Spinta dell’energia sull’inflazione, i dati Istat

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Nel primo trimestre il Pil sale dello 0,2%, mentre il Brent supera i 120 dollari al barile con l’inflazione che ad aprile in Italia accelera fino al 2,9% annuo.

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Secondo stime preliminari dell’Istat, nel primo trimestre 2026 il Pil italiano è cresciuto dello 0,2% rispetto a ottobre-dicembre 2025, proseguendo il percorso di espansione avviato nella seconda metà dello scorso anno.

Il dato si inserisce però in una più ampia prospettiva “incerta” per l’economia mondiale, “a causa del perdurare delle crisi geopolitiche e della frammentazione dei mercati internazionali”.

Lo riferisce l’ultima nota sull’andamento dell’economia italiana pubblicata il 12 maggio dall’istituto statistico, che – oltre a certificare la crescita del Pil – cita a più riprese la questione energetica. A cominciare dal leggero calo della produzione industriale del primo trimestre.

L’indice di produzione destagionalizzato (cioè corretto per eliminare gli effetti stagionali), dopo il calo di gennaio, ha registrato aumenti mensili sia a febbraio sia a marzo (+0,2% e +0,7% rispettivamente), non sufficienti, tuttavia, a evidenziare una crescita nel primo trimestre (-0,2% rispetto ai tre mesi precedenti).

Tra gennaio e marzo, in media, la produzione dei beni strumentali e di quelli energetici ha evidenziato un incremento rispetto ai tre mesi precedenti (+0,3%), i beni di consumo e i beni intermedi una diminuzione (pari a -1,3% e -0,5%).

Nel mese di marzo è invece aumentato l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie (+0,1% rispetto al mese precedente e +2,4% rispetto a marzo 2025). I settori che presentano gli aumenti più elevati sono: energia e petroli (+7,7% su marzo 2025), estrazione di minerali (+7,4%), servizio smaltimento rifiuti (+5,7%).

Ad aprile l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) è cresciuto in Italia del 2,9% annuo, mostrando una significativa accelerazione rispetto all’1,6% di marzo e avvicinandosi alla media dell’area euro (+3,0% ad aprile; 2,6% a marzo). Questa accelerazione “riflette sostanzialmente la forte crescita dei prezzi dei beni energetici”, che ad aprile è stata pari al 9,5% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso e al 5,3% rispetto a marzo 2026.

Gli ultimi due dati rilevanti per l’Italia sul tema energia riguardano i prezzi dei prodotti importati dall’industria. I dati mostrano un’inversione rapida: a febbraio i prezzi dei prodotti importati dall’industria erano ancora in calo del 3,4% su base annua, soprattutto per la flessione delle importazioni energetiche (-19,9% sia a gennaio sia a febbraio). A marzo, però, il rialzo si trasferisce già sui prezzi alla produzione: nell’industria aumentano del 4,2% rispetto a un anno prima, dopo il -2,7% di febbraio, con il comparto energetico in forte accelerazione (+13,4%, da -11,1%). Su base mensile l’incremento complessivo è del 4,4%, trainato ancora dall’energia (+16,8%).

Scenari globali e prese di coscienza

Il documento si sofferma anche sullo scenario internazionale. Il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, come è noto, ha escluso dal mercato globale una quota significativa della produzione petrolifera, spingendo il Brent ben oltre la soglia dei 100 $/barile (120,4 $/barile la quotazione media ad aprile secondo i recenti dati della Banca Mondiale).

“Tale dinamica – spiegano gli analisti – ha generato effetti sistemici immediati: l’inflazione globale, che sembrava in fase di rientro, ha subìto nuovi rialzi, costringendo le banche centrali a sospendere il ciclo di tagli dei tassi d’interesse previsto per la primavera”.

La dimensione dell’impatto economico della crisi attuale rimane “di difficile valutazione”, ma la persistente compromissione delle rotte di approvvigionamento e delle infrastrutture energetiche presenti nell’area suggerisce che il mercato non abbia ancora interamente scontato gli effetti di un eventuale conflitto di lunga durata.

Nonostante l’elevato livello degli stoccaggi a livello internazionale, l’incertezza sulla sicurezza delle infrastrutture di estrazione e la necessità di diversificare ulteriormente i canali di fornitura mantengono i prezzi del gas e soprattutto del petrolio su un trend di crescita rispetto ai valori di inizio anno.

Intanto, dal fronte politico, il commissario Ue all’energia, Dan Jorgensen, all’arrivo al Consiglio energia informale in corso a Cipro, ha inquadrato così il problema: “Quella che in Europa viene definita crisi energetica legata al Medio Oriente sarebbe più corretto chiamarla crisi delle fonti fossili”, ha dichiarato.

“Per questo – ha aggiunto – dobbiamo portare avanti i nostri obiettivi di transizione dai combustibili fossili e intensificare i nostri sforzi per migliorare l’efficienza energetica e sostituire una quota maggiore di combustibili fossili con le energie rinnovabili”.

Di recente anche la Bce aveva espressamente riconosciuto i danni delle fossili all’economia globale. In un discorso durante una conferenza sul clima organizzata a Francoforte, la presidente Christine Lagarde ha ricordato che l’Ue importa circa il 60% della sua energia, “quasi interamente sotto forma di combustibili fossili”, e l’impennata attuale dei prezzi dell’energia “ci ricorda il costo di questa dipendenza”.

Di contro, le fonti alternative rappresentano “la strada più chiara per minimizzare il trade-off tra gli obiettivi della politica energetica europea: sicurezza, sostenibilità e accessibilità economica” (si veda Bce: le rinnovabili proteggono dallo shock energetico).

Gli studi dell’istituto sull’attuale shock energetico hanno infatti dimostrato che i Paesi con una quota maggiore di elettricità che proviene da fonti non fossili, come Spagna e Portogallo, sono stati “più protetti dall’aumento dei prezzi del gas”.

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