Obiettivi climatici, i cinque rischi dei crediti di carbonio

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Per raggiungere il target 2040 sulla riduzione delle emissioni di gas serra, l'Ue punta anche sui carbon credits. Ma sono diversi i dubbi sulla loro efficacia e integrità ambientale.

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L’uso dei crediti internazionali di carbonio è tornato in cima all’agenda politica europea per raggiungere gli obiettivi climatici al 2040, ma ci sono diversi rischi.

Lo spiega un’analisi pubblicata il 18 giugno da Bruegel, think tank specializzato sui temi economici con sede a Bruxelles, intitolata “Buyer beware: a taxonomy of the risks of international carbon credits”.

Cosa prevede la legge Ue per il Clima

Lo scorso febbraio, il Parlamento Ue ha approvato in plenaria le modifiche alla legge per il Clima, che prevede di ridurre del 90% le emissioni nette di gas serra entro il 2040, rispetto ai livelli del 1990.

Il target è vincolante, ma ci sono diverse flessibilità incentrate sui “carbon credits”.

Dal 2036, con una fase pilota nel 2031-2035, si potranno utilizzare crediti internazionali “di alta qualità” del carbonio, fino al 5% dell’obiettivo complessivo.

In pratica, la riduzione domestica delle emissioni di CO2 e altri gas serra, tramite progetti sviluppati sul territorio europeo, potrebbe fermarsi all’85% del target complessivo. Inoltre, la norma prevede ulteriori margini di flessibilità per gli Stati membri, che potranno impiegare altri crediti fino al 5% dei loro obiettivi climatici nazionali post-2030.

Pertanto, l’Unione europea potrà delocalizzare progetti per ridurre le emissioni in Paesi terzi, ad esempio realizzando impianti per la produzione di energia rinnovabile o iniziative di riforestazione.

Le emissioni “evitate” saranno attestate dai relativi crediti internazionali e conteggiate nell’ambito del target europeo al 2040.

Su impulso del Parlamento Ue, i crediti potranno essere utilizzati solo in settori non regolamentati dal sistema Ue-Ets per lo scambio di quote di emissione; inoltre, potranno provenire solo da Paesi partner i cui obiettivi e politiche in materia di clima siano compatibili con l’Accordo di Parigi.

I rischi di integrità

La logica economica che sorregge il meccanismo dei crediti, scrivono per Bruegel Maximilian Fuchs, Thomas Mramor e Georg Zachmann, è consentire che le riduzioni delle emissioni avvengano dove sono meno costose, in modo da abbassare il costo complessivo dei progetti e aumentare la probabilità di raggiungere gli obiettivi climatici.

Il 5% delle emissioni compensabile con i crediti equivale ad almeno 236 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (CO2e) nel periodo 2036-2040, circa quanto le emissioni annuali della Francia, con un valore compreso tra 7 e 24 miliardi di euro a un prezzo della CO2 tra 30 e 100 euro per tonnellata.

Ci sono però cinque “rischi di integrità” associati all’uso dei crediti.

Gli autori spiegano che l’Accordo di Parigi del 2015 ha creato due meccanismi di cooperazione basati sul mercato. In primo luogo, ai sensi dell’articolo 6.2, i Paesi possono scambiarsi direttamente crediti di carbonio al fine di certificare riduzioni o rimozioni di emissioni espresse in CO2 equivalente.

In secondo luogo, l’articolo 6.4 istituisce un mercato globale del carbonio supervisionato dalle Nazioni Unite, noto come Paris Agreement Carbon Market (PACM).

Invece di scambi diretti tra Paesi, un organismo centrale supervisiona il sistema, approvando le metodologie di progetto, emettendo crediti e monitorando le transazioni per garantire l’integrità ambientale.

Di seguito i cinque rischi che secondo Bruegel possono compromettere la credibilità dei progetti legati ai crediti di carbonio:

  • misurazione
  • permanenza
  • addizionalità
  • doppio conteggio
  • frodi.

Misurazione e permanenza

Quanto alla misurazione, la stima delle riduzioni delle emissioni generate dai progetti richiede il confronto tra risultati misurati in modo imperfetto e scenari controfattuali non osservabili, che rappresentano ciò che sarebbe accaduto in assenza del progetto.

Altro punto potenzialmente critico: le riduzioni delle emissioni possono non essere permanenti.

Questo rischio è particolarmente elevato nei progetti “basati sulla natura”, come quelli di conservazione forestale, imboschimento, riforestazione e sequestro dell’anidride carbonica nei suoli, poiché la CO2 immagazzinata può essere rilasciata a causa di incendi, siccità, parassiti o cambiamenti nell’uso del suolo.

Addizionalità, doppio conteggio, frodi

C’è poi il tema della cosiddetta addizionalità. Un intervento è considerato “addizionale” soltanto se non sarebbe stato realizzato senza i ricavi derivanti dalla vendita dei crediti. La valutazione richiede quindi il confronto tra i risultati osservati e uno scenario controfattuale “business as usual”.

I progetti di energia da fonti rinnovabili sono stati spesso criticati sotto questo profilo, si legge nell’analisi, “poiché molti sarebbero stati probabilmente realizzati anche senza il finanziamento derivante dai crediti, soprattutto alla luce della riduzione dei costi e della crescente competitività economica di tali tecnologie”.

Occorre anche considerare che una riduzione delle emissioni in un luogo può determinare un aumento delle emissioni altrove. Ad esempio, la protezione di una determinata area forestale può semplicemente “spostare” la deforestazione in un’altra regione, se la domanda sottostante rimane invariata.

Un quarto rischio è dato dal doppio conteggio: si verifica quando sia il Paese acquirente sia quello venditore rivendicano la stessa riduzione delle emissioni, ai fini del raggiungimento dei rispettivi obiettivi climatici, compromettendo il beneficio globale della mitigazione.

Infine, la frode è un rischio “trasversale” che può emergere in diverse fasi dei progetti.

Ad esempio, evidenzia Bruegel, i soggetti che realizzano i progetti possono essere incentivati a gonfiare artificialmente il potenziale di riduzione delle emissioni per massimizzare il volume di crediti venduti, oppure a fornire informazioni false sull’addizionalità di un progetto.

In definitiva, scrivono gli autori, il mercato internazionale dei crediti di carbonio è un’attività altamente frammentata, caratterizzata da standard e metodologie divergenti, mentre l’articolo 6 dell’Accordo di Parigi continua a non fornire garanzie sufficienti per assicurare che le riduzioni delle emissioni accreditate siano reali, addizionali e permanenti.

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