difficile sviluppare impianti su una parte rilevante della provincia.

Cia chiede aiuti per le taglie minori

Giammichele Passarini, vicepresidente nazionale Cia, ha ricordato che l’azienda agricola italiana media è piccola.

Per questo ha chiesto incentivi modulari, capaci di rendere l’agrivoltaico fruibile anche dalle aziende ordinarie. Altrimenti il rischio è un modello per pochi: grandi superfici, grandi capitali, agricoltore passivo.

Ha collegato il tema anche alle connessioni. Ci sono impianti agricoli già realizzati ma non allacciati, oppure costretti a fermarsi perché la rete non assorbe la produzione, ha denunciato.

La filiera FV e la nuova definzione

Per la filiera rinnovabile il principio della continuità agricola e dei progetti costruiti a partire da un piano agronomico, peraltro, è già assimilato con la nuova definizione arrivata con il dl 175/2025, vista con maggior favore rispetto alla rigidità delle altezze prescritte dalla normativa precedente.

Attilio Piatelli, Coordinamento Free, ha posto il tema della scala. L’Italia non è il Paese degli impianti da 500 MW, ma non può fare solo impianti da 1 MW se vuole energia competitiva. Ha indicato taglie intermedie, 10-30 MW, da costruire insieme al mondo agricolo.

Rolando Roberto (Italia Solare) ha parlato di agrivoltaico “2.0”. La fase Pnrr era più sperimentale; ora gli impianti devono stare in piedi economicamente anche senza incentivi diretti.

Il punto, ha detto, è fare agrivoltaico per l’agricoltore e con l’agricoltore. “senza l’agricoltore non può essere realizzato in nessun modo”.

Roberto ha però segnalato diversi nodi sul parametro dell’80% della produzione lorda vendibile. La Plv dipende da clima, prezzi, rese e mercati. Inoltre resta da capire come calcolarla: su quale superficie, con quali esclusioni, come trattare fasce ecologiche, aree naturalizzate e spazi interni alla recinzione.

Andrea Cristini, Anie Rinnovabili, ha portato il tema della filiera industriale. Per programmare investimenti in tecnologie, componenti e capacità produttiva servono norme chiare.

“Avanzato” o sostenibile?

Alessandra Scognamiglio, presidente Aias, ha invece difeso una lettura più “avanzata” dell’agrivoltaico: non solo FV compatibile con colture, ma monitoraggio, sensori, materiali innovativi, moduli trasparenti o selettivi, benefici ambientali misurabili.

Una linea vicina all’impostazione del bando Pnrr, più ambiziosa e meno attenta ai costi, che però sembra essere superata. Oggi infatti la nuova cornice normativa sembra aver spostato il baricentro verso una definizione più funzionale: convivenza con l’agricoltura e conservazione della Plv, più che requisiti rigidi su altezze e configurazioni. E progetti che stiano in piedi senza incentivi.

La differenza resta sostanziale. Per Aias l’agrivoltaico sembra dover restare tecnologia agricola avanzata. Per la filiera FV, se diventa troppo costoso e complesso, rischia di restare una nicchia.

Il permitting

Sul permitting, il confronto ha mostrato una preoccupazione trasversale. Dal lato delle rinnovabili è arrivata la richiesta di regole regionali più chiare, tempi prevedibili e criteri non contraddittori: Piatelli ha criticato le Regioni che, pur dentro un quadro nazionale più definito, continuano a introdurre vincoli o interpretazioni restrittive.

Cristini ha richiamato l’impatto dell’incertezza autorizzativa sulla capacità della filiera di programmare investimenti; Eroe ha segnalato il rischio che distanze, buffer e definizioni discrezionali diventino nuovi strumenti di rallentamento.

Anche dal mondo agricolo è arrivata una richiesta di chiarezza, ma con un accento diverso: servono controlli effettivi sulla continuità agricola, competenze agronomiche nelle istruttorie e criteri che non trasformino ogni impianto in un caso politico locale.

Gli interventi delle Regioni

Dalle Regioni intervenute sono arrivati approcci diversi.

La Campania, con Simona Brancaccio (responsabile Ufficio speciale Valutazioni ambientali), ha rivendicato un’applicazione già operativa della nuova definizione di agrivoltaico: continuità agricola per tutta la vita utile dell’impianto, relazione annuale sulla produzione e altezza valutata in modo funzionale, in base a colture, allevamenti e mezzi agricoli.

Mentre la Sicilia, con Gaetano Armao (presidente CTS, si veda articolo a parte), ha posto il tema della pressione autorizzativa e della qualità dei progetti: molti GW in valutazione o autorizzazione, territori già molto sollecitati e necessità di abbinare i nuovi impianti a storage, Bess o strumenti di valorizzazione dell’energia, per evitare che il sacrificio territoriale non sia compensato.

Infine l’Emilia-Romagna, con Claudia Romano (responsabile Energia ed Economia Verde), ha spiegato che l’iter della legge regionale sulle aree idonee si è allungato per l’alto numero di osservazioni e ha insistito sulla necessità di criteri tecnici solidi, monitoraggio e strumenti agili per le amministrazioni, anche attraverso il confronto con università, Aias e Regione Campania.

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