Economia Ue: i mali delle fossili e la cura delle rinnovabili

Presentate le previsioni economiche europee per la primavera: lo "shock energetico" rallenta la crescita. Il piano dell'Unione europea per l'elettrificazione a giugno.

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L’energia è da sempre linfa vitale per la crescita dei mercati e delle nazioni, ma la chiusura dello stretto di Hormuz la sta trasformando in un virus che circola nel sistema economico europeo, fiaccandolo ogni giorno di più.

Non sono affatto rosee le previsioni economiche per la primavera presentate ieri (21 maggio) dalla Commissione europea, che parla senza mezzi termini di uno “shock energetico” che sarà tanto più forte quanto più durerà la guerra in Medio Oriente (il documento, insieme a tre dossier collegati, è disponibile in basso).

Basti pensare che la chiusura dello Stretto ha ridotto i flussi marittimi di petrolio e Gnl rispettivamente di circa il 15% e il 20%.

La cura? Può essere una soltanto: tagliare drasticamente la dipendenza dalle importazioni di gas e petrolio.

Da questo punto di vista l’Europa non parte da zero, visto che gli investimenti nella resilienza energetica avviati dopo il conflitto in Ucraina “stanno dando i loro frutti”, scrive la Commissione.

In altre parole, se qualcosa non fosse stato fatto dal 2022 in poi, oggi staremmo parlando di una catastrofe economica senza precedenti e, forse, senza rimedio.

Resta comunque una situazione complicata, in cui le prospettive di inflazione a breve termine sono peggiorate rispetto alle previsioni dell’autunno 2025, con i dati di marzo e aprile che mostrano già una forte accelerazione trainata dai prezzi dell’energia.

L’inflazione complessiva dovrebbe raggiungere il picco nel 2026, stima Bruxelles, per poi attenuarsi nel 2027, in quanto si prevede che i costi delle materie prime energetiche diminuiranno gradualmente, pur rimanendo circa il 20% al di sopra dei livelli prebellici.

Una dinamica che si inserisce direttamente nella discussione politica degli ultimi giorni, con la premier Giorgia Meloni che ha scritto alla presidente Ursula von der Leyen per chiedere deroghe al Patto di stabilità sul tema energia, come già avviene per le spese sulla difesa.

Richiesta rilanciata dal titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti in una riunione dei ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche centrali del G7.

Sulla decisione finale di Bruxelles, che secondo fonti di stampa arriverà la prossima settimana, peseranno anche le indicazioni contenute nelle previsioni economiche di primavera, nella quali si legge che il rapporto debito/Pil dell’Ue aumenterà dall’82,8% nel 2025 all’84,2% nel 2026 e all’85,3% nel 2027. In Italia siamo al 138,4%.

Tutto ciò mentre altre realtà possono beneficiare da questa situazione. È il caso degli Stati Uniti, come si evidenzia nel documento presentato ieri, che escono rafforzati grazie al ruolo di esportatori netti di energia (La strategia energetica Usa mette nel mirino l’Italia).

Nelle previsioni economiche si rileva che i forti investimenti pubblici in settori come la difesa e la transizione energetica potrebbero compensare in parte la debolezza prevista nel settore privato a causa della crisi.

A tal riguardo è bene sottolineare un intervento fatto ieri dalla presidente von der Leyen al Parlamento europeo, riunito per dibattere di mercato unico, che “può facilitare il coordinamento degli investimenti strategici e della domanda aggregata”.

Prendendo ad esempio il settore energetico, “abbiamo proposto RESourceEU e creato un nuovo Centro per le materie prime critiche. Oppure prendiamo le reti elettriche, la spina dorsale del nostro sistema. Abbiamo uno dei network più estesi al mondo, ma abbiamo bisogno di maggiore coordinamento. Questo è l’obiettivo del Pacchetto reti, ora sul vostro tavolo. E tra qualche settimana presenteremo il Piano d’azione per l’elettrificazione. Tutto ciò per costruire un mercato unico più forte e un’Europa più indipendente”.

Il ruolo delle rinnovabili

Nella pubblicazione si esalta il ruolo delle rinnovabili e l’effetto cauterizzante che possono avere sulla ferita aperta con il conflitto in Medio Oriente.

“La crescente quota di produzione di energia da fonti sostenibili ha ridotto i prezzi all’ingrosso dell’elettricità, contribuendo al contempo a una maggiore volatilità dei prezzi”, si legge nelle previsioni.

La capacità installata di Fer è  aumentata in media di circa il 50% tra il 2020 e il 2024 nell’Unione. Inoltre, la quota di elettricità prodotta da rinnovabili ha raggiunto circa il 45% nel 2025 superando altre fonti, in particolare il carbone.

Di conseguenza, scrive la Commissione, “le energie rinnovabili determinano il prezzo marginale per un numero crescente di ore. Dato il costo marginale molto basso delle Fer, a volte prossimo allo zero, ciò ha portato a periodi più frequenti di costi dell’elettricità molto ridotti. Questo si verifica in particolare nei periodi in cui condizioni favorevoli di irraggiamento solare ed eolico coincidono con modelli di consumo inferiori”.

Da qui l’indicazione che si cala perfettamente nel dibattito nazionale sul tema del disaccoppiamento: “Il sistema è sempre più caratterizzato da periodi di prezzi molto bassi quando le rinnovabili dominano la produzione e da prezzi più elevati quando le centrali a gas determinano il prezzo marginale. Di conseguenza, i prezzi all’ingrosso dell’elettricità sono meno frequentemente determinati dal gas, ma sono anche più volatili”.

Dunque, prosegue il documento, nell’attuale contesto gli shock del mercato globale del gas continuano a incidere direttamente sui prezzi all’ingrosso dell’elettricità attraverso la determinazione dei prezzi marginali, anche se la trasmissione dei prezzi gas si è indebolita. Allo stesso tempo, la crescente quota di produzione di energia solare ed eolica riduce i prezzi, ma aggiunge un’ulteriore fonte di volatilità.

Secondo Bruxelles, però, è importante sottolineare che questa forma di volatilità differisce dai picchi di prezzo estremi e persistenti che possono accompagnare le interruzioni dell’approvvigionamento di gas, i quali rimangono considerevolmente più rilevanti per la stabilità macroeconomica.

Il caso italiano

Da qui una citazione diretta ai casi di Italia e Spagna: “La relazione tra i prezzi del gas e dell’elettricità varia significativamente tra gli Stati membri, riflettendo le differenze nei mix di generazione e nei vincoli infrastrutturali. Nella penisola iberica, dove la penetrazione delle energie rinnovabili è più elevata, il gas influenza i prezzi solo in una minoranza delle ore di mercato. Al contrario, in Italia, dove il sistema rimane più dipendente dal gas, quest’ultimo determina il prezzo nella maggior parte delle ore”.

Germania e Paesi Bassi, invece, si collocano tra questi due estremi.

Queste differenze tra Paesi sono accentuate dalla frammentazione del mercato interno e dalle strozzature infrastrutturali. La limitata interconnessione transfrontaliera può infatti impedire che l’elettricità rinnovabile più economica arrivi dove è necessaria, costringendo a una maggiore dipendenza da fonti fossili.

Restando sul caso italiano, il documento contiene anche degli approfondimenti per singola nazione e nel caso della Penisola spiega come il Pil reale crescerà dello 0,5% nel 2026, al pari del 2025, sostenuto dagli investimenti incentivati dal programma Pnrr.

Al momento, però, la crescita dei consumi rallenta a causa della perdita di potere d’acquisto e delle esportazioni nette che incidono negativamente.

Nel 2027 la produzione dovrebbe salire dello 0,6%, sostenuta dalla ripresa del commercio globale e dalla normalizzazione dei prezzi; che resta però legata alle sorti di Hormuz.

Il deficit pubblico dovrebbe scendere dal 3,1% del Pil nel 2025 al 2,9% nel 2026 e nel 2027. Ciononostante, il rapporto debito/Pil è destinato ad aumentare ulteriormente fino al 139,2% nel 2027.

Infine, si prevede che il forte aumento mensile dei prezzi dell’energia a partire da marzo 2026 si ripercuoterà rapidamente su altri beni e servizi, portando l’inflazione complessiva al 3,2% nel 2026.

Tuttavia, la moderazione dei prezzi delle materie prime energetiche nell’arco temporale previsto porterà l’inflazione complessiva al di sotto del 2% nel 2027, anche se l’inflazione alimentare e dei servizi rimarrà elevata.

Non si dimentichi, d’altro canto, che le misure di sostegno al settore energetico introdotte prima del 4 maggio 2026, pari allo 0,06% del Pil, sono state interamente finanziate da risparmi di bilancio. Un rubinetto dal quale probabilmente sarà difficile attingere nuovamente.

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