Tutti sanno che guerra e lotta per il clima sono incompatibili, ma nessuno osa parlarne. Il tema non è all’ordine del giorno. Occorre dirlo.
Innanzitutto, la guerra, che la si faccia o no, succhia una quantità incredibile di risorse finanziarie, tecnologiche e umane che possono e devono essere destinate al clima, all’ambiente e all’eguaglianza, che ne è la condizione.
Invece si è passati dal progetto del Green Deal europeo di incanalare lo “sviluppo” sulla strada della cura dell’ambiente alla decisione, ormai condivisa da tutti i governi, di fare della produzione di armi il motore dell’accumulazione.
Inoltre, le guerre in corso hanno rilanciato i fossili. Schiacciati dalle sanzioni imposte alla Russia, i paesi dell’Unione Europea si sono lanciati in una corsa alla ricerca o alla valorizzazione di risorse con cui sostituire le forniture fossili russe.
La guerra, oltretutto, aumenta il consumo di combustibili e le relative emissioni: per spostare uomini e mezzi, per far funzionare e produrre sempre nuove armi.
La guerra non annienta solo vite umane: devasta città, infrastrutture e opere costruite in decenni, come a Gaza e nel Donbass.
Macerie che dovranno essere rimosse, sostituite, ricostruite, con un ulteriore enorme consumo di risorse ed energia e nuove emissioni.
La guerra contamina e degrada il suolo, inquina le acque dei fiumi, compromette gli ecosistemi, rendendoli sterili per anni. Così, territori che prima assorbivano carbonio e custodivano biodiversità si trasformano in nuove fonti di emissioni.
Inoltre, la guerra è un incubatore di tecnologie della violenza rivolte contro la vita umana, ma disponibili anche nella guerra contro l’ambiente e la natura. La storia dei pesticidi chimici, dei mezzi aerei per irrorali, dei razzi per provocare la pioggia o sventare la grandine è questa.
Ma domani verranno sviluppate e impiegate nuove tecnologie belliche anche per arginare il riscaldamento climatico con la geoingegneria: tecnologie “dure”, dagli effetti irreversibili, ideate e gestite da un qualsiasi “Stato maggiore” della lotta per il clima, sia di Stato che privato, autonominatosi.
Per mettere così fuori gioco le tecnologie “dolci” e amiche della Terra – nell’alimentazione, nei trasporti, nell’abitare, nel rinaturalizzare il territorio, nella cura congiunta di uomini e ambiente, nella salvaguardia della biodiversità – tutte cose praticabili solo attraverso una riorganizzazione della vita quotidiana, con il coinvolgimento di tutti.
La guerra produce milioni di profughi: sia direttamente, sia con le devastazioni ambientali e la crisi climatica che alimenta. La lotta per la salvaguardia dell’ambiente e del clima cerca invece di restituire a chi è investito da quei processi la possibilità e i mezzi per restare dov’è; per ricostruire su nuove basi le condizioni della vivibilità.
La guerra promuove subordinazione da caserma, mentre la lotta per l’ambiente e per il clima produce autonomia, inventiva, spirito di collaborazione e di iniziativa dal basso: quello che occorre per affrontare il difficilissimo futuro che ci aspetta.
Infine, è insieme fonte e copertura della corruzione: rende possibile accumulare potere e ricchezza alle spalle di chi viene condannato a morire al fronte o nelle retrovie.
È l’esatto contrario della lotta per l’ambiente. In quella battaglia – che non ha trincee ma territori da difendere – la prima linea è occupata dall’umanità intera, vittima di una guerra silenziosa che governi e multinazionali conducono contro la Terra, saccheggiando risorse, devastando ecosistemi, compromettendo il futuro comune.
Photo credit NASA: L’astronauta Christina Koch guarda il nostro Pianeta da uno dei finestrini della navicella Orion in orbita intorno alla Luna (sabato, 4 aprile 2026).
L’articolo è stato pubblicato nella rivista bimestrale QualEnergia (n.1/2026)





























