Comunità energetiche e fonti rinnovabili: quanto sono coinvolte le donne?

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Dalla Cop26 è arrivato un input per favorire la partecipazione delle donne nei processi e nelle organizzazioni che lavorano per il contrasto ai cambiamenti climatici. A che punto siamo? Uno studio e una piccola indagine su alcune realtà italiane.

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È opinione condivisa che le donne nel mondo subiscono gli effetti dei cambiamenti climatici in misura maggiore rispetto agli uomini: perché sono normalmente più povere, meno istruite e, nelle aree rurali, maggiormente dipendenti da un’agricoltura di sussistenza.

Sebbene le donne risultino essere più coinvolte degli uomini nelle questioni ambientali continuano ad essere escluse dai processi decisionali.

Se ne è parlato nell’ambito del Gender Day, una giornata specificamente dedicata alla questione della giustizia energetica di genere nell’ambito della COP26 dove diversi Stati e Ong hanno portato contributi a testimonianza del loro impegno sul tema.

Il documento finale della Cop26 elenca tutti i soggetti che devono avere voce nelle decisioni al riguardo e, in particolare, “incoraggia le parti ad accrescere la piena, significativa ed eguale partecipazione delle donne nell’azione climatica e a garantire attuazione e mezzi di attuazione rispettosi del genere, vitali per raggiungere gli obiettivi climatici”.

Angelica Ponce, Ceo del Plurinational Authority for Mother Earth in Bolivia, ha detto che il modo in cui gli uomini hanno disegnato il mondo ha portato molta distruzione e per questo si dovrebbe cominciare a pensare come fanno le donne.

Tra le nazioni così dette sviluppate, Canada, USA e Regno Unito hanno messo sul tavolo investimenti rispettivamente di 4,3 mld, 14 mln e 223 mln di dollari per implementare e rafforzare strategie di contrasto al cambiamento climatico che diano priorità all’inclusione delle donne.

Le Comunità energetiche, che le direttive comunitarie indicano come strumento principe per potenziare la produzione distribuita di energia da fonte rinnovabile in modo inclusivo, anche per contrastare il fenomeno della povertà energetica, sono a loro volta dominate dagli uomini.

È quanto emerge da una ricerca di recente pubblicazione, dal titolo Perceptions of participation and the role of gender for the engagement in solar energy communities in Sweden”, che ha indagato, in Svezia, 11 comunità energetiche impegnate nella produzione collettiva di energia con impianti fotovoltaici.

I risultati dello studio confermano che, sebbene proprio per la loro forma organizzativa aperta alla partecipazione le comunità energetiche abbiano il potenziale per promuovere un più equo livello di inclusione rispetto ai sistemi energetici tradizionali, questo potenziale rimane inespresso.

Infatti, i consigli di amministrazione delle comunità energetiche replicano gli stessi modelli di reclutamento presenti nei settori energetico e STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), come confermato anche dalla nostra piccola indagine su alcune realtà italiane.

Secondo le autrici della ricerca, Daniela Lazoroska, Jenny Palm e Anna Bergek dell’Institute for Urban Research dell’Università di Malmö, la politica dovrebbe adottare regolamenti e incentivi per rendere la produzione collettiva di energia da fonte solare accessibile a più e diversi gruppi sociali, donne incluse.

Perché le donne sono escluse dalle Comunità energetiche

Se la maggior parte dei membri delle Comunità energetiche considerate sono formate da uomini, questo squilibrio diventa ancora più pronunciato se si va a vedere in quale misura le donne sono formalmente coinvolte, se sono ascoltate e se hanno reale influenza sugli esiti del processo decisionale.

Emerge infatti che sia i consigli di amministrazione che i ruoli apicali dei singoli settori, così come i gruppi di lavoro specifici, sono partecipati esclusivamente da uomini.

Il problema principale riguarda prima di tutto la scarsa consapevolezza di una vera e propria differenziazione sociale lungo le linee di genere, con l’energia e la tecnologia percepite come domini maschili ben prima dell’appartenenza alla Comunità energetica.

Infatti, i membri dei consigli di amministrazione intervistati percepiscono le organizzazioni come inclusive, non riconoscono alcuna ingiustizia di genere e sono dell’opinione che chiunque sia stato ben accolto come membro.

Ed è proprio questa incapacità di rilevare anche il “genere” come parametro per definire il livello di inclusività che continua a ostacolare la partecipazione delle donne.

Secondo alcuni intervistati, le donne sarebbero in generale meno presenti nelle organizzazioni strutturate perché più impegnate nella cura della famiglia o in attività all’interno di reti informali di vicinato. Quando presenti, queste partecipano a gruppi di lavoro non direttamente correlati all’energia.

Una prima possibile conclusione: i progetti energetici rinnovabili non ambiscono all’equità di genere e sociale, perché nella dimensione dell’inclusività non affrontano, e anzi ripropongono, le dinamiche strutturali radicate nell’ambito socio-culturale e nei contesti socio-economici.

Cosa succede in Italia?

Abbiamo fatto una rapida indagine prendendo in considerazione le organizzazioni che ormai rappresentano i casi studio italiani in ambito di cooperazione energetica (vedi Evoluzione delle comunità energetiche: riusciranno i cittadini a essere protagonisti?), Energia Positiva, ènostra e WeForGreen, e le due piattaforme di crowdfunding energetico Ecomill e Ener2Crowd.

Per ognuna di queste organizzazioni abbiamo verificato i dati pubblicamente disponibili e chiesto informazioni aggiuntive relativamente alla partecipazione femminile nei Cda, nel team di lavoro (in particolare nei ruoli di responsabilità) e tra i soci/investitori.

L’esito della nostra breve indagine conferma la scarsa rappresentanza femminile nei Cda e la preponderanza di uomini nei ruoli di responsabilità, con particolare riferimento a quelli più “tecnici”.

La “quota rosa” dei soci delle cooperative si attesta tra il 28 e il 40% anche se non sappiamo a quanto ammonti il capitale pro-capite investito dalle donne rispetto agli uomini.

Il dato disponibile per la piattaforma Ener2Crowd ci dice di un 23% di investitori di genere femminile, abbastanza in linea con un altro dato della Germania, dove le donne rappresentano solo il 22% della proprietà degli impianti nelle organizzazioni per la produzione collettiva di energia rinnovabile.

Nel dettaglio delle singole organizzazioni abbiamo specificato quali sono le informazioni disponibili e quali quelle che abbiamo richiesto ritenendo che anche questo sia un indicatore di rilievo per registrare l’interesse per la questione.

  • Energia Positiva (soc. coop.)

Conta tre donne nel Cda (di 7 membri), con una “squadra” di 8 persone che risulta essere tutta maschile anche se la cooperativa comunica che i compiti operativi sono affidati a 3 consiglieri e una consigliera.

La coop fa sapere inoltre che le donne rappresentano il 27,3% del totale dei soci (persone fisiche e giuridiche) e che all’ultima assemblea, dei 123 partecipanti 28 erano donne (22,8%).

  • ènostra (soc. coop.)

Conta una donna, la presidente, nel Cda (di 7 membri) e una nel Comitato Scientifico (di 7 membri). Dei 22 lavoratori impiegati il 50% è formato da donne anche se, come emerge nella Relazione di gestione 2020 (pdf), il 100% delle 8 figure “responsabili” è composto di uomini.

In sostanziale equilibrio, infine, la componente societaria (grafico) che vede il 40% di partecipazione femminile, mentre non è disponibile il dato disaggregato per quanto riguarda gli investimenti.

  • WeForGreen (soc. coop.)

Sono due le donne nel CDA (di 7 membri) e 1 tra i 6 “ambasciatori” (testimonial) della coop. La gestione di tutte le attività della cooperativa è affidata a ForGreen spa Società Benefit che ha un Cda con una consigliera (di 5 membri) e conta 8 donne su 13 dipendenti.

Di questi, sono tutti uomini i tre occupati nella gestione degli impianti, mentre una sola donna rientra tra le tre figure “responsabili”. Nel suo report annuale la Società considera la questione di genere con particolare riferimento alla presenza femminile tra i dipendenti e nel board e rispetto al coinvolgimento delle donne migranti nella filiera della produzione.

Nel report non è presa in considerazione la composizione dell’azionariato della coop rispetto al genere e la società, interpellata in proposito, ha dichiarato di non voler rilasciare informazioni al riguardo.

  • Ecomill (equity crowdfunding energetico)

Non sono presenti sul portale informazioni relativamente alla composizione del Cda né al gruppo di lavoro. La Società ha tuttavia comunicato che nel Cda (2 membri) è presente una donna, socia fondatrice, e che tre donne fanno parte del team di 8 persone. Infine, il 13% degli investitori della piattaforma è costituito da donne, con l’11% dell’ammontare degli investimenti.

  • Ener2Crowd (lending crowdfunding energetico)

Si tratta di una srl Società Benefit. Sono uomini i quattro soci fondatori così come i 3 membri del Cda.

Il comitato etico è infine composto di quattro uomini e una donna. Nell’ottica di recuperare il gender gap della governance, la società ha equamente redistribuito le posizioni lavorative che sono ricoperte da tre donne (Marketing, Content & Community, Designer manager) e due uomini (Partner e Platform & Database manager) anche se traspare una certa aderenza ai domini maschili e femminili che abbiamo visto essere strutturali.

Di particolare interesse, tuttavia, l’Indice di coscienza verde, il report annuale che evidenzia il profilo demografico del GreenVestor. Come si può vedere dai grafici, il gender gap aumenta all’aumentare del reale livello di coinvolgimento fino a raggiungere un misero 23% di donne che investono, ancorché, come precisa la società, con una quota di capitale investito pro-capite superiore.

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