Cop 31 in Turchia: l’uscita dalle fonti fossili entrerà nei negoziati?

La prossima Conferenza Onu sui cambiamenti climatici si apre lunedì 9 novembre, con la complessa eredità della Cop 30 brasiliana. I principali dossier in agenda al centro della discussione.

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Dall’Amazzonia al Mediterraneo: la scelta della sede della prossima Conferenza Onu sul clima (Cop 31) non sembra casuale.

La Cop 31 si apre ufficialmente lunedì 9 novembre (fino al 20 del mese) ad Antalya, in Turchia, città turistica balneare in una regione, il Mediterraneo, identificata come uno dei principali “hotspot” globali del cambiamento climatico.

I negoziati ripartono dalla complessa eredità della Cop 30 del 2025 a Belém, in Brasile: l’accordo sfumato sulla tabella di marcia per uscire gradualmente dai combustibili fossili, l’assenza degli Stati Uniti, le divisioni interne all’Unione europea, la posizione defilata dell’Italia e il suo appoggio a soluzioni potenzialmente ancora più dannose per l’ambiente, come i biocarburanti.

Che cosa aspettarsi allora dal nuovo appuntamento in Turchia?

“Attuazione” e “accelerazione” sono le due parole chiave citate da Federica Fricano, capo negoziatrice alla Cop 31 del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, intervenuta al briefing per la stampa organizzato ieri, 5 novembre, da ECCO, il think tank italiano per il clima, per approfondire le tante questioni legate all’appuntamento di Antalya.

Sarà una Cop dell’attuazione e dell’accelerazione se i negoziati riusciranno finalmente a trasformare gli impegni dei diversi Paesi in “politiche, investimenti e risultati concreti”, ha sottolineato Fricano.

È bene ricordare che la Cop 31 si basa su una gestione condivisa tra Turchia e Australia: la Turchia è il Paese ospitante e guiderà la cosiddetta “Action Agenda”, ossia le iniziative volontarie fuori dai negoziati formali, mentre l’Australia gestirà le trattative multilaterali e gli accordi politici.

Un tema centrale dell’Action Agenda, ha evidenziato Fricano, è l’elettrificazione: la presidenza turca ha proposto di portare al 35% la quota della domanda finale di energia soddisfatta dall’elettricità a livello globale entro il 2035.

Questo target dovrebbe favorire la diffusione di tecnologie come le pompe di calore, i veicoli a batteria e le varie soluzioni per elettrificare i processi industriali a basse e medie temperature.

Tra i dossier principali, ha evidenziato Valeria Zanini, analista diplomazia climatica di ECCO, ci sarà l’avvio del secondo Global Stocktake, il meccanismo quinquennale che valuta i progressi collettivi nell’attuazione dell’Accordo di Parigi, le cui conclusioni, attese nel 2028, dovranno orientare il successivo aggiornamento degli impegni climatici nazionali.

Su questo fronte, da segnalare che secondo l’Emissions Gap Report dell’Unep sembra ormai inevitabile superare temporaneamente la soglia di +1,5 °C di aumento medio delle temperature rispetto ai livelli preindustriali.

Con le politiche attuali, il surriscaldamento globale potrebbe raggiungere +2,8 °C entro la fine del secolo e quindi sono necessari tagli “urgenti e rigorosi” alle emissioni di gas serra per minimizzare l’entità e la durata del superamento e rientrare successivamente entro la soglia di +1,5 °C.

Altro dossier di primo piano sarà il nuovo programma di lavoro sulla finanza climatica, incentrato sull’implementazione dell’articolo 9.1 dell’Accordo di Parigi, con un focus sull’obbligo dei Paesi sviluppati di fornire risorse finanziarie alle economie emergenti da destinare, in particolare, alle misure di adattamento climatico.

Quanto ai combustibili fossili, la presidenza brasiliana della passata Cop 30 ha pubblicato il 3 novembre una Roadmap su come accelerare l’abbandono della produzione e dell’utilizzo di carbone, gas e petrolio.

Al centro della Roadmap, spiega la presidenza, si colloca il “Belém Readiness Approach”, che esamina l’esposizione dei Paesi ai combustibili fossili e la loro capacità di gestire la transizione attraverso tre pilastri complementari: domanda di energia nei trasporti, nell’edilizia e nelle industrie, offerta di energia ed economia nel suo complesso.

Un insieme di indicatori e metriche consente di individuare punti di forza e ostacoli alla transizione, ma è bene precisare che è un contributo volontario e non prescrittivo, visto che non è stato negoziato formalmente.

Alla Cop 31 si discuterà anche di come rendere operativi i 59 indicatori volontari di adattamento adottati a Belém. Questi indicatori, sottolinea l’associazione Italian Climate Network in un approfondimento sui temi chiave della Cop 31, “possono mostrare dove aumentano i rischi e quali interventi funzionano, ma non costruiscono infrastrutture resilienti, sistemi sanitari o protezione sociale”.

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