Comunità del calore ai blocchi di partenza

Fornire energia termica e frigorifera oltre all’elettricità: le comunità energetiche potrebbero dare questo servizio aggiuntivo ai loro membri, a patto che si realizzino alcuni miglioramenti del quadro normativo. Un position paper europeo.

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Il recepimento delle più recenti versioni della Renewable Energy Directive (RED) della Commissione Europea ha portato una proliferazione di esperienze di Comunità Energetiche Rinnovabili che, producendo e condividendo energia, portano benefici ai territori e alle comunità locali che le pongono in essere.

Resta, però, una mancanza di fondo, legata alla tipologia di servizi offerti da queste esperienze: si tratta, infatti, sempre di scambio di energia elettrica tralasciando, invece, la possibile fornitura di energia termica.

Un quadro in rapida evoluzione

Per cercare di colmare questa lacuna, il progetto europeo ConnectHeat ha appena prodotto un documento specifico, Warmer (and cooler) together: Position Paper on Renewable Heating & Cooling for Energy Communities (link in basso) che individua le principali caratteristiche delle “comunità del calore”, proponendo anche possibili interventi legislativi e misure di altro tipo per favorirne la conoscenza presso gli utenti finali e lo sviluppo sui territori.

Il documento parte con l’analisi del quadro politico europeo relativo alle comunità del calore: oltre alla RED, infatti, è necessario parlare della revisione della Energy Efficiency Directive (EED) che, all’articolo 26, stabilisce i criteri e gli obiettivi per il raggiungimento del teleriscaldamento efficiente prevedendo l’utilizzo di quote crescenti di energia rinnovabile, calore di scarto e cogenerazione ad alto rendimento

Obiettivo è centrare mete intermedie, a partire dal 2027, e poi con il target finale nel 2050, quando le reti dovranno essere gestite utilizzando solo energia rinnovabile, o solo calore di scarto, o una combinazione di energia rinnovabile e calore di scarto.

L’art. 25.6 della stessa direttiva, inoltre, introduce anche l’obbligo, per i Comuni con più di 45.000 abitanti, di sviluppare piani locali specifici per il riscaldamento e il raffrescamento, riconoscendo così un ruolo chiave alle pubbliche amministrazioni nei processi di decarbonizzazione a livello locale.

Comunità del calore… cioè?

Mentre tutti siamo quotidianamente quasi sopraffatti da informazioni relative alle CER “elettriche”, poco o niente si sa sulle analoghe comunità del calore (e/o del freddo).

Questa tipologia di CER può avere diverse caratteristiche, ma si regge su tre fondamentali pilastri.

Il primo è relativo alla sua attività, che deve essere quella di produrre, consumare e immagazzinare energia termica, generando calore da fonti rinnovabili, utilizzandolo all’interno della comunità e immagazzinando eventualmente l’energia in eccesso per un uso futuro per migliorare efficienza e affidabilità del servizio.

Un secondo fondamento di queste soluzioni dovrebbe essere un approccio dal basso che metta i consumatori finali al centro dell’esperienza. I cittadini, ad esempio, potrebbero esercitare un diritto di proprietà collettiva sulle infrastrutture energetiche, come le reti di teleriscaldamento e teleraffrescamento, magari con una forma di società cooperativa, oppure partecipare come prosumer termici, producendo e, contemporaneamente, consumando energia termica.

Un altro elemento relativo alla partecipazione attiva degli utenti potrebbe essere quello dell’acquisto collettivo, dove si mettono in comune le risorse per implementare interventi di efficienza energetica (ad esempio, ristrutturazione di edifici), per acquistare tecnologie o combustibili a costi ridotti, rendendo più accessibile l’energia sostenibile.

Un caposaldo spesso mancante

Il terzo pilastro, infine, dovrebbe in realtà essere comune a tutte le CER anche se, diciamolo anche con una punta di polemica, è spesso disatteso in molte esperienze che vediamo nascere a livello locale.

Come chiarito già nella RED, infatti, la CER dovrebbe ridistribuire i benefici economici, ambientali e sociali, assicurando che i vantaggi derivanti dai progetti, come risparmi sui costi, riduzione dell’impronta di carbonio e maggiore resilienza locale, siano condivisi equamente tra i membri della comunità.

Questa ridistribuzione può assumere svariate forme come la riduzione dei costi energetici per le famiglie vulnerabili, il reinvestimento in ulteriori progetti di sviluppo locale, o il miglioramento della qualità dell’aria sul territorio grazie alla riduzione delle emissioni.

Garantendo la condivisione di questi benefici, la comunità non solo migliora la qualità della vita dei suoi membri, ma rafforza anche la coesione sociale e crea un modello replicabile di sostenibilità.

In quale direzione andare ora?

Le tecnologie sono disponibili e le comunità locali sono pronte a puntare sulle comunità del calore: quali sono, allora, le principali raccomandazioni per migliorare il quadro politico e strategico e dare il giusto impulso per facilitare la realizzazione di questi progetti?

Il position paper di ConnectHeat ha elaborato alcune proposte concrete, frutto di un lungo processo di consultazione, realizzato anche attraverso il coinvolgimento di esperti internazionali esterni.

Si parla, innanzitutto, dell’inclusione esplicita della fornitura di calore e freddo nella regolamentazione delle CER, garantendo che l’energia termica rinnovabile sia riconosciuta e sostenuta (eventualmente sovvenzionata) insieme all’elettricità.

Si potrebbero poi sviluppare modelli che consentano la condivisione virtuale del calore riconoscendo i prosumer del riscaldamento all’interno del quadro normativo.

Le reti di teleriscaldamento e teleraffreddamento esistenti, inoltre, hanno la possibilità di diventare le prime a implementare le CER, consentendo ai consumatori di vendere il proprio calore o freddo ad altri utenti. L’accesso alle reti di calore, quindi, deve essere chiaramente consentito e regolamentato.

Altri suggerimenti riguardano gli aspetti economici, con le proposte di meccanismi di riduzione del rischio per gli investimenti in infrastrutture, sostegno pubblico per lo sviluppo e l’espansione delle reti di teleriscaldamento, incentivi per l’integrazione del calore nelle CER e promozione delle forme di partecipazione finanziaria della comunità, ad esempio tramite opportune campagne di crowdfunding.

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