A mali estremi, estremi rimedi. Ma non ancora sufficienti.

È un po’ questo il “telegramma” del 2022 riguardo le questioni climatiche. E se il “buongiorno” si vede dal mattino, date le temperature molto elevate di questi primi giorni del 2023, la crisi del clima sembra destinata a continuare.

Dalla siccità estiva che ha prosciugato la foce del Po e fatto risalire l’acqua dell’Adriatico verso l’interno, alle inondazioni devastanti che hanno messo in ginocchio il Pakistan, fino agli ultimi smottamenti di Casamicciola a Ischia, incuria umana e fenomeni metereologici estremi hanno continuato ad andare a braccetto nel 2022.

A fronte di questi “mali estremi”, gli Stati Uniti, per esempio, hanno promulgato una legge pro-clima e pro-rinnovabili senza precedenti, mentre l’Unione europea vuole ulteriormente innalzare i propri obiettivi climatici.

Tutto ciò, però, appare ancora insufficiente a mantenere il surriscaldamento dell’atmosfera attorno a 1,5 °C in più al 2100 rispetto all’era preindustriale. Con le politiche attuali, la temperatura media è destinata ad aumentare di circa 2,7 °C, troppo per riuscire ad evitare gli effetti peggiori dei mutamenti climatici.

Rispettando gli attuali target al 2030, il surriscaldamento sarebbe di circa 2,4 °C. Se si prendono in considerazione gli obiettivi e gli impegni addizionali fin qui annunciati, la temperatura media salirebbe di 2 °C, mentre solo nello scenario più ottimistico, il surriscaldamento sarebbe destinato ad attestarsi a 1,8 °C.

Anche per questa continua dissonanza fra rischi globali e rimedi politici, si sono verificati ultimamente episodi di “esasperazione” da parte di giovani, per esempio, che hanno imbrattato palazzi e opere d’arte per attirare l’attenzione su una crisi climatica che, allo stato attuale, è ormai sull’orlo di sfuggire di mano.

A che punto siamo?

Nelle prossime settimane i principali gruppi di ricerca sul clima dovrebbero pubblicare le loro conclusioni sulla temperatura media globale del 2022, che probabilmente risulterà molto calda.

Una prima stima pubblicata dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) a novembre prevedeva che l’anno sarebbe stato il quinto o il sesto più caldo mai registrato, con un aumento di 1,15 °C rispetto alla media del 1850-1900. Ciò renderebbe gli ultimi otto anni i più caldi da quando sono iniziate le misurazioni globali, secondo il conteggio dell’Omm.

Il 2023 non sembra da meno. Secondo i meteorologi, l’anno è iniziato con uno dei periodi di caldo invernale più intensi mai registrati in Europa. Dopo che nel 2022 il continente ha superato i record di caldo estivo per il secondo anno consecutivo, a Capodanno sono stati registrati nuovi massimi stagionali in diversi Paesi europei.

Gli scienziati affermano che le temperature potrebbero superare il limite inferiore dell’Accordo di Parigi di 1,5 °C entro un decennio. Nel grafico di Bloomberg, i cambiamenti annuali della temperatura media dal 1990 ad oggi.

Emissioni in crescita

A spingere le temperature verso l’alto sono le emissioni record di gas serra. Le emissioni derivanti dalla combustione di fonti fossili e dalla produzione di cemento sono aumentate, secondo le stime citate da Bloomberg, dell’1% lo scorso anno rispetto al 2021, raggiungendo i 36,6 gigatoni di anidride carbonica.

Secondo il Global Carbon Project, questo valore è addirittura superiore a quello del 2019, l’anno prima che la pandemia causasse un calo senza precedenti, ma temporaneo, delle emissioni.

L’uso del petrolio ha guidato l’aumento delle emissioni nel 2022, in particolare per quanto riguarda l’aviazione, in una fase in cui i viaggi internazionali sono tornati ai livelli pre-pandemia. Sia il petrolio che il carbone hanno terminato l’anno con una domanda superiore a quella del 2021.

Ciò in quanto l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha provocato una crisi energetica tale in Europa, da indurre gli Stati membri a ricorrere al più sporco dei combustibili fossili, il carbone, appunto. Ma lo shock energetico non è rimasto limitato all’Europa, riverberandosi in tutto il mondo e persino la Cina ha dovuto aumentato la produzione di carbone per soddisfare i mercati.

Budget del carbonio

Gli scienziati del clima aggiornano ogni anno le dimensioni del cosiddetto “budget di carbonio“, cioè la quantità di CO₂ che l’umanità può emettere ancora prima di perdere anche solo il 50% di possibilità di mantenere il riscaldamento globale al di sotto degli obiettivi internazionali.

Ai tassi del 2022, rimangono circa 9 anni di emissioni per avere una mezza possibilità di raggiungere l’obiettivo di 1,5 °C e 30 anni prima che le possibilità di raggiungere il limite più alto di 2 gradi diminuiscano. Secondo il Global Carbon Project, per raggiungere lo zero netto di emissioni entro il 2050, i Paesi dovrebbero ridurre le proprie esalazioni ogni anno a un tasso “paragonabile alla diminuzione osservata nel 2020 durante la pandemia di COVID-19“.

Nel grafico, l’andamento annuale delle emissioni dal 1990 al 2021.

Boom delle rinnovabili

BloombergNEF prevede che nel 2023 la capacità produttiva di energia priva di carbonio crescerà del 18%. Questo dovrebbe portare a più di 500 GW addizionali di energia eolica, fotovoltaica, di stoccaggio, nucleare e geotermica nel 2023. Ma le aggiunte di elettricità pulita dovrebbero raggiungere 1,4 terawatt (TW) all’anno entro il 2030 per realizzare l’azzeramento netto delle emissioni.

Secondo l’ultima revisione del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Ipcc), almeno 18 Paesi hanno visto diminuire le emissioni per più di un decennio. Tuttavia, quando si mettono assieme i dati globali con quello regionali e nazionali, il quadro si complica.

“Progressi fenomenali” della diplomazia climatica

A novembre, il Climate Action Tracker, un gruppo di ricerca che confronta i tassi di emissione dei Paesi con i propri obiettivi e con quelli globali, ha rilevato che, sebbene dalla Conferenza sul clima delle Nazioni Unite di Glasgow del 2021 non c’è stato praticamente nessun progresso, dal 2009 il sistema della diplomazia internazionale sul clima ha registrato progressi fenomenali e poco riconosciuti.

“Se si guarda al sistema nel suo complesso, le conferenze dal 2009 a oggi hanno sicuramente ottenuto dei risultati”, aveva detto all’epoca Niklas Höhne, esperto di politica climatica presso il New Climate Institute tedesco che contribuisce a Climate Action Tracker. “Ora siamo in un mondo diverso”.

La questione è capire se e quando la diplomazia si tradurrà in dati più positivi per le sorti climatiche del pianeta.

Il “catalogo delle navi” del clima

Il riepilogo del Climate Action Tracker contiene un catalogo di quattro pagine delle attuali politiche climatiche di 39 Paesi.

L’Argentina sta accelerando un nuovo gasdotto e sta esplorando greggio offshore. Il Canada ha un nuovo piano per il clima, ma sta procedendo “come se fosse una piacevole domenica pomeriggio e non una crisi climatica”. L’Iran non ha ratificato l’Accordo di Parigi. Il Regno Unito, leader verde a livello globale, è stato criticato per le politiche che coprono solo il 40% delle emissioni rilevanti e per i finanziamenti “altamente insufficienti” per il clima.

Oltre a queste “bacchettate” sulle mani, sono doviziosamente elencate anche iniziative più favorevoli alla tutela del clima. In tal senso, l’elenco di Climate Action Tracker richiama alla mente un famoso passaggio dell’Iliade, in cui Omero vuole impressionare i lettori con la potenza navale dei Greci, elencando in modo esaustivo, per diverse pagine, tutti i comandanti e gli equipaggiamenti, facendo un cosiddetto “catalogo delle navi”. Un catalogo che aveva come scopo quello di rafforzare con dei dati la narrazione della storia.

Rimane da capire se il “catalogo” del clima di Climate Action Tracker alla fine del 2023 risulterà una base solida su cui poggiare sforzi ancora maggiori per il futuro oppure un necrologio di sforzi falliti.